Il santuario di San Michele e del Santissimo Crocifisso è un luogo di culto cattolico situato nel comune di Recco, in via San Francesco, nella città metropolitana di Genova. Il complesso forma un'unica unità architettonica religiosa con la vicina chiesa di San Francesco d'Assisi.
Storia e descrizione
La nascita di un primo edificio religioso, verosimilmente intorno al XIV secolo, è legata ad un crocifisso portato a Recco, nel 1399, da alcuni pellegrini della Provenza diretti a Roma per lucrare indulgenza al pontefice Bonifacio IX.
Sotto la spinta della devozione popolare nasceranno poco dopo due confraternite - di San Martino e di San Michele Arcangelo - e proprio in questo luogo venne edificato un oratorio, dedicato all'arcangelo, quale sede dell'omonima congregazione religiosa.
Con le scorribande dei pirati saraceni lungo la costa, nel XVII secolo, e soprattutto dopo l'efferato attacco dell'ammiraglio e corsaro turco Dragut nel luglio del 1557, il Senato della Repubblica di Genova approvò e deliberò l'edificazione di due nuove postazioni difensive nel territorio recchese: una a ponente e l'altra a levante. Il castello "di levante" sorse a fianco dell'oratorio di San Michele e, con le nuove incursioni piratesche nel 1619 e ancora nel 1646, il sito offrì riparo e difesa agli abitanti qui riuniti.
Nel XVIII secolo, con il cessare degli assalti saraceni, la repubblica genovese autorizzò, nel 1782, la pressoché totale demolizione della postazione difensiva e alla locale confraternita il permesso di ampliamento della nuova chiesa, elevata al titolo di santuario nel 1776, nelle forme architettoniche attuali.
Tra le opere conservate nel santuario vi sono diverse tele dei pittori Giovanni Battista Carlone, Domenico Piola e del fiammingo Antoon van Dyck, nonché il venerato crocifisso dei Bianchi di Provenza, solennemente incoronato nel 1898.
Il SS. Crocifisso venerato in Recco e custodito nel Santuario
Recco, luglio 1898
La sera del 21 luglio, il simulacro del Santissimo Crocifisso, definito dal sacerdote teologo Tomaso Olcese, fortezza scudo onore vanto della vetusta Recco, fu trasportato processionalmente, in mezzo ai canti e col seguito di tutta la popolazione recchese, dalla sua nicchia posta nella chiesa dedicata a San Michele Arcangelo alla chiesa parrocchiale.
Questa volta non erano state pestilenze, epidemie, siccità o altre calamità all’aver sollecitato la sua uscita in processione.
I Michelini, nel marzo precedente, avevano inoltrato istanza al sommo pontefice affinché il venerando taumaturgo simulacro del S.S. Crocifisso, da loro custodito da secoli, fosse solennemente incoronato.
La domanda era stata firmata dal comitato così composto: Avv. Giacomo Sessarego (presidente), Sac. Matteini Gentile (vicepresidente e custode della chiesa di San Michele), Giulio Picasso (superiore), Francesco Boggiano (vice superiore), Cesare Badaracco (segretario), Giovanni Fenelli (cassiere generale), Demicheli Mosè, Ognio Andrea, Giuseppe Marana, Demarchi Francesco, Paolo Passaglia, T. D’Aste, G. Gerolini, G. Savio.
Il breve pontificio di Leone, papa XIII, con il sigillo del Pescatore arrivò a conferma dell’incoronazione, con data del 20 aprile 1898. Per organizzare la cerimonia per la quarta domenica di luglio, giorno dedicato alla tradizionale festa in onore del simulacro, i preparativi furono intensi.
Si fece preparare la corona destinata alle immagini miracolose dal gioielliere Riccardo Bancalari di Chiavari e si fecero coniare delle medaglie commemorative dal sig. Stefano Johnson di Milano. Le medaglie erano di tre tipi: grande, qualità 1007, mezzane, qualità 1025 e piccole, qualità 1093. Nella parte anteriore delle medaglie di grande e media qualità vi era impresso il simulacro incoronato con le sacre parole “Omnia traham ad me ipsum” (Attirerò a me tutti gli uomini); nella parte posteriore fu impressa la scritta “simulacro del S.S. Crocifisso venerato in Recco e solamente incoronato il 24 luglio 1898”. Per le medaglie piccole la parte anteriore recava impressa il simulacro del S.S. Crocifisso con la suddetta iscrizione, nella parte posteriore l’immagine di N.S. del Sacro Cuore di Gesù, essendo in quella chiesa di grande venerazione.
