Il Gruppo TIM, operante come TIM S.p.A. o Telecom Italia S.p.A., è un'azienda italiana di telecomunicazioni. La società è quotata nell'indice FTSE MIB della Borsa Italiana.
Offre servizi di telefonia fissa, pubblica, mobile, VoIP e Internet; fornisce servizi e prodotti per la comunicazione, l’intrattenimento, la digitalizzazione e la transizione digitale: offre prodotti per aziende e pubblica amministrazione tramite TIM Enterprise assieme a Noovle, Olivetti e Telsy. Gestisce infrastrutture di rete mobile 4G e 5G e la rete fissa in fibra ottica a livello internazionale attraverso Sparkle; tramite Fondazione TIM e Instituto TIM sostiene progetti ad interesse sociale. L'azienda è detentrice dell'omonimo marchio TIM per la vendita di servizi di telefonia fissa e mobile in Italia; è presente anche in Brasile con TIM Brasil, leader nella copertura 4G e 5G, e nella Repubblica di San Marino con TIM San Marino.
Membro dell'Istituto europeo per le norme di telecomunicazione (ETSI), è fornitore di servizi nel Sistema pubblico di connettività (SPC), avendo acquisito nel 2020 il relativo ramo di azienda di BT Italia, aggiudicataria della gara Consip nel 2016.
Il gruppo opera in Italia e in Brasile fornendo tecnologie e servizi digitali a supporto della transizione digitale di entrambi i Paesi. Sviluppa inoltre servizi e prodotti in un’ottica di crescita sostenibile e innovazione nel settore pubblico e privato, integrando principi di sostenibilità, strategia climatica ed economia circolare.
Storia Le origini
Il governo Mussolini, con il regio decreto-legge 8 febbraio 1923, n. 399, riorganizzò il sistema telefonico, dividendo il territorio italiano a partire dal 1925 in cinque zone gestite da cinque operatori differenti: in Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta (STIPEL), nelle Tre Venezie (TELVE), in Liguria, Italia centrale tirrenica e Sardegna (TETI), in Emilia-Romagna e Italia centrale adriatica (TIMO) e nell'Italia meridionale e Sicilia (SET).
Nel 1964 le cinque società si unirono sotto il nome di SIP.
Nello stesso anno la Società Finanziaria Telefonica (STET), facente parte del gruppo IRI per il settore delle telecomunicazioni, giunse a controllare: Telespazio, azienda attiva nell'ambito delle comunicazioni spaziali, Radiostampa, azienda responsabile dei servizi telegrafici e radiotelegrafici, e Italcable, azienda impegnata nelle telecomunicazioni intercontinentali. Nel 1964 STET creò inoltre il proprio centro di ricerca sperimentale del gruppo, ossia il Centro studi e laboratori telecomunicazioni (CSELT) di Torino, e, nel 1976, il campus della Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli all'Aquila per le proprie attività di formazione.
Superata la crisi economica degli anni '70, che colpì anche SIP, gli anni '80 videro il piano di ristrutturazione della società con l'introduzione del nuovo marchio aziendale, una maggiore varietà di servizi e prodotti, nonché innovazioni sul piano tecnologico, come i nuovi sistemi informativi. Nel 1985, con il progetto San Salvador, cominciò il processo di digitalizzazione della rete telefonica su tutto il territorio italiano, a cui si aggiunse l'introduzione delle fibre ottiche, dopo avere realizzato in via sperimentale, nel 1977, la prima linea urbana a livello mondiale con progettazione e tecnologia CSELTGiuseppe Cocito et al., COS 2 experiment in Turin: Field test on an optical cable in ducts, IEEE Transactions on Communications, 1978, 26.7: 1028-1036..
Nel 1985 STET vendette alcune azioni SIP, passando dall'82% al 54% della quota azionaria, pur continuando a detenerne il controllo.
Nel 1993 iniziò l'avvento della rete intelligente, la quale offriva per la prima volta un'ampia gamma di servizi in tutta Italia, ad esempio il nuovo numero verde, esistente da qualche anno sulla rete telefonica generale (RTG) e sulla rete fonia-dati (RFD).
