Piscinola è un quartiere di Napoli, situato nell'area nord della città. Nel quartiere è integrata anche la località di Marianella; insieme con gli adiacenti quartieri di Chiaiano e Scampia, Piscinola costituisce, a partire dal 2005, la municipalità VIII di Napoli.

Nell'ultimo censimento Piscinola contava una popolazione residente di circa abitanti.

Confina a nord con il quartiere di Scampia (via Cupa della Filanda, via Tancredi Galimberti, via Antonio Labriola, via Pietro Gobetti, via Oliviero Zuccherini), a nord-ovest con il comune di Mugnano di Napoli, ad ovest con il quartiere di Chiaiano (via comunale Spinelli, via Giovanni Ansaldo, via Giovanni Antonio Campano, via dei Ciliegi, via Emilio Scaglione, Strada comunale Cupa Toscanella, Strada comunale del Principe, Cupa Vecchia Napoli, via Cupa del Principe, via Gaetano Salvatore, via Marco Rocco di Torrepadula), a sud con il quartiere di San Carlo all'Arena (Vallone Saliscendi, via Vecchia San Rocco) e ad est con il quartiere di Miano (via Vicinale a Piscinola, via Vecchia Miano a Piscinola, via Giorgio Amendola, via Vittorio Veneto, via Rocco Marco di Torrepadula, via Raffaele Marfella).

Storia Tra etimologia e leggenda L'etimologia di Piscinola deriva dal termine piscinula, ossia "piscina" o "vasca", in riferimento forse ad un'antica struttura idraulica nelle vicinanze del primitivo insediamento abitativo. Nonostante il chiarissimo riferimento all'acqua, del tutto oscure sono l'ubicazione e le funzioni di tale vasca.

A quanto pare le vasche erano due: c'era una vasca più piccola e antica, chiamata “piscinella”, sita presso le masserie delle cupe Filanda, Teverola e Perillo, dalla quale forse derivò l'etimologia della località, chiamata tuttora "Piscinella“ ed un'altra vasca, posta più a sud e più grande della prima, di costruzione successiva. Altre ipotesi vogliono che villaggio si chiamò Piscinola per via dei numerosi pozzi, ma qui non esistono vene pozzolaniche o sorgenti.

Più sicuramente Piscinola deriva dal latino piscina-ae: piscina come abbeveratoio, serbatoio d'acqua, supposizione che resta più attendibile perché riprende un'anteriore tradizione orale in auge sino ai tardi anni cinquanta che recitava così: «dall'oblò lucernario del soppegno del palazzo Chiarolanza, c'era (sino al finire degli anni cinquanta) un curioso mezzobusto di monaco il cui indice della mano destra inclinata, indicava una precisa direzione, la cui proiezione, puntava nel bel mezzo della Piazza del Plebiscito...». In quegli anni si diceva che sotto quella piazza fosse seppellita una antichissima ed enorme piscina di costruzione etrusca o romana, il cui fondo celasse addirittura un favoloso tesoro, da cui il nome del Villaggio.

Resta il fatto che qui gli antichi, fecero le case sul corso delle “acquarole”, millenari corsi d'acqua alimentati per tre stagioni all'anno dalla pioggia, che scendendo dalla collina a sud, s'incanalava su tre letti, per via Vittorio Emanuele (o cap 'e 'coppa) e via S.S. Salvatore (sott 'a 'chiesa) e via G.A. Campano (a via nova 'e Chiaiano). I primi due corsi, confluendo, crearono la piazza o l'agorà del villaggio (piazza Municipio e piazza del Plebiscito) a nord per poi defluire in via Aquarola (abbasci' all'acquarone) e stagnare, dopo un lungo tratto, finalmente, nell'acquitrino di Scampia a nord-ovest, mentre il terzo corso, alla fine di via G.A. Campano deviava a sinistra della discesa in una strada sterrata detta (abbasci 'e 'massarie o abbasci 'o 'Perillo, Filanda, Teverola e Perillo), andando ad irrigare la campagna.

Queste terre, furono date ai veterani romani per difenderle dagli invasori, i quali collegarono questi numerosi pozzii tra loro e che una volta colmi, convogliassero l'acqua esondata in un grande manufatto di utilità pubblica.

