Biografia Nato a Potenzoni il 16 agosto 1803 e battezzato lo stesso giorno, fu un patriota e arciprete, attivo nei moti risorgimentali e anche fondatore della loggia massonica La Sebezia, di cui fu maestro venerabile.
Di famiglia colta e benestante, studiò nel seminario di Mileto e alla conclusione degli studi fu ordinato sacerdote e assegnato alla parrocchia di Pizzoni. Nel 1837, per motivi ignoti, lascia la diocesi di Mileto, trasferendosi come parroco a San Vito sullo Ionio.
Di carattere fermo e autoritario, entrò spesso in conflitto con le autorità locali e con i vicari della diocesi. Nel 1839, a causa di dissidi con il potere politico locale e accuse legate alla gestione di fondi per il restauro della sua chiesa, fu allontanato dalla parrocchia.
Affiliato alla Carboneria, alla Giovine Italia di Mazzini e alla Massoneria, Angherà fu un elemento di spicco dell'eversione antiborbonica in Calabria. Nel 1847 scrisse un celebre proclama rivoluzionario consegnato al nipote Francesco Angherà, anch’esso patriota.
La reazione borbonica cercò di annientare il nome stesso degli Angherà. La famiglia avrebbe subito torture disumane. Per l'arciprete si decise che dovette morire di freddo. Il fratello Nicola, ritenuto pazzo, fu ridotto alla disperazione in una cella gelida; il fratello Francesco dovette morire per qualche malattia procurata; Antonio, il fratello più piccolo, di soli 14 anni, fu internato nella casa paterna a Potenzoni e ridotto alla fame, costretto a vendere il proprio cagnolino, al quale era assai affezionato, per sopravvivere.
Dopo l'arresto e la successiva liberazione durante i moti del 1848, Domenico Angherà guidò gli insorti in Calabria, ma a seguito della sconfitta fu costretto a fuggire a Malta, dove lo raggiunse la notizia di essere stato condannato a morte in contumacia, condanna che rimase operante fino al 1860 quando la corte di Catanzaro dichiarerà abolita quell'azione penale. Durante l'esilio maltese visse in povertà, lavorando come accordatore di pianoforti e organi, ricevendo il plauso di Giuseppe Mazzini per la sua dignità e il suo aiuto agli altri esuli. Sull’isola ebbe contatti con Nicola Fabrizi e Adriano Lemmi.
Durante l'esilio e dopo il suo ritorno in Italia, intorno al 1861, Angherà si dedicò con ossessione alla risoluzione del problema matematico della quadratura del cerchio, pubblicando diverse opere . Sebbene si dichiarasse convinto di aver rivoluzionato la scienza, le sue teorie furono respinte dalla comunità scientifica dell'epoca.
Napoli divenne una località centrale della libera muratoria. Costituì il Grande Oriente confederato di Napoli e Palermo di rito Sozzese Antico e Accettato e si impegnò per l'emancipazione dalle superstizioni religiose, nonostante rimanesse formalmente un sacerdote.
Morì a Napoli in povertà. Le fonti sono discordi circa la data del decesso: alcune lo collocano nel 1873, mentre altre posticipano l'evento al 1881.
Note
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