Fu tra i più autorevoli sindacalisti italiani della prima metà del Novecento e deputato socialista dal dicembre 1919 al novembre 1926. Fu ucciso dai nazisti a Roma, in località La Storta, il 4 giugno 1944.
Biografia Nacque da Orlando e Maddalena Gusti. Costretto a lasciare la scuola dopo le elementari, fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato metallurgico alle Officine Marelli e poi alla Bianchi.
L'adesione al sindacato ed al Partito Socialista Nel 1905 aderì al PSI, militando nella fazione riformista di Turati, ed entrò nel sindacato degli operai metallurgici, divenendone poco tempo dopo membro del consiglio direttivo. Avversario di ogni estremismo politico, respinse la violenza come mezzo di lotta e abbracciò l'idea della gradualità delle conquiste sindacali (prima fra tutte la giornata lavorativa di otto ore), convinto che la democrazia dovesse essere in primo luogo nelle fabbriche. Nel 1911 fu eletto segretario generale della Federazione italiana operai metallurgici (F.I.O.M.), carica che conservò ininterrottamente sino al 1926, quando il sindacato fu sciolto d'imperio dal fascismo.
Si trasferì quindi con la famiglia a Torino, dove, a fronte del tumultuoso sviluppo della crescente industria automobilistica, era la sede nazionale della FIOM. Nell'aprile del 1912 fu eletto membro del consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.), organismo nel quale fu riconfermato ad ogni successivo rinnovo. Sotto la sua guida la FIOM, dilaniata dal conflitto fra sindacalisti "puri" e attivisti socialisti massimalisti che ritenevano che il sindacato dovesse essere solo uno strumento per la lotta politica volta alla conquista del potere da parte del proletariato, seppe riguadagnare il sostegno degli operai e riuscì nel 1913, dopo un lungo sciopero di tre mesi, a stipulare un accordo con valore di contratto collettivo, che prevedeva, fra l'altro, la riduzione di tre ore dell'orario settimanale di lavoroCfr. La voce "Bruno Buozzi" nel Dizionario Biografico degli Italiani dell'Enciclopedia Treccani.
Nel 1920 venne eletto per la prima volta deputato alla Camera per il Partito Socialista Italiano. Nel settembre dello stesso anno fu l'ideatore e il principale promotore delle agitazioni sindacali che culminarono nell'occupazione delle fabbriche metallurgiche.
Nelle elezioni politiche del 1921 venne rieletto deputato nelle liste del PSI. Schierato con la corrente riformista nel Congresso socialista di Livorno, nel 1922 seguì Matteotti e Turati nel Partito Socialista Unitario.
Al dibattito alla Camera sui pieni poteri al governo Mussolini, Buozzi disse: “C’è una sola dittatura necessaria in Italia, onorevole Mussolini: la vostra sui fascisti, per indurli alla disciplina. E voi non dovete cercare di indorare questa dittatura come una pillola, con i pieni poteri che ci chiedete. Io sono fra quelli che credono, salvo complicazioni internazionali, al superamento relativamente sollecito dell’attuale crisi finanziaria e senza provvedimenti di eccezione. Desiderosi quindi che non si esagerasse né nel prospettare la nostra situazione né nell’enunciare miracoli. I bilanci non sono squadre di azione. Si tratta di materia nella quale non bastano le affermazioni e gli ordini di stile militare”L. Sardi, Giacomo Matteotti: 100 anni fa il delitto di regime che svelò il vero volto del fascismo/3, L'Adige, 6 maggio 2024..
L'attività antifascista Nelle elezioni politiche del 1924 venne rieletto deputato nelle liste del PSU.
Continuamente corteggiato da Mussolini sin dal 1919, al contrario di altri eminenti sindacalisti socialisti che cedettero al collaborazionismo con il fascismo, a partire dall'11 giugno 1924, ovvero dopo la crisi politica determinata dall'omicidio Matteotti, iniziò a sfidare apertamente il regime, aderendo alla cosiddetta secessione aventiniana e rappresentando, insieme a Filippo Turati, il Partito Socialista Unitario in seno al "Comitato dei sedici".
Nel marzo del 1925, già nel periodo iniziale del regime fascista, guidò gli ultimi imponenti scioperi degli operai metallurgici. Nel dicembre del 1925, rimasto l'unico sindacalista di un certo rilievo a non volersi piegare di fronte al fascismo, si vide costretto da un imperativo morale a succedere a Ludovico D'Aragona nella guida della Confederazione Generale del Lavoro.
Nonostante fosse perseguitato dal regime, minacciato più volte di morte e aggredito dagli squadristi a Torino nel 1924, divenne segretario generale della CGdL nel dicembre 1925.
L'esilio a Parigi e in Francia
Per salvaguardare la propria incolumità, nell'ottobre del 1926 fu costretto a trasferirsi in Francia, ove ricostituì la CGdL in esilio. Si installò con la propria famiglia a Parigi, dove si occupò della difesa dei diritti dei lavoratori italiani emigrati all'estero e fece attiva opera antifascista attraverso la direzione del giornale "L'Operaio Italiano" che, pubblicato in formato ridotto, venne fatto circolare clandestinamente anche in Italia.
Intanto, il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati, riaperta su ordine di Mussolini per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei 123 deputati aventiniani, tra cui Bruno Buozzi. Militò nel PSULI di Filippo Turati, il nome assunto dal PSU in esilio nel 1927, e partecipò alle iniziative della Concentrazione antifascista e della Federazione Sindacale Internazionale.
Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito diresse l'opera d'organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti. L'ammirazione e la dedizione quasi filiale per Filippo Turati lo spinse a prendersi cura dell'anziano leader socialista fino alla sua morte: Turati si spense il 29 marzo 1932 proprio nella casa parigina di Buozzi.
L'arresto a Parigi, il confino in Italia e la liberazione Nel 1940 alla vigilia dell'occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours nella cosiddetta "zona libera". Nel febbraio del 1941 tornò nella capitale francese, spinto dal comprensibile desiderio di far visita alla figlia partoriente; il 1º marzo 1941 fu arrestato dai tedeschi su richiesta delle autorità italiane e rinchiuso nel carcere de La Santé, dove ebbe modo di ritrovare il collega e amico della CGdL Giuseppe Di VittorioCosì Giuseppe Di Vittorio raccontò le sue vicende carcerarie con Bruno Buozzi a Parigi: «Il nostro incontro avvenne nel febbraio 1941, nella prigione de La Santé. Ignoravo che anche Buozzi si trovasse rinchiuso nella stessa prigione. Un giorno, verso la fine di febbraio, la polizia hitleriana addetta alle funzioni carcerarie, trasse dalla monotonia delle celle d'isolamento un folto gruppo di detenuti per una corvée. Bisognava scaricare alcuni autocarri carichi di eccellente pane, destinato ai nostri carcerieri. Fummo raggruppati in un cortile, dal quale poi, per gruppi di dieci detenuti in fila indiana, scortati da guardie armate di mitra, si partiva carichi di sacchi ripieni di pagnotte, verso i magazzini dell'immensa prigione. Fu in quel raggruppamento di detenuti comandati alla corvée che rividi Bruno Buozzi. Appena i nostri occhi si incontrarono, con moto quasi istintivo manovrammo entrambi accortamente per avvicinarci l'uno all'altro. Riuscimmo appena a toccarci furtivamente le mani, giacché la severissima vigilanza dei nostri aguzzini tendeva a rendere impossibile ogni scambio di parole e di segni fra detenuti. Vidi gli occhi amichevoli di Buozzi brillare di gioia nel vedermi: ero la prima persona conosciuta e amica che incontrava in quella triste prigione, nello stato di angoscia in cui lo aveva gettato l'arresto. «Per me non m'importa nulla», mi disse subito: «mi preoccupa il grande dolore di mia moglie e della mia bambina, poveretti!». Un urlo da belva emesso da uno dei nostri guardiani, che aveva sentito il bisbiglio di quelle poche parole, troncò sull'inizio la nostra conversazione. Tuttavia riuscimmo a rimanere nello stesso gruppo di dieci e a marciare l'uno dopo l'altro nella corvée. Mentre salivamo uno scalone, curvi sotto il carico del pane, riuscii a dire a Buozzi parole di conforto per la sua famiglia e cercai di sapere le cause del suo arresto. Buozzi mi disse che la Gestapo hitleriana, ignara della sua vera personalità, voleva sapere da lui i motivi del suo arresto, dato ch'egli era stato arrestato su richiesta del governo fascista italiano, per essere trasferito in Italia, a disposizione di Mussolini. Bruno Buozzi aveva appena completato la frase, che uno dei nostri guardiani, con uno spintone improvviso a Buozzi - che mi precedeva - ci sbatté a terra entrambi, facendoci ruzzolare sulle scale, col nostro carico di pane, coprendoci d'improperi e di minacce. Fummo subito separati e riportati ognuno nella propria cella, col rimpianto di non aver potuto continuare il discorso e con le narici inondate dalla fragranza di quel pane fresco, che la fame ci faceva sognare ogni notte! Da quel momento, però, con la tecnica nota ai vecchi carcerati politici, riuscii a stabilire collegamenti quasi regolari con Buozzi mediante lo scambio di biglietti, con i quali ci mandavamo notizie e pensieri e qualche cibaria. Dopo alcuni giorni riuscimmo sovente a prendere l'ora d'aria quotidiana nello stesso cortile, dove la possibilità e la volontà dei detenuti di conversare fra loro sono più forti della più occhiuta vigilanza. Tutte le nostre conversazioni, partendo dal presupposto comune dell'assoluta necessità dell'unità sindacale, nazionale e internazionale, e dall'esigenza imperiosa dell'unità d'azione fra i due partiti, comunista e socialista - quale base fondamentale d'unità della classe operaia - rafforzavano continuamente il nostro accordo sulle questioni di maggiore interesse, relative alla riorganizzazione del movimento operaio italiano e alla ricostituzione democratica dell'Italia. Onore e gloria alla memoria di Bruno Buozzi!». da «Lavoro», n. 23, 6 giugno 1954, riportato in Rassegna Sindacale , il quotidiano online della CGIL., assieme al quale fu poi trasferito in Germania e, di qui, in Italia.
Il regime fascista lo assegnò quindi al confino a Montefalco in provincia di Perugia, ove rimase per due anni, prendendo alloggio in un piccolo stabile in prossimità delle mura urbiche. Sulla facciata è stata apposta una lapide commemorativa. Durante questo periodo poté comunque recarsi più volte a Torino per motivi di famiglia, trasferte che egli sfruttò anche per riprendere i contatti con esponenti sindacali e politici antifascisti.
Dopo il rovesciamento di Mussolini del 25 luglio 1943, venne liberato il 30 luglio 1943. Assieme a Sandro Pertini, giunto a Roma subito dopo essere stato a sua volta liberato dal confino di Ventotene, s'impegnò affinché fossero liberati dall'isola tutti i confinati:
Il 9 agosto 1943, il Ministro dell'Industria e Lavoro del Governo Badoglio, Leopoldo Piccardi, commissariò le strutture corporative fasciste e nominò Buozzi al vertice dell'"Organizzazione dei lavoratori dell'industria" (che, come tutti i sindacati di origine corporativa, il governo Badoglio intendeva ricostruire affidandola alle forze democratiche): Buozzi divenne commissario, il comunista Giovanni RovedaBuozzi ben conosceva Roveda, essendo stato questi Segretario generale della Camera del Lavoro di Torino. e il democristiano Gioacchino QuarelloAnche Quarello era ben conosciuto da Buozzi, avendo questi collaborato alla nascita di una sezione di operai metallurgici annessa alle prime "Leghe bianche" di Torino ed avendo ospitato nella sede della sua organizzazione i sindacati socialisti dopo che gli squadristi torinesi ebbero incendiato la Camera del Lavoro del capoluogo piemontese. vicecommissari. Giuseppe Mazzini fu nominato commissario della Confindustria.