Nel corso del tempo, la salubrità dell'aria di questo posto, le genuinità della terra e della sua gente, attrasse l'immaginario di alcuni cortigiani che pensarono di stabilirvisi edificando dei grandi palazzi, come il palazzo De Luna, palazzo Don Carlo o successivamente i palazzi Grammatico e Chiarolanza che, alla moda dei vecchi feudatari, li vollero difesi da altissime mura e con giardino e cortile interno e podere retrostante.

Dalle origini all'Impero romano La zona a Nord di Napoli, un tempo assai fertile, fu abitata da Opici, Osci e Sanniti, come testimoniano i numerosi reperti archeologici, rinvenuti all'inizio di questo secolo, anche se probabilmente i primi abitanti di Piscinola furono i veterani romani, reduci dalle guerre puniche. A quell'epoca, verso il 326 a.C. Roma estese il suo dominio a Sud e colonizzò la Terra di Lavoro assegnando, appunto, l'ager publicus (vale a dire appezzamento di terreno pubblico) ai veterani, sia per coltivarlo, che per difenderlo con le armi, in caso di sommosse da parte delle popolazioni locali, di recente conquista. La colonizzazione fu lenta e solo verso il 100 a.C. si svilupparono i primi insediamenti stabili: chiamati "castrum" o "oppidium". A questo periodo risalgono la maggior parte dei reperti archeologici, rinvenuti nel XX secolo, sotto le antiche masserie Filanda e Splendore o vicino alle masserie Fiore ed Epitaffio. Il ritrovamento di vasi, anfore, armi e numerosi oggetti di vita quotidiana, dimostrano la preesistenza nei luoghi anche di ville patrizie.

In molti documenti antichi l'abitato di Piscinola è spesso menzionato anche col toponimo di Terra del Salvatore, forse a causa dei possedimenti (grance) posseduti a Piscinola dal monastero esistente sull'isoletta di Nisida, chiamata a quei tempi "isola S. Salvatoris". È da ritenere che, proprio a causa di questo legame storico, i monaci del convento di Nisida ebbero a contribuire non poco alla diffusione del culto del SS. Salvatore presso gli antichi abitanti di Piscinola.

Piscinola ha, quindi, una storia bimillenaria. Fu colonia romana, come attestano i resti delle molteplici case signorili e degli accampamenti militari trovati recentemente. Dopo le guerre puniche, Piscinola si andò strutturando in centro abitato e identificata con l'appellativo di "Vicus" o "Villa", secondo la politica messa in atto dai romani nei territori conquistati e concessi ai Veterani romani, legati alla terra da uno speciale vincolo di residenza, con il compito di difendere i luoghi, anche con le armi. Tale status rimase attivo anche dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, anche se con forme diverse da quelle originarie.

Appartenente alla Liburia Atellana, Piscinola subì nell'Alto Medioevo diversi saccheggi e incursioni da parte di popoli conquistatori, tra i quali i Longobardi, in lotta contro il Ducato Napoletano. Con il "Pactum", siglato da Arechi con il duca di Napoli, nell'anno 786, che sancì la divisione della "Liburia" tra i Napoletani e i Longobardi, Piscinola divenne "Casale" del Ducato Napoletano. La parola "Casale" deriverebbe dal termine "Casati", ossia abitanti dediti alla coltivazione della terra. Nell'XI secolo divenne "Borgo normanno", dipendente dalla Contea di Aversa, quando il duca di Napoli Sergio IV cedette Aversa e alcuni Casali, a Rainulfo Dengrot (Rainulfo I il Normanno), come dote di nozze di sua sorella, che fu offerta in sposa al Conte, in segno della pace intervenuta tra i due popoli.