Il riassetto e la fusione STET-SIP
La nascita di Telecom Italia è strettamente legata al processo di liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, avviato negli Stati Uniti d'America all'inizio degli anni Ottanta e avvertito anche in Europa, dove fu fortemente connesso alla privatizzazione degli operatori nazionali.
Telecom Italia Telecom Italia nacque formalmente il 27 luglio 1994 a Torino, in Palazzo Vallesa della Martiniana con l'atto di fusione deliberato dalle assemblee del 19 maggio dello stesso anno di SIP con Iritel, Telespazio, Italcable e SIRM, società del gruppo STET già operative nel settore delle telecomunicazioni. Ciò faceva seguito al "piano di riassetto del settore delle telecomunicazioni" presentato al Ministero del tesoro dall'IRI il 30 giugno 1993, nel quadro delle disposizioni contenute nella legge n.58 del 29 gennaio 1992.
Telecom Italia Mobile Nel 1995, con una scissione parziale dalla casa madre, nacque Telecom Italia Mobile (TIM), il cui capitale era controllato per il 63,01% da STET. Per massimizzare l'incasso dalla prevista privatizzazione viene deciso, nel 1997, di portare avanti il piano cosiddetto di SuperSip, ovvero la concentrazione di tutte le attività operative nella società da mettere in vendita. La Finanziaria STET e Telecom Italia vennero quindi fuse: la nuova società prese il nome di Telecom Italia.
Verso la fine del 1996, durante la direzione di Vito Gamberale ed Ernesto Pascale, TIM fu il primo operatore mondiale a lanciare un piano tariffario basato su una carta prepagata su rete GSM, che generò in poco tempo una rapida crescita della telefonia mobileE. Bonetti, (Ed.), Casi di marketing, (Vol. 8), FrancoAngeli, 2012.. In merito allo sviluppo della rete in fibra ottica, venne inaugurato il progetto Socrate., poi abbandonato a causa dei costi elevati.
Privatizzazione Pagine Gialle Contestualmente, Seat Pagine Gialle venne scissa da Telecom Italia e nel 1996 venne portata a termine la privatizzazione a favore di Ottobi, cordata formata da De Agostini (maggior azionista), Telecom (20%), COMIT e Investitori Associati.
1997: la privatizzazione Sotto la presidenza di Guido Rossi e in seguito all'uscita di Ernesto Pascale, il 20 ottobre 1997 venne attuata dal governo Prodi la privatizzazione della società: dalla vendita del 35,26% del capitale si ricavarono circa miliardi di lire. La privatizzazione, che comportò la quasi totale uscita del Ministero del tesoro dall'azionariato Telecom, venne realizzata con la modalità del cosiddetto "nocciolo duro": si vendette cercando di creare un gruppo di azionisti che fossero in grado di farsi carico della gestione della società. In operazioni simili in altri stati, in particolare la Francia, il "nocciolo duro" venne invece mantenuto nella proprietà statale, anche se in appunto quota di minoranza, a titolo di garanzia e controllo della futura gestione. Il governo non prese in considerazione il piano proposto dalle associazioni di far aderire al capitale di Telecom gli oltre dipendenti.
A conclusione dell'OPV (offerta pubblica di vendita), le azioni vennero collocate a lire; il 27 ottobre 1997 Telecom Italia, privatizzata, fu collocata alla Borsa di Milano. A causa della scarsa risposta degli investitori privati italiani, il "nocciolo duro" non si rivelò in realtà tale: il gruppo, con capofila la famiglia Agnelli, riuniva solamente il 6,62% delle azioni e si rivelò molto fragile. Nel novembre 1998 Franco Bernabè venne scelto come amministratore delegato di Telecom Italia.
1999-2001: l'offerta pubblica di acquisto da parte di Olivetti Dal mese di febbraio 1999, Olivetti – già nel settore delle telecomunicazioni con Omnitel e Infostrada, cedute in seguito a Mannesmann – lanciò un'OPAS (offerta pubblica di acquisto e scambio) attraverso la Tecnost di Roberto Colaninno, riuscendo ad ottenere, nel giugno dello stesso anno, il controllo della società con una quota del 51,02%. L'OPAS andò a buon fine, nonostante la contrarietà di Bernabè, che considerava il documento del piano "lacunoso" e non conforme alla normativa vigente. Il Financial Times criticherà l'operazione.
Telecom Italia era una delle poche società ad azionariato diffuso italiane, in cui il Ministero del tesoro aveva ancora una quota del 3,5%, pari a due miliardi di euro. Il Tesoro non si presentò all'assemblea degli azionisti che doveva decidere le contromisure alla scalata, preferendo mantenere neutralità rispetto all'operazione. La legge sulla golden share avrebbe permesso al Tesoro il diritto di veto sull'operazione.
La somma con cui la scalata fu finanziata, complessivamente trenta miliardi di euro, venne raccolta per un terzo attraverso capitale proprio (aumento di capitale e vendita di Omnitel e Infostrada) e per due terzi attraverso il prestito bancario e la conversione delle azioni Telecom Italia in obbligazioni e azioni della Tecnost, la controllata di Olivetti che si era indebitata per controllare Telecom. A questo punto è Bell, una società con sede in Lussemburgo, a controllare a monte la catena con il 22% di Olivetti. Il gruppo Olivetti, con un fatturato da attività proprie pari a 1,3 miliardi e un debito di 16 miliardi, controllava il 51% del gruppo Telecom, che nel 1999 aveva un fatturato di 27,1 miliardi e un debito di appena 8,1 miliardi.
Conseguentemente all'espansione internazionale in Europa e in Sud America, iniziata durante la gestione pubblica, e in seguito all'acquisto di Seat Pagine Gialle, il debito del gruppo Telecom Italia salì a 21,9 miliardi, come dichiarato nel bilancio 2001. Il gruppo, per ovviare alla nuova e improvvisa situazione di presenza di esuberi, oltre 10 mila, annunciò un piano di pensionamenti.
Nel 2001, lo storico centro di ricerca CSELT, già IRI-STET, venne scorporato dopo quasi quarant'anni di ricerca a livello di eccellenzaVirginio Cantoni, Gabriele Falciasecca e Giuseppe Pelosi, eds., Storia delle telecomunicazioni, Vol. 1, Firenze university press, 2011.: il gruppo di tecnologie vocali effettuò uno spin-off, divenendo una nuova società, denominata Loquendo S.p.A. e controllata al 100% da Telecom; la parte più consistente, invece, divenne TILab (Telecom Italia Lab), pure controllata totalmente da Telecom Italia.
2001-2007: gestione Pirelli Olimpia e la fusione Olivetti-Telecom Italia Nel 2001, con il ritorno di Berlusconi al governo, Colaninno e i suoi soci decisero di passare la mano. Dopo diverse trattative, venne trovato un accordo con Benetton e Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli.
I nuovi proprietari di Telecom Italia pagarono 4,175 euro ad azione per il 23% di Olivetti posseduto da Bell, una cifra molto alta, considerando che sul mercato la quotazione era di 2,25 euro. Tale operazione permise a Tronchetti Provera di scalare prevalentemente a debito l'azienda, evitando il lancio di un'OPA. Quest'ultima sarebbe costata di più alla sua compagine azionaria, ma avrebbe ridotto il peso del debito della Olivetti in Telecom Italia.
La cessione del 23% ha creato una plusvalenza (1,5 miliardi di euro) ad appannaggio di Bell, società veicolo lussemburghese, grazie alla quale Colaninno ed Emilio Gnutti detenevano il controllo di Telecom. A causa di tale plusvalenza, Bell è stata indagata per evasione fiscale e multata dall'Agenzia delle entrate per 1,937 miliardi di euro. L'accertamento con adesione a cui hanno aderito i soci di Bell ha permesso la riduzione delle sanzioni a un quarto del minimo, così la società ha dovuto versare al fisco solamente 156 milioni.
Nel luglio 2001 Telecom era controllata dalla finanziaria Olimpia, partecipazione di Pirelli (al 60%), Edizione dei Benetton, Banca Intesa e UniCredito Italiano, a cui in seguito si era aggiunta Hopa, la finanziaria bresciana di Gnutti (tramite Holinvest, scatola cinese ) attraverso la quale Hopa deteneva il 3,7% di Telecom Italia. Il nuovo management del Gruppo fu dunque diretto da Tronchetti Provera e la sede legale fu spostata da Torino a Milano.