In Romagna l'arrivo del Rinascimento produsse alcune importanti declinazioni artistiche nel panorama italiano. Pur influenzata dai grandi centri italiani, la regione sviluppò linguaggi autonomi grazie alle committenze delle signorie locali e alla fusione tra tradizione medievale e nuovi ideali umanistici.

Rimini fu il principale centro iniziale, dove Sigismondo Pandolfo Malatesta promosse una stagione artistica ispirata al modello urbinate di Federico da Montefeltro. Il Tempio Malatestiano, progettato da Leon Battista Alberti e decorato da Agostino di Duccio e Piero della Francesca, rappresentò il manifesto del nuovo stile rinascimentale in Romagna.

Dall’esperienza riminese seguirono quelle degli altri centri romagnoli:

a Cesena, la costruzione della Biblioteca Malatestiana sotto Domenico Malatesta Novello rappresentò un esempio di architettura ispirata a criteri di ordine e proporzione, espressione della cultura umanistica; a Forlì si formò una scuola pittorica autonoma, legata ai nomi di Melozzo da Forlì e Marco Palmezzano, caratterizzata da una solida impostazione prospettica e da un linguaggio figurativo equilibrato; Faenza si distinse per la produzione di ceramica, che con gli stili berettino, istoriato e compendiario trovò ampia diffusione in Italia e all’estero, integrando motivi rinascimentali e nuove tecniche con la tradizione artigianale cittadina; a Ravenna e Imola le nuove forme classiche furono adattate alle rispettive tradizioni bizantine e tardo-gotiche, producendo risultati di carattere locale ma coerenti con le tendenze artistiche del periodo.

Rimini

La stagione rinascimentale di Rimini fu per molti versi simile a quella di Urbino di Federico da Montefeltro, dipendendo esclusivamente dalle iniziative del suo signore, Sigismondo Pandolfo Malatesta (dal 1432 al 1468), che per i suoi progetti ambiziosi chiamò artisti di grande importanza da altre regioni, alcuni dei quali furono attivi anche a Urbino (come Leon Battista Alberti e Piero della Francesca). I caratteri autocelebrativi del Malatesta furono però più accentuati e, sia per la brevità che per la diversa statura intellettuale del suo protagonista, il Rinascimento a Rimini non riuscì a originare una cultura dotata di una propria, precisa, fisionomia, tanto è vero che alla morte di Sigismondo le fabbriche restarono interrotte e non si ebbero ulteriori sviluppi artistici.

Gli interventi di Sigismondo Pandolfo Malatesta su Rimini non si inquadrarono in un progetto urbanistico unitario, ma si limitarono a dominare l'abitato, segnalando inequivocabilmente la presenza del potere: la residenza fortificata di Castel Sismondo e il Tempio Malatestiano, mausoleo dinastico. La glorificazione del committente aveva il culmine nell'affresco di Piero della Francesca Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo (datato 1451), dove il telaio religioso si intreccia con aspetti politici e dinastici, come nelle fattezze di san Sigismondo che celano quelle dell'imperatore Sigismondo del Lussemburgo, che nel 1433 investì il Malatesta come cavaliere e ne legittimò la successione dinastica, ratificandone la presa di potere. Cesena

La signoria cesenate dei Malatesta a Cesena portò una vivace stagione rinascimentale, fino al 1465, morte di Malatesta Novello, per poi continuare brevemente durante il regno di Cesare Borgia. Di quella stagione resta soprattutto la Biblioteca Malatestiana, un'opera integra e straordinaria di influenza albertiana, intuibile dall'armonia delle proporzioni dell'aula. La qualità della luce, al tempo stesso, può evocare i capolavori di Piero della Francesca, la cui presenza in città è stata più volte ipotizzata. L'autore conclamato è comunque Matteo Nuti da Fano, ricordato nell'iscrizione del 1452, al cui fianco lavorarono Cristoforo da San Giovanni in Persiceto, che firma la porta d'ingresso, e lo scultore Agostino di Duccio, attivo pure a Rimini. Si ricorda, inoltre, il soggiorno di Leonardo da Vinci, nel 1502 per volere di Cesare Borgia, che fa rilievi alla Rocca e del porto di Cesenatico.

