Il Castello di San Colombano si trova a San Colombano al Lambro in provincia di Milano.
Le origini Pare che le origini del castello di San Colombano si possano far risalire al VI secolo, contemporaneamente al grande monastero di BobbioA. Riccardi, Le località e territorj di San Colombano al Lambro, 1888. Comunque sia, è fuori dubbio che il castello esistesse nel X secolo, sia a garanzia della vicina capitale di Pavia e residenza reale di Corte Olona, sia per la necessità di quei tempi di lotte feudali, sia per le invasioni ungariche, ed il conseguente decreto del Re Berengario, per la difesa e fortificazione di tutte le città, borghi, luoghi, cascinali, monasteri, ecc.; sia, infine, per l’espressa affermazione del testamento di Ariberto del 1034, dove si parla di castris, edificiis, ecc., in Gaifaniana, Sancto Columbano, Miradolo, ecc., e più sotto di edifici esistenti tam in ipsis castris quam et foris (tanto dentro quanto fuori di essi castelli). Allo stesso modo è certo che esso appartenesse dall’800 circa al 1000 al contado (Comitatus) di Lodi, come appare anche dai documenti del 1034 e 1299.
Barbarossa Trascurando la preesistente fortificazione, si può sicuramente affermare che l’attuale impianto, sia pure considerato come solo tracciato, sia opera di Federico Barbarossa. Questi, durante la sua seconda calata in Italia, distrusse il castello di San Colombano (come del resto la maggior parte di quelli esistenti in Lombardia); ma nel 1164, riconosciuta l’importanza che il luogo ricopriva nel territorio per la sua particolare conformazione morfologica e per la posizione intermedia nella direttiva viaria Milano-Piacenza, decise di riedificarlo, per utilità del suo impero e vi aggiunse, per utile personale, una grande borgata denominata "Magnum suburbium", munita di mura merlate, terraggio e fossa esterna. Si devono pure al Barbarossa le grandiose dimensioni del castello, la perfetta regolarità simmetrica e l’ampiezza delle strade del borgo (situazione anomala nelle tipologie in uso a quei tempi); la costruzione, nel ricetto ad ovest, del "Magnum palacium" o "Grande Palazzo" (di cui sono ancora visibili le fondazioni), adibito a residenza imperiale; la costruzione, nel ricetto ad oriente, del Palazzo dei Vicarj e Rettori della terra di San Colombano, ossia l’autorità comunale politica ed ecclesiastica del borgo. Si suppone che a dirigere i lavori di ricostruzione del "castrum" sia stato Tito Muzio Gatta, architetto cremonese al seguito del Barbarossa, che qualche anno prima aveva delineato le mura della nuova Lodi. Non si hanno precise notizie circa i tipi di fortificazione e loro distribuzione in questo primo impianto, ma si intuisce comunque che quest’ultimo fosse convenientemente attrezzato di strutture complementari. Agli inizi del dominio visconteo avvennero operazioni trasformative miranti a limitare l’importanza militare del Castello. Comunque, visto l’utilizzo che la signoria viscontea attribuiva alla rocca (prigione di Stato), dove nel 1338 fu imprigionato Lodrisio Visconti, dobbiamo considerare che anche il Castello fosse comunque in condizioni di sicurezza. La signoria viscontea contribuì, su tutto il territorio interessato dal suo dominio, ad una notevole fioritura castellana.
L’impronta della nuova architettura fortificata ebbe ovviamente maggiore intensità nei nuovi impianti, pur non trascurando la trasformazione di fortificazioni esistenti: in tale caso rientrò San Colombano, interessato da molteplici modifiche, talmente radicali da far considerare questo castello come una "nuova costruzione" più che una riedificazione.
Le trasformazioni cominciarono nel 1370 per volere di Galeazzo II e furono inerenti sia al castello che al borgo.
Gli inserimenti più importanti furono i rivellini, posti sia negli ingressi al ricetto (Torre d’ingresso e Castellana) che alla rocca (Torre d’ingresso e Torre Mirabella); vennero quindi trasformati i caratteri stilistici e gli elementi compositivi della fortezza.
