Il dalmatico o dalmata era una lingua romanza (o, secondo alcuni studiosi, un gruppo di lingue romanzeSi vedano ad esempio i lavori di Muljačić (1997) e Chambon (2014) citati in bibliografia) parlata un tempo lungo le coste della Dalmazia, dal golfo del Quarnaro ad Antivari.
Descrizione
A partire dal lavoro di Bartoli il dalmatico è stato suddiviso tradizionalmente in due varianti principali, in base soprattutto alla documentazione storica disponibile: il settentrionale o veglioto, così chiamato perché proprio dell'isola di Veglia; il meridionale o raguseo, per il quale esistono attestazioni antiche relative a documenti e memorie della Repubblica di Ragusa;
Tale bipartizione, accettata inizialmente da gran parte della comunità dei romanisti, seppur giustificata in qualche modo dal materiale documentario disponibile, presenta alcuni aspetti critici legati soprattutto alla diversa collocazione temporale dei reperti (XIV/XV secolo per il raguseo, XIX secolo per il veglioto). Le scoperte avvenute, a partire dalla prima metà del ‘900, di “resti” dalmatici (vocaboli di origine romanza non riconducibili al veneto nei dialetti croati locali ed elementi di toponomastica) in diverse località delle costa dalmata e delle isole hanno gradualmente messo in discussione la classificazione bartoliana.
In particolare il fatto che in realtà una buona parte dei documenti storici attribuiti inizialmente al Raguseo provengono da Zara ha portato prima Rosenkranz (1955) e poi Zamboni (1976)Si vedano i lavori di Rosenkranz (1955) e Zamboni (1976) citati in bibliografia. In particolare Rosenkranz a p. 279 afferma: "Si identificano certamente tre centri di sviluppo: Veglia, Zara e Ragusa, ma è poco probabile che si possano tracciare frontiere dialettali strette, determinate da fasci di isoglosse più marcate". a ipotizzare almeno una tripartizione Veglia-Zara-Ragusa, aggiungendo così lo jadertino (dal nome dalmatico di Zara: Jadera) al novero delle principali varietà linguistiche dalmatiche.
Negli anni ’90 dello scorso secolo, da alcuni studi sulle sopravvivenze di elementi neolatini nelle varietà albanesi settentrionali, il romanista croato Žarko Muljačić ha supposto l'esistenza di un ramo esteso a sud delle Bocche di Cattaro, al quale ha attribuito il nome convenzionale di labeatico.
Sulla base di queste e altre considerazioni per il periodo intorno all’anno 1100, Muljačić nel 1997Si veda l'articolo di Muljačić (1997) in bibliografia ha identificato tre “lingue medie”, a cui corrispondevano altrettanti centri di irradiazione: lo jadertino (Zara/Zadar), il raguseo (Ragusa/Dubrovnik) e il labeatico (Antivari/Bar). Dallo jadertino, che corrisponde al dalmatico settentrionale della vecchia classificazione, dipendevano una serie di “lingue basse” (veglioto, osserino, arbesano, traurino, spalatino). Il dalmatico, inteso come entità unitaria, lascia quindi il posto ad un complesso di lingue dalmato-romanzeSi veda ad esempio quanto dice Kramer (2009), a pagina 628: "Muljačić all’inizio credeva, come tutto il mondo accademico, nella presenza di una sola lingua dalmatica che costituiva un trait d’union fra l’italo-romanzo e il balcano-romanzo, ma a partire dall’inizio degli anni Novanta in poi si convinse della necessità di ammettere almeno tre lingue dalmatiche, più esattamente middle languages, con centri a Zara, Ragusa e Bar"..