Dal medioevo ad oggi

La prima documentazione storica di Piscinola risale al VI secolo, quando Belisario, in guerra con i Goti, strinse l'assedio attorno alla città di Napoli. Alla fine, penetrato in città dall'acquedotto presso San Giovanni a Carbonara, sterminò la popolazione. Quindi si recò a Roma, dove papa Silverio lo rimproverò aspramente per la strage. Pentitosi, torno a Napoli l'anno successivo (536) e vedendo lo stato di abbandono della città, decise di ripopolarla. Perciò trasferì a Napoli gli abitanti dei casali circostanti (allora chiamati ville o vichi). Fra questi la villa più popolosa era quella di Piscinola. I primi documenti, nei quali si menziona il toponimo di Piscinola, sono gli atti notarili, che trattano la cessione di vari appezzamenti di terre. In alcuni di essi si citano anche le chiese Estaurite del SS. Salvatore e di S. Sossio. Il documento più antico risale all'anno 250.

Nei secoli che seguirono, Piscinola partecipò attivamente a tutti gli avvenimenti storici accaduti nella vicina Capitale del Regno.

La popolazione di Piscinola, fiera della propria dignità e delle proprie tradizioni rurali, è storicamente stata restia a qualsiasi tentativo di subordinazione ed ibridazione da parte della tendenza accentratrice cittadina. Già nel Medioevo, intorno all'anno 1000, mentre l'Italia meridionale si andava strutturando come Regno fortemente centralizzato, secondo l'organizzazione dei Normanni, Piscinola, come le altre località vicine, esprimeva una spiccata tendenza autonomistica, divenendo, come si è detto, "Casale".

Nascevano in quel periodo anche delle primordiali forme di assistenza ai cittadini indigenti, come l'"Estaurita": termine greco derivante dalla parola Stauros, ossia luogo dove era esposta la croce. Di origine laico-ecclesiastica, l'Estaurita esprimeva una capacità di amministrarsi autonomamente nei confronti del Clero, fornendo l'assistenza e i beni primari ai bisognosi: curava gli infermi, dotava di una dote le fanciulle povere da maritare, consolava i familiari dei moribondi, seppelliva i defunti, ecc. Il governo dell'Estaurita era guidato da due o tre membri estauritari (chiamati anche Maestri), eletti di anno in anno dagli uomini del Casale.

Queste forme di aggregazioni civiche (Casale ed Estaurita), già presenti nel periodo medioevale, dimostrano che all'epoca esisteva in questa zona un sistema politico-amministrativo molto più vicino al modello comunale, che si andava affermando in quel periodo nell'Italia centro-settentrionale, che non a quello monarchico, tipico delle regioni meridionali. Gli uomini del Casale, poi, si radunavano al suono delle campane nella piazza principale di Piscinola, davanti alla Chiesa del Salvatore, per discutere dei problemi riguardanti la loro comunità, non dissimilmente da quanto facevano, in quel periodo, i Comuni del centro-nord.

Nei secoli seguenti, con l'avvento degli Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi e Borboni, Piscinola continuò a difendere la propria autonomia, preferendo essere dichiarata Casale Demaniale Regio, piuttosto che feudale, per non sottostare ai dispotismi baronali dell'epoca, che imponevano ingenti tasse, in base ai "fuochi", cioè ai nuclei familiari. I "Casali Demaniali Regi" dipendevano, infatti, solo e direttamente dal Re, ricevendo gli stessi privilegi della Capitale.

L'autonomia fu difesa diverse volte, come nel XVII secolo, contro i Viceré spagnoli. In particolare, il 15 giugno del 1637, gli abitanti del Casale di Piscinola si sollevarono compatti, insieme a quelli di altri circa 30 Casali di allora, contro il Viceré don Ramiro de Guzman, duca di Medina, che voleva vendere i Casali ai Baroni; il Viceré voleva cedere il Casale di Piscinola al principe di Cardito. Nel 1679 i piscinolesi si "riscattarono", ossia pagarono al Viceré l'importo equivalente richiesto per la vendita del Casale ai Baroni: con i proventi raccolti in una colletta pubblica, riuscirono a conservare lo status di "Casale Demaniale Regio", quindi a rimanere nel Regio Demanio. Non sappiamo con certezza in quale anno poi divenne "Università", ossia realtà civica in grado di amministrarsi autonomamente.

Durante l'amministrazione francese di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e di Gioacchino Murat (1808-1815), Piscinola fu trasformata in Decurionato, eleggendo un proprio Sindaco.