Le mura esterne, su tutto il perimetro, vennero integralmente rivestite di nuovi mattoni, il che conferisce una certa omogeneità all’intero impianto castellano.
Nel centro della rocca venne innalzata una torre o mastio con il duplice scopo di immagazzinare munizioni e viveri e anche di estrema difesa del castellano nell’evenienza che il castello e la guarnigione, cedendo all’attacco nemico, lo costringessero a rifugiarsi in posizioni sempre più arretrate.
Dal "maschio" si aveva la possibilità, tramite vie sotterranee, di portarsi al di fuori della rocca, a sud, in corrispondenza del rivellino, e da questo collegarsi ad almeno due delle torri agli angoli della rocca.
Per quanto riguarda il borgo, venne ampliato a seguito della donazione di Galeazzo II del 1373 alla consorte Bianca di Savoia, la quale dotò il Comune degli speciali Statuti.
Da questo documento appare evidente la volontà di favorire lo sviluppo del borgo, anche ad opera dei privati, favorendo loro l’acquisto, a prezzi convenzionati, dei materiali da costruzione, escluso il legname che veniva fornito gratuitamente; agevolazioni fornite allo scopo di raggiungere in breve tempo il fine preposto.
L’ampliamento del borgo seguì la regolare distribuzione degli isolati e l’ampiezza delle vie interne, che caratterizzavano la preesistente impostazione del Barbarossa.
Tutto il borgo venne dotato di mura merlate con fossato e terraggio interno, ed in corrispondenza degli ingressi le porte vennero ulteriormente protette da saracinesche.
I successivi interventi e la storia moderna Ancora a Bianca di Savoia si deve, all’interno delle mura del ricetto, la costruzione di una propria residenza (Coquina dominae Blanche de Sabaudia).
Dai manoscritti custoditi nell’Archivio Belgioioso, si attribuisce ai Visconti la costruzione della Torre Castellana, annessa alla Torre de’ Gnocchi.
Inoltre ai medesimi vengono attribuiti:
l’elevazione della Torre de’ Gnocchi, per permettere la continuità del corridore; la sistemazione della canepa sotto la Torre de’ Gnocchi, in quanto nell’addossare la torre castellana venivano chiuse alcune aperture; la costruzione dell'Hospitium Magnum, esterno al borgo, ad uso del loro treno di caccia.
I frati certosini entrarono nella storia del castello di San Colombano nel 1396, in seguito alla donazione del Duca Gian Galeazzo; in questa prima data ottennero soltanto la parte bassa del castello o ricetto.
Nel 1402 avvenne la distruzione, ad opera dei borghigiani, dei due grandi palazzi del ricetto e di ogni altra proprietà della Certosa, la popolazione si pose, poi, sotto la tutela del Vignati, signore di Lodi.
Durante il dominio del Vignati, che durò 14 anni, si ebbe un notevole degrado della rocca ed in tutto il ricetto casupole sostenute da colonne in legno, casotti di paglia e case appoggiate alle mura.
Con il ritorno dei certosini vennero restaurate, a spese del monastero, alcune case del ricetto ed il palazzo imperiale, quest’ultimo utilizzato quale residenza del fittabile certosino; negli anni tra il 1447 e il 1452 venne asportato il terrapieno (terraggio) a ridosso delle mura tra la Torre d’ingresso al ricetto e la Torre de’ Gnocchi.
Nell’atto di donazione alla Certosa, del 1502, viene dettagliatamente descritto lo stato di consistenza dell’intero impianto: le torri erano tutte coperte da tetti, più o meno in buone condizioni, la conservazione delle merlature e dei piombatoi risultava pessima e una torre completamente distrutta; rimanevano invece integri i corridori a coronamento delle mura.
Risulta, inoltre, che nella rocca fossero presenti due ponti levatoi; che il rivellino d’ingresso alla rocca, presso la Torre Mirabella, fosse munito di 23 merli e che fosse ancora presente il rivellino della Torre d’ingresso al ricetto, mentre non si trova menzione del rivellino della Torre castellana, probabilmente perché distrutto in precedenza.
