Gli Antiquitatum variarum volumina XVII ("Diciassette volumi di antichità varie")Il titolo, convenzionalmente utilizzato, proviene da un'edizione postuma parigina (Paris, Jodocus Badius Ascensius e Jean Petit, 1512 e 1515). Nella sua forma estesa, comprensiva del nome dell'autore, recita: Antiquitatum variarum volumina XVII a venerando et sacrae theologiae et praedicatorii ordinis professore Ioanne Annio declarata ("Diciassette volumi di antichità varie, spiegate dal venerando Giovanni Nanni, professore di sacra teologia dell'ordine dei predicatori"). costituiscono una ponderosa opera scritta dal frate domenicano Annio da Viterbo (pseudonimo umanistico di Giovanni Nanni), pubblicata a Roma presso il tipografo Eucharius Silber nel 1498 sotto il titolo originario di Commentaria super opera diversorum auctorum de antiquitatibus loquentium ("Commentari sulle opere di diversi autori che parlano di antichità"), il testo accompagnato da una lettera dedicatoria ai reali cattolici di Spagna, Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia. L'opera, che si presenta come una silloge di antichissime cronache asseritamente rinvenute e riscoperte di recente dall'autore, affiancate dal commento del compilatore, si è rivelata solo in seguito essere una complessa e ingegnosa falsificazione ordita dall'erudito domenicano, che si è meritato nel tempo la fama di falsario«Annius was the most infamous Renaissance forger of ancient texts» ()..

Nota anche come Antiquitates variae (Antichità varie), o come Antichità di Annio, la compilazione intendeva costruire un supplemento alla cronologia biblica e proporre una visione radicalmente innovativa della storia universale, con una narrazione venata di miso-ellenismo in cui veniva recuperata la tradizione caldea e aramea per essere direttamente connessa e riconciliata con le radici stesse della storia d'Europa, scavalcando e mettendo da parte l'intera tradizione culturale e storiografica greca, messa in ombra e derubricata a cosa vana, erronea, e favolistica.

I precocissimi sospetti adombrati da alcuni studiosi sulla genuinità dei contenuti non impedirono all'opera di riscuotere un'ampia e duratura fortuna, testimoniata dalle numerose edizioni a stampa, anche in lingua volgare. A travolgerne la credibilità non bastò nemmeno il definitivo svelamento della sua reale natura di colossale falsificazione, a cui si giunse nel secolo successivo alla pubblicazione: gli effetti nefasti di quel testo si protrassero, infatti, fino al XVII secolo (ne fa uso, ad esempio, Athanasius Kircher, seppure in maniera contraddittoria e paradossale) e, in misura occasionale, con propaggini e ripercussioni che lambirono finanche il XVIII secolo. Questo strascico prolungato ha costretto gli studiosi seri a dover ripetutamente tornare sulla dimostrazione della falsità dell'opera, senza poterla dare per scontata.. Non è mancato, infine, neppure in epoca novecentesca, un vano e disperato, quanto improbabile tentativo di riabilitazione da parte di un appartenente al suo stesso ordine domenicano.

Il fertile e poderoso sforzo inventivo dispiegato negli Antiquitatum variarum volumina XVII fa di Annio un autentico creatore di miti, la cui mitopoiesi era in grado di tradurre ed esprimere, con mezzi simbolici, il disagio e la crisi culturale di un'intera epoca e di un continenteRiccardo Fubini, «Annio da Viterbo nella tradizione erudita toscana», in Storiografia dell'Umanesimo in Italia da Leonardo Bruni ad Annio da Viterbo, p. 341. Infatti, la complessità della sua attività pseudostorica non è derubricabile a una semplice "falsificazione", ma mette in moto un singolare processo creativo di inversione e "reinvenzione simbolica di tradizioni", in grado di toccare a fondo le "corde [...] della sensibilità del tempo", come dimostra la "vasta e tenace fortuna" che il lavoro di Annio era destinato a incontrare in tutta Europa..