Quattro medaglie grandi furono coniate in oro per essere regalate ai Vescovi intervenuti, le altre erano in argento per omaggio a diverse persone distinte e bianche. Le mezzane bianche erano con contorno dorato, le piccole erano in argento, bianche e gialle.
Furono organizzate le illuminazioni del paese, le musiche con la partecipazione delle bande musicali e i festeggiamenti civili.
All’alba del 22 luglio, il suono dei sacri bronzi della plebana, sacra a San Giovanni Battista, ricca di paramenti, preziosi marmi e sfolgorante d’oro in foglia, i cui restauri della cupola erano stati completati solo un anno prima, annunciavano in mezzo ai fasti il principio delle celebrazioni.
I sacri riti seguirono il programma definito: il giorno 22 celebrò la messa solenne il rev. Pietro Olcese, arciprete di Recco con assistenza pontificale di monsignor Fedele Abbati. I vespri solenni della sera furono pontificati dal monsignor Abbati e il panegirico del chiarissimo oratore, Modesto Torre dei Minori di San Francesco della provincia di Lucca, completò i riti del venerdì.
Sabato 23, la messa solenne fu celebrata da monsignor Riva, arciprete di Camogli, con assistenza pontificale di monsignor Giacinto Rossi, vescovo di Sarzana. I vespri solenni furono pontificati dal monsignor Abbati, seguiti dal panegirico di monsignor David Demicheli, arciprete della pieve di Sori.
L’alba della domenica del 24 luglio fu salutata a salve dallo scoppio di diversi mortaretti, alle sette la messa della comunione generale fu celebrata dal reverendo monsignor Tommaso Marchese Reggio.
Alle 10:30 il pontificale fu a cura di sua eccellenza monsignor Carli, vescovo ausiliare di Genova, assistito pontificalmente dall’arcivescovo Tommaso Marchese Reggio che eseguito il rito speciale prescritto dalla S. Congregazione prese la corona d’oro e recitando la breve formula la impose sul capo del Venerando Crocifisso (non trovando nella liturgia della Chiesa il rito per l’incoronazione del Crocifisso si dovette fare un rito dedicato a questa specifica circostanza in quanto all’epoca non si conosceva altro simulacro del S.S. Crocifisso che fosse stato solennemente incoronato). Allora tutte le campane della città suonarono libere a festa e la cerimonia fu terminata dal mons. arcivescovo con la trina benedizione che erano quasi le due del pomeriggio.
Dopo i vespri della sera, accompagnati dalle musiche del professor Gualco, e i discorsi di chiusura dell’Arcivescovo, ebbe luogo la grandiosa e imponente processione per le vie della città. Apriva la processione la congregazione delle figlie di Maria, tutte vestite di bianco, seguivano le suore del Sacro Cuore di Gesù, la congregazione delle madri cristiane, la congregazione di San Luigi con il suo ricco labaro e la congregazione del Santissimo Sacramento. Era poi la volta dell’arciconfraternita del S.S. Crocifisso, con il suo gonfalone e le cappe ricamate in oro, seguita dal clero secolare e regolare che alternava i suoi canti e inneggiava a Dio. Il venerando simulacro era portato dai sacerdoti, Gio Batta Priano e Fortunato Lavarello. Seguivano i tre vescovi con i loro lunghi piviali le mitre e i pastorali.
La processione percorse via XX Settembre, via Roma, via Biagio Assereto, via San Francesco, immersa in una folla di popolo ordinata, silenziosa e riverente. Giunti alla chiesa di San Michele, ebbe luogo la benedizione eucaristica, imposta da monsignor arcivescovo, preceduta dal Tantum ergo. Il novello santuario, con gli affreschi del Paganelli, del Quinzio e dell’Isola, era risplendente di luce, riflessa da tanti lumi che si specchiavano nelle pareti dorate, negli ori e negli argenti degli arredi.