Vengono inoltre descritti gli armamenti presenti ed il loro disastroso stato manutentivo e un collegamento sotterraneo a servizio della parte bassa del castello, che doveva probabilmente collegarsi sia alla rocca che all’esterno.
Occorre qui ricordare che i certosini divennero proprietari del feudo solo in quest’anno, su concessione di Luigi XII, Re di Francia e Duca di Milano. Una volta ottenutone il pieno diritto, essi apportarono delle trasformazioni al castello; va inoltre specificato che i certosini, per tutto il periodo di loro proprietà, non utilizzarono direttamente l’edificio, che venne bensì adibito ad abitazione di un loro padre procuratore.
In un altro documento del 1522, si riscontra la costante presenza, a protezione del castello, di due rivellini, uno sulla piazza del Borgo e l’altro all’ingresso sud della rocca; oltre a ciò si descrive il "maschio" della rocca, utilizzato come deposito di armi e munizioni.
Quest’ultimo viene descritto come costruito in massi di ceppo e di granito a punta di diamante; tale rivestimento risale probabilmente al periodo sforzesco, che maggiormente utilizzò questa tipologia.
Nel 1526, per ordine ducale (ed anche a seguito delle continue istanze dei certosini), il castello venne smantellato. Vennero demoliti i rivellini, alcune torri compresa quella al centro della rocca, le mura che cingevano il borgo con il conseguente riempimento del relativo fossato ed anche di quello antistante il castello.
Nonostante questi interventi lesivi, il castello non perse completamente d’importanza; se ne ha conferma dalla successiva presenza, nello stesso, di una consistente guarnigione a presidio del borgo.
Ulteriori danneggiamenti si ebbero a seguito dell’assalto che il castello subì nel 1529 ad opera del generale conte Belgioioso: in conseguenza a questo fatto il castello non fu più considerato piazzaforte ducale.
Nel 1535 i certosini intervennero nuovamente sul castello, al fine di escluderne un utilizzo militare: vennero ulteriormente limitate le strutture fortificate, si colmarono le fosse e i sotterranei.
Per contro si edificarono delle volte, ad integrazione delle già esistenti, allo scopo di dare continuità al percorso sui corridori e rendere possibile il collegamento alla rocca.
Nel 1575 i certosini adattarono alcune case nel cortile del ricetto, ricavandone un oratorio, altrimenti detto Cappella di Santa Maria Maddalena, che dal 1576 al 1581 venne decorato dal pittore Bernardino Campi.
Nel 1671 i Certosini fecero realizzare l’attuale scala grande che dalla galleria collega i piani superiori, demolendo la precedente scaletta costruita dai Visconti. Contemporaneamente realizzarono il corpo scala superiore alla tribuna dell’Oratorio, che portava ai magazzini "granai" superiori alla Torre de’ Gnocchi e Castellana.
Molti anni più tardi (1760-1776) vennero demolite molte case del ricetto, che precedentemente risultava popolatissimo (1600) e destinato completamente a tale funzione.
Con la soppressione degli ordini religiosi ad opera del governo austriaco (1782) si conclude il periodo di proprietà certosina del castello.
Nel 1786, con atto misto di vendita e livello il feudo di San Colombano ed Uniti passò alla casa Belgioioso.
La prima trasformazione eseguita dalla famiglia Belgioioso, fu la trasformazione dei solai sopra la Torre de’ Gnocchi e Castellana, da granai a residenza per il personale di servizio.
Dopo il 1814, ritornata a San Colombano la famiglia Belgioioso dagli Stati di Venezia, iniziarono le demolizioni delle case del ricetto, dando origine alla realizzazione del parco interno.
Dal 1832 al 1836, vennero demoliti l’edificio Portazza e Arsenale, su progetti dell’architetto C. Caccia, ad eccezione della abitazione del giardiniere poi fattore, tuttora esistente.
Queste demolizioni consentirono di realizzare un unico grande giardino. Venne inoltre realizzato un enorme parco fiancheggiante tutta la parte ovest del ricetto e della rocca, comprendendo anche l’area dell’ex rivellino di sud.