Varie e divergenti sono infine le congetture formulate sulle reali ed effettive finalità programmatiche e ideologiche dell'operazione culturale (se pure ve ne furono) o sull'eventuale movente psicologico. Le ipotesi variamente postulate (miso-ellenismo, campanilismo, servilismo nei confronti di Rodrigo Borgia e della sua famiglia, ma anche semplice pazzia, oppure ingenua autentica convinzione) riscuotono consensi difformi e non unanimi tra gli studiosi.

Contenuto

La falsa compilazione si presenta come una monumentale opera storica, in forma di commento a testi antichissimi«[…] un lussureggiante commento che costituisce, nella struttura dell'opera, il vero testo, essendo il frammento falso soltanto un pretesto […]» ()., che Annio affermava di aver scoperto in parte a Mantova, dove sarebbero stati raccolti da un certo Guglielmo intorno al 1315: «in collectaneis vestustis cuiusdam magistri Guilielmi Mantuani»; : «ex collectaneis magistri Guilielmi collecta anno salutis M.CCC.XV»., e in parte a Genova, dove l'autore più importante, Beroso, gli sarebbe stato donato da un monaco armeno di nome Giorgio: «Frater autem Mathias olim provincialis Armeniae ordinis nostri quem existens prior Genuae illum comi hospitio excepi & a cuius socio magistro Georgio similiter Armeno hanc Berosi deflorationem dono habui».. Poiché il primo degli intermediari era morto da tempo, mentre il secondo era irraggiungibile, e siccome tutti gli originali erano andati perduti, la credibilità delle fonti poteva fondarsi unicamente su un atto di fiducia nei confronti della correttezza di Annio..

L'opera fu pubblicata in due edizioni, una con e l'altra senza commento. Il primo volume, secondo una maniera mutuata dall'esposizione della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, contiene un sommario e un repertorio delle auctoritates e delle fonti, fasulle o meno, da lui adoperate,. Nel libro iniziale, Annio fornisce anche una succinta spiegazione del senso da attribuire ai volumi successivi della sua ricostruzione.

Gli altri sedici volumi raccolgono una mole di scritti o frammenti estratti da una serie di cronache da lui stesso fabbricate, presumibilmente a partire dal 1493.Secondo , «la sistemazione in corpus dell'opera» avvenne tra il 1495 e il 1498. e negli anni successivi, fino alla pubblicazione nel 1498. Queste fonti dall'apparenza vetusta erano da lui falsamente attribuite a un'ampia congerie di autori pagani pre-cristiani: il caldeo Beroso, l'egiziano Manetone, Metastene di Persia (non Megastene, storico greco dell'India menzionato da Flavio Giuseppe, il cui nome è «abusivamente mutato» da Annio.), Filone Giudeo (Filone di Alessandria), Archiloco, Senofonte, Mirsilo di Metimna, Fabio Pittore, Catone il Censore, Gaio Sempronio Tuditano, Antonino PioNell'edizione veneziana del 1498, comprendente soltanto i testi falsi senza i commentari, l'elenco delle opere è il seguente: Myrsilius Lesbius, De origine Italiae et Tyrrhenorum; M. Porcius Cato, De origine gentium et urbium Italicarum; Archilochus, De temporibus; Metasthenes, De iudicio temporum et annalium Persarum; Philo, Breviarium de temporibus; Xenophon, De aequivocis; Caius Sempronius, De chorographia sive descriptione Italiae et eius origine; Q. Fabius Pictor, De aureo saeculo et de origine urbis Romae; Antoninus Pius, Itinerarium; Berosus, De temporibus; Manetho, Supplementum pro Beroso; Decretum Desiderii regis Italiae.. Importanti sono anche il volume II (De institutionibus Annianis de aequivocis) e il volume XVII (XL Quaestiones Anniae, dedicate al cugino Tommaso Annio).

L'opera proponeva ai dotti di tutta Europa una visione radicalmente diversa della storia antica del Mediterraneo giudaico-cristianoPaolo Preto, , Mediterranea, anno III, n. 6, aprile 2006, p. 12. Secondo questa fantasiosa ricostruzione, Noè si sarebbe stabilito in Italia a un secolo dal Diluvio universale, e vi avrebbe fondato Viterbo. In seguito, avrebbe fondato altre città in Europa, ma sempre conservando la sua predilezione per Viterbo e per gli Etruschi, considerati, nei documenti di Annio, diretti discendenti del patriarca.

