Il tesoro dell'Esquilino è un servizio di oggetti d'argento di epoca romana, nascosto a Roma nella zona dell'Esquilino tra la fine del IV e l'inizio del V secolo e ritrovato nel XVIII secolo. È costituito da numerosi oggetti di svariato uso e di eccellente fattura, tra i quali spiccano due scrigni da toletta (fra cui il famoso cofanetto di Proiecta), «una bottiglia, diversi piatti da portata, una patera, applicazioni per mobilio e finimenti per cavalli».. Dopo essere passati per le mani di alcuni collezionisti, i pezzi del tesoro, quasi al completo, sono esposti al British Museum a Londra.

Il tesoro deve la sua fama al fatto che molti pezzi presentano un'iconografia decisamente pagana, ma le iscrizioni rivelano che i suoi proprietari erano cristiani; inoltre è stata a lungo sostenuto il collegamento tra il tesoro e un'importante famiglia aristocratica romana della tarda antichità, quella di Turcio Secondo e di Proiecta Turcia, e che il sito del ritrovamento indicasse la posizione della domus Turciorum.. Il deposito del tesoro in un nascondiglio è probabilmente da ricondurre a qualche evento catastrofico, forse il sacco di Roma del 410 da parte di Alarico.

Storia del tesoro

Il tesoro fu scoperto nel 1793, a Roma, alle pendici dell'Esquilino, durante alcuni scavi effettuati nella proprietà del convento delle Religiose Minime, all'interno dei resti di antiche camere, in buono stato di conservazione e piene dei detriti dei piani superiori crollati.Ennio Quirino Visconti, citato in .

L'esatta localizzazione di queste camere è stata a lungo dibattuta. L'ipotesi che si trovassero all'interno del monastero dei Santi Silvestro e MartinoJean Baptiste Louis Georges Seroux d'Agincourt, citato in . è stata confutata dagli studiosi, che preferiscono identificare tale monastero con quello di San Francesco da Paola.Shelton, citato in . In particolare, una relazione di Filippo Aurelio Visconti, Commissario delle Antichità tra il 1784 e il 1799, afferma che il tesoro fu trovato nei pressi di Santa Lucia in Selci, mentre una lettera anonima rivela che la scoperta avvenne a maggio, in occasione di uno scavo iniziato a febbraio e volto a erigere un coro dietro la chiesa dei Santi Gioacchino e Anna ai Monti:Santi Silvestro e Martino ai Monti: ; Santa Lucia in Selci: ; San Francesco da Paola: ; Santi Gioacchino e Anna: .

Gli operai tentarono di rivendere di nascosto l'argento, ma a giugno il vescovo Giulio Maria della Somaglia, prelato deputato al monastero, scoprì il furto e recuperò i pezzi, i quali furono fatti esaminare al direttore del Museo Capitolino, Ennio Quirino Visconti, che provvide a compilare una relazione per il vescovo, in cui identificava i pezzi come facenti parte del corredo di una donna romana cristiana di illustri natali del IV o V secolo.Lettera anonima successiva al 1794, Roma, Archivio dello Stato, Camerale II, Antichità e Belle Arti, vol. 6, 161, citata in .

Della Somaglia ritenne che sarebbe stato inutile conservare il tesoro e che sarebbe stato meglio venderlo e darne il ricavato alle monache, affinché si potesse «far così risentire in effetto i vantaggi della Divina Misericordia, che con un caso si accidentale s'era degnata di provederla».Lettera anonima successiva al 1794, Roma, Archivio dello Stato, Camerale II, Antichità e Belle Arti, vol. 6, 161, citata in . Furono contattati diversi possibili acquirenti, e la scelta ricadde sul barone von Schellerscheim, un prussiano residente a Firenze: nel febbraio 1794 il tesoro fu venduto per il suo valore venale, le 1.014 once d'argento valutate 1.115,40 scudi, con un piccolo sovrapprezzo dovuto alla sua antichità e un totale di 1.450 scudi..

