Il divenire, inteso come mutamento, movimento, scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose, è stato uno dei concetti filosofici più importanti su cui si sono contrapposte visioni ontologiche di tipo statico (come quella eleatica) e di tipo dinamico (come quella eraclitea, e dell'atomismo leucippeo).

Il termine divenire, dal latino devĕnire composto di de (prep. che indica moto dall'alto) e venire («venire»), quindi propriamente "venir giù", in filosofia implica un cambiamento non solo nello spazio, come nel significato originario, ma anche nel tempo.Enciclopedia e Vocabolario Treccani alla voce corrispondente

La difficoltà del concetto La problematicità della definizione del divenire inizialmente nasceva dalla considerazione che la sostanza primigenia (Archè) doveva concepirsi come unica, immobile ed immutabile: ma se così era, come si spiegava la nascita da essa della molteplicità delle cose? Se all'inizio, come ad esempio sosteneva Talete, l'essenza unica era l'acqua, tale doveva rimanere per sempre e non dar luogo alla molteplicità degli esseri.

La difficoltà, anche se non esplicitamente affrontata, si presentava al pensiero dei primi filosofi della Ionia che cercano di superarla parlando di una sostanza, sempre identica a se stessa, ma vivente. Tutto vive (panpsichismo e ilozoismo). È la vita della sostanza che spiega la molteplicità degli esseri che divengono, nascono e muoiono. Ma è chiaro che parlare di vita della sostanza equivaleva a una contraddizione in terminis, poiché si definisce sempre identica a se stessa, e quindi immutabile, qualcosa che in effetti vivendo diviene e muta continuamente.

Eraclito Il divenire è, secondo Eraclito, la sostanza dell'Essere, poiché ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione. Anche quello che sembra statico alla percezione sensoriale in verità è dinamico e in continuo cambiamento.

Questo concetto si concretizza nella tesi che individua nel fuoco (πῦρ, in greco) il simbolico principio di tutte le cose. Questo elemento simboleggia per antonomasia il movimento, la vita e la distruzione.

Il divenire è quindi la legge immutabile, il logos, «poiché tutto muta, meno la legge del mutamento», che regola l'alternanza di nascita e morte. È l'identità del diverso, ovvero l'elemento che unifica il molteplice (ciò che in tutte le molteplici cose è costante). Il divenire è infatti composto di opposti che convivono nelle cose: la strada in salita è la stessa anche in discesa, la fame rende dolce la sazietà ecc. Appare per la prima volta una concezione dialettica della realtà.

Ma non tutti sono in grado di riconoscere il logos, la legge che regola il mondo. Solo alcuni sono i "desti" che sanno riconoscere la legge comune del logos, gli altri, i "dormienti", vivono come in un sogno, sono prigionieri dell'opposizione, della lotta, del contrasto, incapaci di sollevarsi all'unità del tutto:

Eraclito, infatti, afferma che tutto scorre («panta rei»),In realtà il famoso motto panta rei non è attestato nei frammenti di Eraclito giunti fino a noi ed è probabilmente da attribuirsi al suo discepolo Cratilo che svilupperà il pensiero del maestro, estremizzandolo. Ma la formula lessicale "panta rei" verrà coniata ed utilizzata la prima volta solo da Simplicio in Phys., 1313, 11. che tutto è in perenne movimento, e la staticità è morte. In questa concezione, infatti, il divenire è la condizione necessaria dell'Essere, della vita stessa. Tipico è l'esempio del fiume: Eraclito afferma che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume, perché dopo la prima volta, sia il fiume (nel suo perenne scorrere) sia l'uomo (nel suo perenne divenire) non sono più gli stessi. «A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.49a Diels-Kranz» «Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.91 Diels-Kranz»

Anzi un suo discepolo, Cratilo obiettò al suo maestro che in effetti non ci si può bagnare nello stesso fiume neppure una sola volta poiché l'acqua che bagna il piede non è più la stessa che bagna la caviglia.

L'armonia delle cose, per Eraclito, sta proprio nel suo perenne mutamento e nel continuo contrasto tra gli opposti. Questo concetto è definito polemos ("guerra", "opposizione"), il quale permette l'esistenza di tutte le cose.

Influssi sullo stoicismo Questa concezione trapassò nello stoicismo, che riprenderà la metafora eralitea del fuoco applicandola al Logos come principio di una continua creazione e distruzione dell'universo.

Gli eleati

Gli eleati, al contrario di Eraclito, non hanno fiducia nei sensi che mostrano il movimento. La sensibilità genera l'opinione dei mortali che vivono nell'illusione per cui si crede vera l'esistenza del divenire come una mescolanza di essere e non essere. Ma il non essere non esiste e non può essere pensato.

Pensare ed essere sono dunque la stessa cosa per cui l'essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere: «Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole, quali vie di ricerca sono le sole pensabili: l'una che dice che è e che non è possibile che non sia, è il sentiero della Persuasione (giacché questa tien dietro alla verità); l'altra dice che non è e che non è possibile che non sia; questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile; perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile) né lo puoi esprimere» 28, B, 2 Diels-Kranz Com'è possibile del resto pensare alla nascita come un passaggio dal non essere all'essere e alla morte come un andare dall'essere al non essere? Nascita e morte non sono che apparenze dell'essere, ingenerato (nulla nasce dal nulla), eterno (nulla finisce nel nulla), immobile, unico (poiché se fossero due, dovrebbe essere separato dal non essere), compatto e ben definito (simile a una perfetta sfera).