Come Pontifex maximus, Noè avrebbe prefigurato il sacerdozio, il rito romano, la dignità del papato. Avrebbe assunto come soprannome quello di Janus (Giano, divinità romana bifronte, significativamente priva di un corrispondente greco), un nome la cui fonetica permetteva anche di ricollegarlo etimologicamente all'invenzione del vino (yayin in ebraico).

In questa ricostruzione, Annio restituiva a Viterbo quello che lui reputava il "legittimo" status di capitale del mondo, ruolo che gli sarebbe stato usurpato da Roma. Agli antichi romani, in base alle false cronache e secondo il commento di Annio, andava addossata la responsabilità di aver abbandonato la pia tradizione noaica per abbracciare le fallaci sofisticherie del pensiero greco, un'attitudine culturale che avrebbe avuto l'effetto di falsificare l'intera storia universale mediante l'affermazione della superiorità greca, da lui considerata menzognera.

Genesi e fortuna Gli Antiquitatum variarum volumina XVII erano il frutto di un «percorso intellettuale breve ma intensissimo»., iniziato circa dieci anni prima (quindi in età già ben matura), dopo che, nel 1489, il religioso aveva fatto ritorno alla sua città natale ponendo fine a un ventennale soggiorno a Genova.. A quell'epoca, benché ultracinquantenne, il frate poteva vantare solo una cultura essenzialmente teologica. Fu infatti solo in quella tarda stagione dell'esistenza che iniziò a occuparsi di classici greci e latini, riuscendo in pochi anni a raggiungere una conoscenza così vasta e profonda da poter impunemente mettere in atto la sua opera di falsificazione. Questo percorso di studi, in effetti, rappresentò una vera e propria impresa intellettuale, tanto più stupefacente se si considera che l'enorme mole di studio era interamente finalizzata alla sola causa della macchinazione storica..

Secondo un'ipotesi di Roberto Weiss, le falsificazioni di Annio, strumentali al dispiego del suo disegno, sarebbero iniziate nel 1493 e la composizione dell'opera potrebbe essersi ipoteticamente compiuta nei circa cinque o sei anni che vanno dal 1493 fino al 1498, data di pubblicazione.

Critiche

Sulla genuinità dell'opera furono immediatamente sollevati dubbi da parte di vari studiosi: tra i primi a denunciarne la falsità, già pochi anni dopo la prima pubblicazione, furono Pietro Crinito (Pietro Baldi del Riccio) in De honesta disciplina (XXIV, 12) . e Marcantonio Sabellico nelle sue Enneades (VIII, 5), opere entrambe del 1504. Due anni dopo, a segnalarla come falso fu Jacques Lefèvre d'Étaples, nel suo commentario alla Politica di Aristotele, pubblicato a Parigi nel 1506.

I sospetti non smisero di addensarsi: Juan Luis Vives, ad esempio, se ne occupò criticamente in un passo del suo commento al De Civitate Dei di Sant'AgostinoJuan Luis Vives, XXII libros de Civitate Dei Commentaria, Libro XVIII, cap. 7 e nel suo De tradendis disciplinisJo. Lodovici Vivis de tradendis disciplinis, Bruges, 1531 (libro II, cap. 5).

L'autenticità dello pseudo-Beroso di Annio fu poi validamente confutata dall'umanista erasmiano Juan de Vergara nel 1552.Juan de Vergara, Tratado de las ocho questiones del templo propuestas por el illmo. Señor Duque del Infantazgo, 1552 Un duro colpo alla reputazione di Annio venne anche dal suo confratello Melchor Cano che, nel suo classico De Locis Theologicis (1563), lo sottopose ad una serrata e spietata critica, culminante perfino in un'accusa di eresia.Classical Mediaeval and Reinassance Studies in honor of Berthold Louis Ullman, Volume 2, edited by Charles Henderson, Jr., Edizioni di Storia e Letteratura, 1964,