Il barone collezionista conservò il tesoro per diversi anni, ma entro il 1827, anno dell'edizione illustrata pubblicata da Visconti,. lo aveva venduto all'ambasciatore francese presso il Regno delle Due Sicilie, il duca de Blacas. Il duca, legato al re francese Carlo X, abbandonò l'incarico alla caduta del sovrano, nel 1830, per poi morire nel 1839, ma solo nel 1844 il figlio ed erede poté mettere le mani sulla residenza parigina del padre, dove verosimilmente era conservato il tesoro. L'ultimo passaggio di mano avvenne nel 1866, quando il figlio di de Blacas vendette tutta la collezione del padre, ivi incluso il tesoro dell'Esquilino, al British Museum; a questa data, il tesoro era incrementato da altri pezzi, che gli erano stati associati sebbene non fossero stati ritrovati nel 1793..

Composizione del tesoro La composizione del tesoro, in assenza di un preciso inventario dei pezzi ritrovati nel 1793, è stata nota a lungo con poca precisione.

Nella sua relazione del 1793, Ennio Quirino Visconti citò 25 pezzi. Trent'anni dopo il ritrovamento, Seroux d'Agincourt citò 21 pezzi tra quelli descritti da Visconti, in quanto uno era in pessimo stato di conservazione e tre erano andati dispersi, forse venduti nel periodo precedente. Nel 1827, Pietro Paolo Montagnini-Mirabili pubblicò un'edizione illustrata che si rifaceva alla descrizione di Visconti, elencando dunque 27 pezzi, ma ne illustrava 47, in quanto, evidentemente, la collezione si era ingrandita con l'aggiunta di un piatto d'argento proveniente dal tesoro di Mâcon e di altri 11 pezzi d'argenteria di varia origine; di questi, però, i sei finimenti per cavallo sono considerati pertinenti al tesoro. L'erede del duca de Blacas, infine, vendette al British Museum 59 pezzi, cui vanno aggiunti altri due certamente riconducibili al tesoro e custoditi altrove: una brocca di bronzo conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli e una patera in argento appartenente alla collezione Dutuit a Parigi.

Nel 1985, Kathleen Shelton ha pubblicato un libro. sul tesoro in cui identifica 27 oggetti sicuramente riconducibili al tesoro: Shelton 1 - cofanetto di Proiecta; Shelton 2 - cofanetto da toletta, detto "delle Muse"; Shelton 3 - patera (collezione Dutuit); Shelton 4 - piatto scanalato; Shelton 5–13 - piatti con monogramma; Shelton 16 - bottiglia; Shelton 17 - brocca di Pelegrina; Shelton 18 - brocca (a Napoli); Shelton 30–33 - applicazioni per mobilio raffiguranti Tychai; Shelton 34–35 - applicazioni per mobilio raffiguranti mani; Shelton 36–41 - finimenti per cavallo.

Cofanetto di Proiecta

Il cofanetto di ProiectaBritish Museum, Department of Medieval and Late Antiquities, MLA 1866, 1229.1. Una copia è conservata a Roma, al Museo della Civiltà Romana. (dimensioni: larghezza 432 mm, lunghezza 559 mm, altezza 286 mm), il pezzo di maggior pregio del tesoro, è in argento, con lavorazione a sbalzo; è cesellato e scanalato, e ombreggiato attraverso una rete di piccoli punti. Dei nove pannelli in argento, sette sono dorati. È composto da un corpo e da un coperchio, uniti da tre cerniere; il corpo posa su tre piedini dei quattro originali e ha due maniglie sui lati corti. Il corpo è di forma rettangolare, e si allarga andando dal basso verso l'alto, mentre il coperchio ha la sommità rettangolare piatta e scende allargandosi, diventando più grande del corpo; quando chiuso, si forma una cornice orizzontale con un piccolo bordo verticale..