Questa è la convinzione di Parmenide che si contrapponeva nettamente a quella di coloro che sostenevano la tesi di Eraclito.

A sostegno dell'essere immutabile parmenideo Zenone formulerà i suoi paradossi:

Il fine dei paradossi è quello di dimostrare che accettare la presenza del movimento nella realtà implica contraddizioni logiche superiori a coloro che negano il divenire ed è meglio quindi, da un punto di vista puramente razionale, rifiutare l'esperienza sensibile ed affermare che la realtà è immobile e il divenire non esiste.

I pluralisti Per uscire dall'impasse delle due teorie di Parmenide ed Eraclito, che appaiono, pur contraddicendosi, ambedue logicamente fondate, i filosofi pluralisti materialisti propongono una soluzione più razionalistica e naturalistica che assimili il divenire all'essere, accentuando il peso concettuale del primo rispetto al secondo.Giovanni Reale, Il pensiero antico, Vita e Pensiero, 2001, p.45

Per il divenire è essenziale pensare che ci sia una molteplicità di entità fondanti: gli esseri, e i pluralisti sostengono infatti che all'inizio della storia del mondo vi era una molteplicità di elementi primigenii con le proprietà dell'essere parmenideo, cioè eternità e immutabilità.

In questo modo la nascita non è un passaggio dal non essere all'essere ma un'aggregazione delle entità primitive che, ad esempio per Empedocle sono i quattro elementi di terra, acqua, aria e fuoco, per Anassagora quelli che egli chiama semi, per Leucippo gli atomi quali particelle elementari indivisibili.

Ognuno di noi nasce con un'aggregazione variabile di questi molteplici elementi primari, che rimangono di per sé sempre identici a se stessi ed immutabili. La morte non sarà altro che la separazione di questi elementi che se ne torneranno ciascuno per suo conto a far parte del loro essere iniziale.

Questa apparente soluzione della conciliazione dell'essere e del divenire, urtava però contro una difficoltà: se i molteplici esseri si presentavano e rimanevano all'inizio immutabili e quindi immobili, per salvaguardare le esigenze dell'essere eleatico, come si spiegava in seguito il loro aggregarsi e disgregarsi?

Il problema è in realtà avanzato dai monisti in opposizione ai pluralisti, ma ha una sua giustificazione. Infatti i pluralisti facevano intervenire dall'esterno delle forze quali l'Amore e l'Odio per Empedocle, o il Nous per Anassagora, che spiegassero l'aggregazione e la disgregazione degli elementi primari.

Un vero "Deus ex machina", secondo la critica di Aristotele che considerava il nous anassagoreo né più né meno che come quello strumento teatrale che, negli intricati drammi della commedia antica, faceva scendere, calato dall'alto, un personaggio divino che mettesse ordine nell'ingarbugliata trama dello spettacolo.

Leucippo Per Leucippo l'obiezione aristotelica veniva superata in quanto il movimento degli atomi nel vuoto non è più esterno, bensì intrinseco ad essi. La kìnesis atomica renderebbe perciò superfluo qualsiasi agente esterno atto a spiegare il divenire, seppure concepito ora in maniera puramente meccanica, privo di cause intellegibili. Ma è specialmente il concetto di vuoto a rivoluzionare profondamente ogni concezione ontologica precedente, divenendo l'antecendente primordiale dell'essere come condizione indispensabile dell'essere stesso

I sofisti A questo punto la soluzione del problema dell'essere e del divenire verrà messa da parte dall'avvento dei sofisti, i quali sosterranno che ciò che importa non è capire se sia vero e reale l'essere o il divenire, ma piuttosto conoscere come l'uomo si debba comportare nei confronti della realtà qualunque essa sia nella sua natura.

La filosofia pratica comincia a prevalere su quella teoretica e così continuerà ad essere con Socrate e Platone, sino a quando Aristotele proporrà la sua nuova definizione del divenire.

Platone Platone in particolare cercò di conciliare il divenire eracliteo con l'essere statico di Parmenide, riconoscendo da un lato la perenne mutevolezza dei fenomeni naturali, ma dall'altro escludendo che tali mutamenti avvengano in maniera casuale, essendo invece guidati da principi intelligenti, che tendono a riproporre sempre le stesse forme, strutturando la materia secondo criteri precostituiti.

Aristotele

Un approfondito studio del divenire si ritrova nella Fisica di Aristotele che si contrappone in modo diverso agli eleati, sostenitori dell'immutabilità dell'essere unico: esistono infatti per lui molteplici modi dell'essere.

Partendo dalla certezza, data per evidenza, che gli enti sensibili siano continuamente soggetti al divenire (e quindi al corrompersi e al morire) e al muoversi, lo Stagirita si occupa del movimento - inteso come il passaggio da un certo tipo di essere a un altro certo tipo di essere - del tempo e dei fenomeni fisici in generale, fornendo uno dei primi studi completi di fisica.

I concetti cardine della Fisica aristotelica sono:

il sostrato«[...] E sostanza è il sostrato, il quale, in un senso, significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto, ma un alcunché di determinato solo in potenza), in un secondo senso significa l'essenza e la forma (la quale, essendo un alcunché di determinato, può essere separata con il pensiero), e, in un terzo senso, significa il composto di materia e di forma [...]»(Aristotele, Metafisica, 1042a): è ciò che permane nonostante il mutare. Un essere umano, per esempio, da essere giovane diventa vecchio; dunque ha subito una mutazione, ma sempre dello stesso essere umano stiamo parlando che quindi possiamo definire come sostrato.