Le parole e le cose è un libro di Michel Foucault, pubblicato per la prima volta in Francia da Gallimard nel 1966, con il titolo originale Les Mots et les Choses. Une archéologie des sciences humaines (Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane). Sia in quest'opera, sia ne L'archeologia del sapere, Foucault sviluppa la nozione di episteme.

Sembra che in principio Foucault preferisse il titolo L'Ordre des choses ("L'ordine delle cose"), prima di cambiarlo in quello attuale per accontentare il suo editore, Pierre Nora.Didier Eribon: Michel Foucault. Flammarion, 1991, pp. 182-183) Uno dei motivi per insistere sul titolo preferito — del resto successivamente utilizzato nella traduzione inglese, The Order of Things, e in quella tedesca, Die Ordnung der Dinge — sarebbe stato evitare la quasi omonimia con altri coevi scritti dello strutturalismo o della filosofia del linguaggio.Come, per esempio, nel caso di Willard Van Orman Quine: Word and Object, 1960.

Foucault s'impegna a rintracciare le origini delle scienze umane, particolarmente, ma non esclusivamente, della psicologia e della sociologia.

Contenuto del libro Il libro si apre con una descrizione e un dettagliato commento del quadro Las Meninas, di Diego Velázquez e della complessa composizione delle sue linee di piano e dei suoi effetti nascosti. «Può essere che ci sia, in questo quadro di Vélasquez, come la rappresentazione della rappresentazione classica e la definizione dello spazio che essa offre», scrive Foucault.

Successivamente viene sviluppata l'idea principale dell'opera, secondo cui tutti i periodi della storia hanno posseduto certe sottese condizioni di verità, le quali fondavano ciò che era ritenuto accettabile, come, per esempio, il discorso scientifico. Foucault sostiene che queste condizioni di possibilità del discorso sono cambiate nel tempo, dallepisteme di un periodo ad un altro, in modo più o meno progressivo. Jean Piaget, in Lo strutturalismo,Piaget, Jean (1970). Structuralism. New York: Harper & Row. p. 132. confronta l'episteme di Foucault con l'analoga nozione di paradigma propugnata da Thomas Kuhn. Foucault dimostra i parallelismi in tre campi, linguistica, biologia ed economia. Foucault indica queste "condizioni del discorso" utilizzando il termine "episteme", etimologicamente vicino alla nozione di epistemologia.Il termine episteme viene spesso tradotto semplicemente come "scienza" o "conoscenza", mentre in epoca contemporanea con il termine epistemologia viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue correnti. Foucault analizza qui le diverse trasformazioni delle scienze. Quelle del linguaggio: la grammatica generale evolve in linguistica; quelle della vita: la storia naturale, che si orienta verso la biologia. La "scienza delle ricchezze", che corrisponde a una mutazione dell'episteme da cui nasce l'economia moderna. La nozione di episteme non va confusa con quella di Weltanschauung (concezione del mondo), sostenuta da Dilthey ed espressamente avversata da Foucault.

Michel Foucault enuncia tre accezioni di "episteme": l'episteme del Rinascimento del XVI secolo, che sarà l'età della somiglianza e della similitudine; l'episteme classica, che sarà l'età della rappresentazione, dell'ordine dell'identità e della differenza (che non si può emendare esattamente per il divario che ci separa); l'episteme moderna (cui apparteniamo, e al cui riguardo per Foucault si tratta di farvi riferimento alla ricerca dei suoi limiti, delle sue soglie) che si identifica con il problema centrale del libro. L'episteme del sedicesimo secolo è oggetto del secondo capitolo, ed è anche l'analisi più breve; l'episteme classica è discussa in tutto il resto della prima parte e l'episteme moderna nella seconda.