Storia Le origini
Con la caduta dell'impero romano d'occidente le popolazioni romanizzate dell'Illiria rimasero in balìa di alcuni popoli bellicosi, principalmente Avari e Slavi. Nel VII secolo la regione risultava ormai divisa in due entità: la Dalmazia, cioè la costa, e l'area montuosa interna. Mentre la seconda era stata slavizzata (anche se sopravvivevano gruppi neolatini, come i Valacchi), la prima resistette alle invasioni e mantenne la sua identità originale; la popolazione era riuscita infatti a rifugiarsi in porti fortificati come Zara, Spalato e Ragusa, sebbene si sappia di comunità di lingua romanza, almeno nei primi secoli, pure nell'immediato entroterra, in aree come quella del lago di Scutari.
Dall'apogeo alla decadenza
Secondo Matteo Bartoli, nell'XI secolo oltre 50.000 persone parlavano il dalmatico.
Con le conquiste della Repubblica di Venezia il dalmatico fu in gran parte sostituito dal veneto: sembra ad esempio che nella città di Zara questo cambiamento sia avvenuto già prima del Rinascimento.
Il dalmatico, nella sua forma di dialetto raguseo, fu invece la lingua dominante della Repubblica di Ragusa sino al XII secolo e diffusa fino alla fine del Quattrocento.
Grazie a Giovanni Conversini da Ravenna (1343-1408), che si lamentò di non poter comunicare con gli abitanti, sappiamo che alla fine del XIV secolo il dalmatico era ancora una lingua diffusa a Ragusa tra i vari strati sociali. Le classi più elevate erano comunque bilingui o trilingui, parlando sia il latino, sia l'italiano, sia il dialetto slavo di Ragusa. Filippo de Diversis riporta che negli anni 1434-1440, quando insegnava la grammatica latina a Ragusa, nei tribunali si parlava ancora in dalmatico, ma gli stessi giudici parlavano con lui in italiano.
Il dalmatico cadde in completo disuso a Ragusa verso la fine del Quattrocento o l'inizio del secolo successivo. Per il grande umanista raguseo Elio Lampridio Cerva (1460 circa - 1520) il dalmatico era già una lingua dimenticata, un ricordo dell'infanzia.
In alcune aree limitate, come le isole del Quarnaro e forse Lissa, il dalmatico sopravvisse probabilmente fino ai tempi di Napoleone come lingua comunemente parlata da comunità consistenti.
L'ultimo a parlare il dialetto settentrionale, Tuone Udaina, morì a Veglia per lo scoppio di una mina di terra nel 1898.
Prima di morire era stato intervistato dal glottologo Matteo Bartoli che nel 1906 pubblicò due volumi in tedesco sul dalmatico (Das Dalmatische), tuttora fondamentali per lo studio dell'antica lingua.
Il dalmatico dopo Tuone Udaina
In realtà, analogamente a quanto accaduto con altre lingue estinte, sono successivamente emerse testimonianze sull’esistenza di altre persone che conoscevano il Veglioto in tempi successivi alla morte del Burbur.
Particolarmente interessante a questo proposito è quanto afferma il linguista croato Petar Strčić in un articolo del 1998: si veda Strčić (1998) in bibliografia. Pag. 237-266. Il testo originale croato è:
"Naime, sada pok. mons. Ivan Zic Rokov, kanonik, generalni vikar i kancelar Krčke biskupije, povjesničar otoka te napose grada Krka, u kojem je proveo i najiveći dio svoga plodnoga životnoga vijeka, zatim sada takoder pok, Ljubo Karabaič, školski savjetnik y povjesničar otoki Krka, obojica Puntari, te spomenuti živući Anton Udina iz grada Krka rekli su autoru ovoga članka da su i neki drugi (talijanski i hrvatski) članovi obitelji Udina, kao i neki pripadnici drugih krčkih porodica, poznavali veljotski dijalekt, i to poslije tragične smrti sedamdesetsedmogodišnjega Burbura u lipnju 1898. godine. Štoviše, rekla su ta trojica, bilo je ljudi koji su poznavali taj dalmatski jezik i bolje od Burbura. Zanimljiv je i jedan podatak u novinskoj vijcsti o nesreći koja je iznenada skratila Burburov život. U nijoj se izričito kaže da je on posljednji u svojoj generaciji koji je poznavao i govorio - mi podcrtavamo - odlično stari romanski dijalekt Krk."