C’erano i due crocifissi che normalmente erano portati nelle processioni, un Cristo bianco del Settecento, con lastre di argento a fiori con i “canti” d’argento, sostituiti successivamente con un più modesto metallo argentato, il cui peso era di circa ottanta chili e il Cristo moro, nuovo all’epoca, con la sua croce a imitazione di tartaruga il cui peso era di circa cento chili.
San Michele, abilmente scolpito in legno da autore sconosciuto, osservava dalla sua cassa, di forma rara e artistica, rivestita in tartaruga. Una leggenda, riportata dal sacerdote Matteini nel suo scritto, narra che lo scultore a cui fu consegnato il blocco di legno per la statua, dopo averlo sbozzato, la mattina del giorno successivo trovò la statua già completata e non gli restò altro che consegnarla in chiesa sostenendo che l’autore di questa scultura era stato il cielo.
La festa continuò fino a tardi, la città era illuminata con palloncini, bicchierini variopinti, ad archi, a raggi, a mazzi, a pioggia. Una tempesta di colpi di mortaretti provocò un rumore assordante e prolungato.
Le bande musicali, sempre indispensabili per la riuscita dei festeggiamenti, allietarono gli animi. Quella di Nervi aveva suonato nel pomeriggio e lungo la processione, quella del terzo reggimento fanteria svolse un attentissimo e applauditissimo programma. Gli avvenimenti furono sinteticamente riportati dalla stampa: il Cittadino, il Caffaro, il Secolo XIX di Genova e la Sveglia di Chiavari.
I recchesi definiscono il simulacro del S.S. Crocifisso, semplicemente Santo Cristo o Cristo delle Grazie, secondo gli scritti risale al 1399 ed è testimone del pegno che i Bianchi di Provenza lasciarono a Recco durante il loro soggiorno. La sua storia è ricca di grazie e miracoli: Recco liberata dalla peste del 1656 e 57, Recco salvata dalla siccità nel 1823, dal Colera nel 1835 e dal terremoto nel 1887.
Esistono poi testimonianze di tante persone miracolosamente guarite: Rosa Angela Rovegno, figlia di Giacomo e Maria Pozzo, nata il 13 febbraio 1791 e maritata Demicheli Nicola di Francesco, fu giudicata, senza speranza, in pericolo di vita dal medico e le furono amministrati i Santi Sacramenti. Il marito dopo aver pregato il Santissimo Crocifisso, verso la mezzanotte fu svegliato dalla moglie che gli annunciava di essere guarita. Il dottore e il sacerdote che si recarono in visita all’alba vedendola viva ne furono meravigliati. La signora Rosa dichiarò che in fondo ad una galleria buia, nella luce aveva visto comparire il Santo Cristo che le aveva messo una mano sul costato.
Un giovane operaio, Giacomo Ageno, di diciotto anni, divenuto infermo dopo essere caduto dai ponteggi, guarì dopo essere stato massaggiato dalla madre con l’olio della lampada che ardeva dinanzi al Santo Cristo
Un bimbo, Giovanni Buono Andrea Beraldo, che era diventato cieco da due anni, in preghiera davanti al S.S. Crocifisso il Venerdì Santo del 1809 riacquistava la vista.
Antonio Rosaguta del fu Giacomo e di Caterina Revello, nato il 9 gennaio 1833, ottenne dal S.S. Crocifisso la grazia di essere salvato dal mare in tempesta dopo esserci accidentalmente caduto, travolto sulla spiaggia da un’onda, il giorno 19 marzo 1851.
Un tempo erano posti vicino al S.S. Crocifisso, cinque quadri votivi a testimonianza delle grazie ricevute dai naviganti, oggi ne sono rimasti solo i primi due indicati di seguito:
Primo quadro – il brick “Stella”, comandato dal capitano Giovanni Gandolfo ancorato sulla rada di Buenos Aires, soffrì un gran temporale nei giorni 8, 9 e 10 ottobre 1840 e fu salvo
Secondo quadro – Anno 1845, 28 gennaio, il brick-schooner “Assunta”, capitano Pasquale Revello di Recco naufragò sulla spiaggia di Baratto
Terzo quadro – il brigantino “Antonietta”, comandato dal capitano Benedetto Gandolfo ebbe a soffrire un pesante temporale nel golfo di Venezia nei giorni 15, 16 e 17 marzo 1852