Durante l'"età classica", la rappresentazione (idea) non è necessariamente connessa con gli oggetti esterni, pur essendo indispensabile per la loro "vera" conoscenza. La rappresentazione e l'oggetto non hanno alcunché in comune (somiglianza, proprietà fisiche), ma condividono la "struttura astratta", come, per esempio, la mappa di un territorio. Cartesio distingue tra la "realtà formale" e "realtà oggettiva" delle idee-rappresentazioni: la prima costituisce l'aspetto "concreto", materiale; il secondo quello astratto, che è il più importante. Le "idee chiare e distinte", sono delle rappresentazioni del tutto peculiari, poiché sono accessibili solo all'intuizione intellettuale e sono "vere" perché più "certe" di quelle sensibili. Inoltre, le idee certe sono indipendenti dagli oggetti (il pensiero potrebbe esistere anche se non esistesse alcun'altra cosa). § 3.2.

Tramite la disamina del cogito di Cartesio, Foucault spiega perché esso costituisca una certezza indubitabile all'interno dell'episteme classica, ma non all'interno dell'episteme moderna. Ci sono due possibili modalità di messa in discussione della forza del cogito. La prima è suggerire che il soggetto (il sé pensante, l'Io) che Descartes ritiene esista necessariamente nell'atto di pensare, sia qualcosa di più del semplice atto di rappresentare oggetti; quindi non possiamo passare automaticamente dalla rappresentazione al soggetto rappresentante. Ma per l'età classica questo non ha senso, poiché il pensiero è rappresentazione. Una seconda critica sarebbe che il "sé" come rappresentante potrebbe non essere "realmente reale" ma semplicemente il "prodotto di" (costituito da) una mente che è reale in un senso più pieno. Ma questa obiezione vale solo se possiamo pensare a questa mente "più reale" come avente il sé come oggetto in un senso diverso da quello di rappresentarlo, altrimenti non sussisterebbe alcuna ragione per dire che il sé come rappresentante sia "meno reale". Ma, ancora una volta, questo è proprio ciò che non può essere pensato in termini "classici".

Con Kant, secondo Foucault, avviene una vera e propria rivoluzione, perché le rappresentazioni, pur non essendo una copia delle cose in sé, sono l'unica via di accesso alla conoscenza "scientifica", che è l'unico tipo di conoscenza, per Kant. Il problema è rappresentato dal fatto che la conoscenza "oggettiva" non è più possibile nel senso "classico", perché gli oggetti, pur esistendo, diventano inaccessibili al soggetto conoscente. Quest'ultimo diventa trascendentale, nel senso che non si trova al di là o al di fuori del mondo dell'esperienza e della storia umana, bensì diventa l'insieme delle condizioni di possibilità del sapere. Con Herder e, poi, con l'idealismo tedesco, il soggetto diventa il creatore del reale, rispettivamente grazie al linguaggio e al pensiero.

Dopo Kant, dunque, il linguaggio diventa "autonomo" rispetto alla realtà oggettiva, mentre nel Rinascimento rimaneva ancorato alla divinità. Alla domanda di Nietzsche: "Chi parla?", Mallarmé, suo contemporaneo, risponderà: "Il linguaggio stesso".

Per il passaggio da quella che Foucault considera l'età classica (XVII secolo) al XX secolo, il filosofo francese identifica alcuni pensatori o testi che sono stati determinanti nella genesi dell'episteme moderna, tra cui, in ordine cronologico: La Logica di Port-Royal (pubblicata nel 1662), riflessione sulla logica, la grammatica, la sintassi cui parteciparono anche Cartesio e Pascal Adam Smith ed il suo La ricchezza delle nazioni Destutt de Tracy (verso il 1800).

Ancor più importante del linguaggio è la questione della "nascita dell'uomo". Il punto più importante riguardo a quest'ultimo, è che si tratta di un concetto epistemologico. L'uomo, dice Foucault, non esisteva durante l'età classica (o prima). Ciò non è dovuto al fatto che non esistesse un'idea degli esseri umani come specie o della natura umana come realtà psicologica, morale o politica. Piuttosto, "non esisteva una coscienza epistemologica dell'uomo in quanto tale". Nell'età classica l'uomo non c'era poiché i "classici" lo avevano sacrificato alla rappresentazione e non pensavano il "riferimento perpetuo del cogito dell'impensato", cosa che invece fa Kant nella Critica della ragion pura.Ferry e Renaud ritengono che, su questo punto, ci sia un'evidente aporia nella concezione di Foucault: "L'uomo, dunque, nasce con Kant, ma muore nello stesso tempo. Questo per due motivi: da una parte in quanto l'uomo che così nasce è proprio ciò che, per definizione, sfugge alla rappresentazione e non può che inabissarsi nel nulla; dall'altra, in quanto le scienze umane, sforzandosi di cogliere l'uomo, sprofondano di nuovo nel primato della rappresentazione. In conclusione, ed ecco il vero significato di tutta questa tematica, l'uomo non esiste né mai è esistito".

Specificità dell'opera

Per percepire lepisteme, scrive Georges Canguilhem a proposito di Foucault, è stato necessario «uscire da una scienza e da una storia della scienza: sfidare la specializzazione degli specialisti e tentare di divenire non uno specialista della generalità, ma uno specialista dell'inter-regionalità».Georges Canguilhem, «Mort de l'homme ou l'épuisement du cogito?» (Morte dell'uomo o l'estinzione del cogito?), Critique, luglio 1967. Non si tratta assolutamente per Foucault di categorizzare semplicemente periodi storici, lepisteme non è — per una data epoca — una sorta di grande teoria sottesa. Non è "la somma delle sue conoscenze o lo stile delle ricerche", bensì «lo scarto, le distanze, le opposizioni, le differenze […] è uno spazio della dispersione, è un campo aperto e senza dubbio indefinitamente descrivibile di relazioni».M. Foucault, Dits et Écrits I, Gallimard, coll. Quarto, in Réponse à une question, p. 704. Per comprendere lepisteme foucaldianaQuesto aggettivo derivato è traslitterato in blocco dal francese foucaldienne. bisogna uscire da un pensiero della storia che "prenderà tutte le scienze in una grande ondata". Lepisteme non è, paradossalmente, un oggetto in cui possa dispiegarsi l'epistemologia, è prima di tutto, e nel suo stesso sviluppo, il motivo per cui uno statuto del discorso è ricercato lungo tutto Le parole e le cose. L'oggetto è ciò che ci dice chi ci parla. Lepisteme si confronta dunque con la storia delle idee, con la storia delle scienze, è l'oggetto e il risultato di un'elaborazione concettuale dove "l'archeologia" rimpiazza "la Storia".Si può far riferimento alla prefazione di Les Mots et les Choses, p. 13: «ce qu'on voudrait mettre à jour,… c'est lépistémè… où les connaissances enfoncent leur positivité et manifestent ainsi une histoire qui n'est pas celle de leur perfection croissante, mais plutôt celle de leur condition de possibilité [...] Plutôt que d'une histoire au sens traditionnel du mot, il s'agit d'une "archéologie"» («ciò che vorremmo mettere in luce, … è lepisteme …, in cui le conoscenze affondano le loro positività manifestando in tal modo una storia che non coincide con quella della loro perfezione crescente, ma è piuttosto la storia delle loro condizioni di possibilità […] Più che di una storia nel senso tradizionale della parola, si tratta di una archeologia. È a partire da questo concetto di episteme, e dal suo rapporto con l'archeologia, che Foucault si afferma come il pensatore della discontinuità storica, pensatore della rottura. Certamente Foucault rifiuta nettamente tutta la storia continua, progressiva, ma il suo lavoro non consiste nell'opporsi alla storia delle scienze, delle idee (anche se queste ultime devono essere relativizzate e criticate), si tratta piuttosto per Foucault di tentare di farsi da parte, di rischiare il suo pensiero introducendo il significato per la coscienza stessa del distacco che si può percepire dal nostro proprio pensiero. Foucault definisce d'altronde il lavoro come «ciò che è suscettibile d'introdurre una differenza significativa nel campo del sapere, al prezzo di una certa pena per l'autore e per il lettore, e con leventuale ricompensa di un certo piacere, vale a dire di un accesso ad un'altra figura della verità».M. Foucault, Dits et Écrits II, in Des travaux, op. cit., p. 1186.