“Ora, il defunto mons. Ivan Zic Rokov, canonico, vicario generale e cancelliere della diocesi di Krk, storico dell'isola e soprattutto della città di Krk, dove trascorse la parte più fruttuosa della sua vita, e poi Ljubo Karabaič, anch’esso defunto, consigliere scolastico e storico dell'isola di Krk, entrambi Puntari, oltre al già citato Anton Udina, vivente nella città di Krk, hanno raccontato all'autore di questo articolo che alcuni altri membri (italiani e croati) della famiglia Udina, così come alcuni membri di altre famiglie di Krk, conoscevano il dialetto Veglioto, dopo la tragica morte del settantasettenne Burbur nel giugno del 1898. Inoltre, dissero i tre, c'era gente che conosceva quella lingua dalmata anche meglio dei Burbur. Interessante è anche la notizia contenuta nel giornale sull'incidente che improvvisamente stroncò la vita di Burbur. In esso non si afferma espressamente - sottolineiamo - che egli fu l'ultimo della sua generazione a conoscere e parlare l'antico dialetto romanzo di Veglia.”
Il dalmatico oggi Il dalmatico come lingua neolatina è dunque completamente estinto. Con dalmata si identifica oggi il dialetto croato detto čakavo-ikavo, parlato dai croati di Dalmazia, nel quale sono stati assunti a livello di prestiti diversi vocaboli italiani e veneti e nel quale sono ancora riconoscibili diversi elementi lessicali di probabile origine dalmatica.
Per quanto riguarda le popolazioni di lingua veneta e italiana della Dalmazia, esse sono oggi poco numerose.
Gli studi sul dalmatico
Le prime testimonianze
Giovanbattista Giustinian (1553)
Se si escludono alcuni precedenti accenni di dubbia interpretazione, la più antica testimonianza sull’esistenza di una lingua particolare a Veglia risale al 1553. Giovanbattista Giustinian, ispettore del governo della Repubblica di Venezia, nel visitare i porti della costa orientale dell’adriatico, registra che sull’isola, oltre al veneto e allo slavo, esiste "un idioma proprio, che assomiglia al calmone"Il termine “calmone” equivale a “gergo” e veniva utilizzato principalmente per indicare un misto di veneto e bergamasco parlato nei territori lombardi della Repubblica di Venezia.
Conrad Gessner (1555)
A due anni dopo risale il primo riferimento al Veglioto in un testo di ambito linguistico: si tratta del Mithridates dell’erudito svizzero Conrad Gessner, pubblicato nel 1555. Il libro contiene una rassegna delle lingue parlate nel mondo e a pagina 70 troviamo una breve nota sull’isola di Veglia:
Nell’Adriatico, verso l’Istria, non lontano da Pola, c’è un’isola non piccola, chiamata Vela o Vegla, distante forse due giorni di navigazione da Venezia, i cui abitanti, da quanto mi si dice, hanno una lingua propria che non ha nulla in comune con le vicine lingue Italica e Illirica.In Adria versus Istriam, non procul Pola, insula est, quam Vela aut Veglam vocant, bidui forte navigatione Venetiis distans, non parva: cuius incolas lingua propria uti audio, quae cum finitimis Illyrica et Italica commune nihil habeat.
Giovanni Lucio (1666)
Un’informazione più dettagliata sul dalmatico, e in particolare sulle varietà parlate nella zona di Spalato e Traù, è quella che ci fornisce lo storico Giovanni Lucio, originario di Traù, in “De regno Dalmatiae et Croatiae”, pubblicato ad Amsterdam nel 1666. A pagina 277 troviamo il seguente brano in cui, tra l’altro, viene per la prima volta rilevata una somiglianza con i dialetti della costa adriatica italiana: