La famiglia PolizziPer famiglia Polizzi si intende in questa voce il noto lignaggio nobiliare siciliano corrispondente, e non i ceppi familiari solo omonimi, non inclusi nella parentela - naturalmente come in tutti i casi relativi a casate nobili -. Il cognome Polizzi è comunque il 1007° per diffusione in Italia, con 2184 persone, secondo i dati quantitativi maggiormente inclusivi derivabili dalla rete. Ad esempio, nella Provincia di Palermo, dove maggiore è la concentrazione rispetto alle altre provincie italiane, il cognome Polizzi risulta solo al 57º posto dopo quelli più diffusi, ma già in Provincia di Catania scende al 169°. Sui cognomi maggiormente presenti in Sicilia si rimanda alla voce Cognomi siciliani, dove ovviamente non compare il cognome Polizzi. Fonte: http://cognome.alfemminile.com/w/cognomi/cognome-polizzi.html costituisce un nobile lignaggio siciliano originato almeno nel XIV secolo. Questa famiglia rivestì differenti ruoli politico-militari nel corso della dominazione aragonese della Sicilia. Tra i suoi esponenti si annovera un prefetto della casa reale aragonese, dei capitani di giustizia, dei senatori, e membri di diversi ordini cavallereschi, come ad esempio Silvestro, nel 1730 membro dell'ordine monastico militare di Alcàntara.
Non meno rilevante della nobiltà di spada fu la nobiltà di toga, acquisita in particolare con la nomina regia, in vitalizio, di Vincenzo Polizzi a Maestro Razionale del Regno di Sicilia, nella seconda metà del Cinquecento. Il Polizzi, entrò nel Tribunale del Real Patrimonio, ufficio collegiale, avente funzioni di controllo, di registrazione e di giurisdizione in materia finanziaria e monetaria, composto da sei maestri razionali di nomina regia. Questi avevano la supervisione di tutti gli affari finanziari e di tutta la contabilità degli altri ufficiali pecuniari, partecipavano alle sedute del Sacro regio consiglio con parere vincolante sulla loro materia, e spesso corrispondevano direttamente con il sovrano senza passare attraverso il viceré. Altro membro del Sacro regio consiglio, negli stessi anni, fu Giovanni Bartolomeo Polizzi come giudice della regia Gran corte civile, carica però solo biennale.
Tra gli altri furono cavalieri di Malta: Antonio Polizzi, regio milite per investitura di Ferdinando II di AragonaSalvo, p. 164., cavaliere di Rodi nel 1495, Giuseppe Polizzi, cavaliere di Rodi nel 1496, Lorenzo Maria, intorno al 1590, Domenico, Gaspare, Silvestro e Giuseppe dei marchesi di Sorrentino, nel XVIII secolo. Francesco Polizzi fu nel 1790 cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro, con relativo titolo personale di Conte Palatino e nobiltà generica per i discendenti.Arona, p. 294-295; Castelli, p. 141. Domenico entra nell'ordine di Malta il 7 maggio 1729; Gaspare il 18 giugno 1769; Giuseppe il 2 settembre 1795: Bonazzi di Sannicandro, p. 171. Per Francesco cavaliere aurato si veda Castelli di Torremuzza, p. 141.
Secondo i genealogisti del passato la famiglia Polizzi "godette nobiltà in Palermo, Castrogiovanni, Troina, Messina, Randazzo, ecc."Mango, Nobiliario di Sicilia, in http://www.bibliotecacentraleregionesiciliana.it/mango/pitr%C3%B9.htm, "un ramo secondario passò in Caltagirone, da dove si diramò in Catania". Il Mugnos individua diverse linee di discendenza derivate da un Pietro vissuto nel Quattrocento: "Questi Pietro Polizzi fu padre d'Antonio, che fu Secretario del Regno nel 1495 che procreó à Pietro Paulo Leggista, il quale anche a Vicenzo ,e costui al dottor don Nicolo che fu padre di don Gaspare, e i predetti procrearono molt'altri figli che furono progenitori di molte case della loro famiglia in Sicilia".Mugnos, 1., p. 208. Il dottor Don Cola o Nicola figlio di Vincenzo - il Maestro razionale - è ripreso dal Mugnos in altro passo come padre di Lorenzo, che da altre fonti sappiamo appartenere al ramo di Castrogiovanni.Mugnos, 2., p. 117; Giovanni de' Capuccini, p. 352.
Del ramo iniziato nel Cinquecento in Alcamo da Stefano, si sa solamente che il figlio Vincenzo, noto giureconsulto, nacque in Cerami, fu sempre ascritto al ceto nobile, con parentele di rilievo, come ad esempio i Tornamira, i Patti e i Colonna-Romano, usò fino in epoca borbonica il titolo ufficiale di cavaliere ereditario e ufficioso di "barone"; si può dunque presumere che derivasse, dalla medesima famiglia nobile.Sulla presenza nella provincia di Trapani dei Polizzi ascritti alla nobiltà sin dall'anno 1583 vedi Ristretto di materie storiografe estratto dal Carvini, in https://www.trapaninostra.it/libri/Anna_Burdua/G_Castronovo_-_Casati_nobili_ericini/G_Castronovo_-_Casati_nobili_ericini_06.pdf. Il "nobile cavaliere" Paolo Polizzi da Alcamo, marito di donna Maria-Teresa Maurigi, intorno alla metà dell'Ottocento, è citato, ad esempio, nellAnnuario della nobiltà italiana, 12 (1889), p. 492.</ref>
Studi più recenti hanno approfondito la conoscenza del ramo di Troina,Fodale, Cantale, Troina: problemi, vicende, fonti, Roma: Herder, 1998. da cui discesero i marchesi di Sorrentino e Motta Camastra, e quello di Castrogiovanni da cui discesero i baroni del Pizzuto, questi ultimi possessori di feudi e rendite feudali anche nel Marchesato di Geraci.Cancila, Nascita di una città: Castelbuono nel secolo 16., Palermo: Associazione Mediterranea, 2013.
Resta invece ipotetica l'appartenenza dei Polizzi di Gerace e Napoli al medesimo ceppo siciliano, sembrerebbe fondata solo sull'uso del medesimo scudo araldico e sulla notizia di un attestato di nobiltà generosa (200 anni) richiesto a Palermo da un Polizzi napoletano a fine Settecento.
Origini
L'etimologia del cognome deriverebbe dal piccolo comune di Polizzi Generosa in provincia di Palermo, il cui toponimo, a sua volta, ha origini greche (bizantine) nel termine polis (città).L'etimologia del toponimo è confermata dal geografo Al Idrisi e dalla documentazione di epoca normanna che presenta le grafie Polis e Polic, latinizzate in Politium e Policium. Cfr.: , 1990.
Un documento di dubbia autenticità, ovvero un diploma d'investitura dato a Napoli da re Carlo I d'Angiò risalente all'anno 1272, concerne Simone da Polizzi, nominato castellano di Castrogiovanni e addobbato regio cavaliere con gli ornamenti del Cingolo Militare (una tracolla di cuoio e seta rossa reggente la spada) e degli speroni d'oro.Il diploma del 1272 è in copia semplice, non autentica, e di epoca moderna: al contrario non esiste traccia, nella coeva documentazione angioina, di tale personaggio Simone "de Polici" o Polisy. Geoffroy de Polisy fu vicario generale e maresciallo angioino in Roma nel 1276, giustiziere in Calabria Ultra, Capitanata e Contado di Molise negli anni 1277-1278, maresciallo angioino in Albania nel 1279-1280. Ma nella genealogia dei de Polisy - ramo cadetto dei conti di Tonnerre e Bar-sur-Aube - non trova posto alcun Simone. Geoffroy de Polisy (Polizi, Polici, Policiacum in latino medioevale) fu signore in Champagne dei castelli di Saint-Phal, Montigny-les-Monts e Jouancy, e in Sicilia barone di Calatabiano: Rôles des fiefs du comté de Champagne, pp. 80-84; Documents relatifs au comté de Champagne, p. 203. Al novello cavaliere sarebbe pur stato concesso, in tal occasione, lo scudo araldico di verde al castello di tre torri sormontato da tre gigli, il tutto d'oro. Nella stessa carica di castellano di Castrogiovanni sarebbe succeduto nel 1398 il pronipote Filippo Polizzi, per i servizi resi alla monarchia aragonese nella riconquista del castello di Calascibetta, sottratto alla fazione ribelle dei ChiaromonteAgnello, p. 312, 317.