Il coperchio è suddiviso in cinque pannelli, tutti decorati con figure all'interno di una bordatura stilizzata di tema floreale. Il pannello frontale raffigura la toletta di Venere, con la dea che si specchia seduta in una conchiglia che emerge dalle onde; ai suoi lati, due tritoni su cui stanno due amorini, recanti uno un cesto di frutta l'altro un cofanetto. Una nereide accompagnata da un amorino campeggia su ciascuno dei pannelli laterali, in uno mentre cavalca un ippocampo, nell'altro un cetaceo. Il pannello posteriore raffigura due cortei di persone, ciascuno composto da un uomo (a sinistra) e una donna (a destra) preceduti da un giovinetto e seguiti da una ragazza, che avanzano verso una struttura architettonica centrale, dotata di colonne e diverse cupole; i cortei di accompagnamento recano cofanetti, brocche, candelabri e altri oggetti.«Projecta Casket», British Museum. Il pannello centrale raffigura due amorini che sorreggono una corona che richiama le ghirlande che incorniciano i pannelli, chiusa in basso e con una rosetta o un gioiello sulla sommità. All'interno vi sono due busti, di una donna in ricchi abiti sulla sinistra e, sulla destra e in secondo piano rispetto a lei, di un uomo; la donna indossa una lunga tunica con maniche e un collare di pietre preziose, e regge con le mani un rotolo decorato; l'uomo ha la barba, indossa una tunica con maniche sotto la clamide e una fibula a balestra sulla spalla sinistra, e con la mano destra compie il gesto della parola, pollice verso l'alto e due dita distese..«Projecta casket», British Museum.

Le pareti del cofanetto sono suddivise in scomparti da strutture architettoniche composti da archi, alternatamente a tutto sesto e triangolari, che poggiano su capitelli corinzi, a loro volta posti sulla sommità di colonne a tortiglione. Sui pennacchi tra gli archi e la sommità del cofanetto sono disposte coppie di canestri di frutti, uccelli e, verso gli angoli, rosette. Al bordo interno di ciascun arco sono fissate delle tende, aperte per rivelare la presenza al loro interno di figure. Quella posta nell'arco centrale del pannello frontale è una matrona romana dedita alla propria toletta: seduta su una preziosa sedia, veste un colobium sopra un'ampia e lunga tunica, su cui indossa alcune collane; la sua acconciatura è particolarmente elaborata. I suoi gesti richiamano quelli di Venere nella raffigurazione della divina toletta sul coperchio del cofanetto: girata verso sinistra, dove un servitore regge uno specchio, la matrona si orna i capelli con uno spillone, mentre nella sinistra regge una pyxis. I restanti archi rivelano le figure di undici servitori, vestite con tuniche lunghe o dalmatiche con clavii e maniche decorate le donne, con tuniche aderenti decorate con clavii e orbiculi gli uomini; tutti recano oggetti, come lo specchio e il cofanetto rettangolare delle figure sul pannello frontale, o il cofanetto circolare, la brocca, il vaso, lo specchio e i candelabri delle altre figure..

Sul bordo del coperchio, sotto il pannello frontale corre l'iscrizione augurale in lettere capitali alla padrona del cofanetto e a suo marito, SECUNDE ET PROIECTA VIVATIS IN CHRIS, «Secondo e Proiecta viviate in Cristo»; sulla parte sinistra del bordo frontale del coperchio si trova inciso il peso del materiale prezioso usato per la fabbricazione del cofanetto, in lettere capitali ottenute con puntini: P XXII III S, «ventidue libbre, tre once, una semioncia».

Il cofanetto è stato sempre interpretato, insieme all'altro cofanetto da toletta, come facente parte del servizio da toletta di una matrona romana, identificata con la Proiecta dell'iscrizione. L'iconografia delle decorazioni è tipica dei doni nuziali, ma l'immagine degli sposi nel tondo sul coperchio rimanda piuttosto ad una coppia già sposata. L'idea alla base dell'iconografia decorativa è il paragone tra la proprietaria del cofanetto e la dea della bellezza, Venere. Con gli stessi gesti di Venere seduta nella conchiglia, la matrona, seduta su una sedia, si appresta alla propria toletta, servita da uno stuolo di servitori che le portano tutto il necessario, così come Venere è servita da personaggi mitologici. La scena sul retro, prima interpretata come raffigurazione della cerimonia nuziale della domum deductio, è stata successivamente riconosciuta come un corteo che si reca alle terme pubbliche..

Cofanetto delle Muse Il cofanetto delle MuseBritish Museum, Department of Medieval and Late Antiquities, MLA 1866, 1229.2. (dimensioni: diametro 327 mm, altezza 267 mm) fu probabilmente realizzato contemporaneamente al cofanetto di Proiecta.