I Polizzi, o meglio da Polizzi poiché all'epoca non era ancora un cognome, sembrano insediati già da tempo nell'Agrigentino nel 1365, quando vengono citate delle proprietà che portano il nome di un tale ser Frisone: la “Muntagna di siri Frixuni” e la “contrata que dicitur siri Frixoni” , beni appartenuti al figlio Ruggero di Frisone e poi venduti al medico Gerardo da Terrana. Altro figlio di ser Frisone fu Simone da Polizzi - “figlio di Frixuni de Policzi” - che viene ricordato in privilegi di re Martino del 10 maggio 1399 e dell'8 maggio 1400, in cui si restituiscono i beni a Simone – vassallo del castello di Burraiti sempre nell'Agrigentino - e al già ribelle Luca Formosa, barone di Canicattì, patrono di Simone e a sua volta accolito del ribelle marchese fu Guglielmo Raimondo III Moncada.<ref>Barberi, Il 'Magnum Capibreviuim, 2., p. 604; Fodale, pp. 157-159. Con ogni probabilità ser Frisone fu un ricco proprietario esercente il notariato - con il caratteristico titolo di 'ser' - probabilmente lo stesso Frisone da Polizzi figlio del notaio Giovanni da Polizzi (già defunto nell'anno 1351 e anch'esso agrigentino) e fratello di altro Simone.Pasciuta, p. 396.
In effetti, secondo il genealogista del XVII secolo Filadelfo Mugnos, il capostipite della famiglia sarebbe stato un Simone/Ximenio da Polizzi, agrigentino, che "per militari servigi dal Re Federico III ricevette il feudo di Burraiti a Girgenti" (Agrigento). Questo è confermato dall'atto della Cancelleria del Regno di Sicilia del 14 febbraio 1375: Federico IV di Sicilia concede il feudo Burraiti, posto in Val di Agrigento presso il feudo Grancifuni, Fabaria e Misilini, a Simone da Polizzi, essendo morto, senza figli legittimi, Manfredi Calcia, figlio ed erede del milite Manfredi Calcia. Burraiti all'epoca era un castelletto-masseria disabitato (a parte il massaro e i famigli), nell'attuale territorio di Favara, con un reddito fiscale di 15 once d'oro annue e l'obbligo del servizio militare di un cavallo alforato (munito di barde di ferro e cuoio, con sopra il cavaliere protetto da un'armatura leggera). L'asse ereditario dei Calcia - procuratori dei potenti Chiaromonte - comprendeva in Agrigento un palazzo, adiacente a altro palazzo posseduto per metà in condominio ossia l'hospicium detto La Turri e una taverna nella piazza principale della città detta La Mirguliate.Marrone, p. 805; Antinoro, Il territorio di Favara, in https://www.favara.biz/memorie_storiche/centro_storico.htm; Fodale, pp. 158-159.
Simone fu privato del feudo di Burraiti nel 1390, quando fu concesso a Giovanni Margarit, il quale però vi rinunciò immediatamente. L'8 giugno 1393 re Martino riconcesse i diritti sul feudo a Simone da Polizzi. Per poi riprivarlo del feudo per la presunte adesione di Simone alla ribellione del citato Guglielmo Raimondo III Moncada, marchese di Malta e conte di Augusta, Adernò, Caltanissetta e Sclafani.Barberi, p. 186. Il Moncada, peraltro, circondava il castello di Simone del quale probabilmente fu pur suo signore feudale, possedendo Naro, Favara e Sant'Angelo Muxaro. Nel 1397 il Moncada scatenò una ribellione contro la monarchia, che aveva sempre appoggiato, e riuscì a coinvolgere anche altri baroni, tra i quali Antonio Ventimiglia, conte di Collesano, e Bartolomeo d'Aragona, conte di Cammarata. Il malumore del Moncada contro i Martini fu causato dall'esclusione dal Consiglio regio, che si era formato quando Martino il Vecchio era tornato in Aragona, e dal catalano Bernardo Cabrera, conte di Modica e grande ammiraglio, che aveva egemonizzato il regno. Simone e il Moncada furono dichiarati ribelli da una sentenza della Gran Corte riunitasi alla presenza di re Martino; al marchese di Malta, governatore regio di Agrigento, gli fu tolta la carica di gran giustiziere e gli furono confiscati tutti i beni; tra questi la Guastanella, il feudo di «Rayalthurco», la terra di «Petra Jancasii», la «terra et castrum Muxari» (Sant'Angelo Muxaro) che fu infeudata alla famiglia de Marinis, «Petra Calathasunderij» che andò a Tommaso de Azinellis.