Forlì

Reduce da una vivace scena artistica nel Trecento, Forlì fu subito all'avanguardia nel campo del nuovo stile con Ansuino da Forlì che lavorò a fianco di Mantegna nella Cappella Ovetari di Padova. Egli fu forse maestro di Melozzo il quale, ispirandosi anche a Piero della Francesca, creò scene dai colori chiari, intrisi di luce, e dalla lucida costruzione prospettica; fu tra i primi in Italia a sperimentare con sicurezza il punto di vista da sott’in su, anticipando soluzioni che in seguito sarebbero state perfezionate dagli artisti romani e veneti. Celebre per gli affreschi oggi conservati nella Pinacoteca Vaticana e nella Santa Casa di Loreto, lasciò a Forlì poche testimonianze della sua attività.

Più cospicua è invece la produzione di Marco Palmezzano, suo allievo e continuatore, che operò a lungo in città e nel territorio romagnolo. La sua pittura, caratterizzata da una resa plastica marcata e da un impianto architettonico complesso, fonde elementi mantegneschi, ferraresi e veneziani, dando origine a uno stile personale che definì la scuola forlivese del periodo.

Faenza Faenza fu probabilmente il più importante centro europeo per la produzione di maiolica, dove venivano sperimentate le tecniche più avanzate che poi acquisivano anche gli altri centri produttivi sparsi per la penisola.

Nella seconda metà del XV secolo si affermò la produzione di ceramica graffita e di maiolica dipinta, sia su tematiche simboliche sensibili alle istanze neoplatoniche, sia con il genere amatorio o la rappresentazione di volti virili e femminili dalla delicata purezza formale. Nel Cinquecento le officine faentine raggiunsero una propria autonomia linguistico decorativa, unitamente ad un'alta qualità tecnica, con l'affermarsi degli ornati caratteristici del pieno Rinascimento. Si diffondono le pitture a grottesche su fondi azzurri (tipologia berrettina) e la rappresentazione di temi tratti dalla mitologia e dall'Antico e Nuovo Testamento, il cosiddetto stile istoriato.

Poco oltre la metà del Cinquecento si registra nella produzione faentina un mutamento d'orizzonte stilistico e formale, basato sulla riscoperta e l'esaltazione del bianco, coi cosiddetti "Bianchi di Faenza" dal denso color latteo.

Ravenna Ravenna mantenne un ruolo di rilievo regionale, caratterizzato dalla continuità con la propria tradizione artistica bizantina. Le influenze provenienti dai centri toscani ed emiliani introdussero modelli classici nell’architettura e nella pittura locali, integrati con elementi decorativi di lunga consuetudine. In questo contesto operarono artisti come Francesco Zaganelli e Luca Longhi, autori di opere religiose improntate a equilibrio compositivo e sobrietà cromatica.

Imola Imola accolse influenze artistiche provenienti da Bologna, Ferrara e Firenze, adattandole alla propria dimensione urbana e religiosa. Le committenze ecclesiastiche e civili promossero la realizzazione di pale d’altare e decorazioni architettoniche di gusto classico, spesso legate all’attività di maestranze locali. Tra gli artisti attivi si distingue Gaspare Sacchi, detto "Gaspare da Imola", autore di opere sacre e decorazioni che mostrano l’assimilazione dei modelli fiorentini e ferraresi nel contesto imolese. La produzione artistica del periodo riflette un linguaggio di transizione, in cui gli elementi rinascimentali si integrano con la tradizione tardogotica e quattrocentesca del territorio.

Note

Bibliografia Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0 Stefano Zuffi, Il Quattrocento, Electa, Milano 2004. ISBN 8837023154 Stefano Zuffi, Il Cinquecento, Electa, Milano 2005. ISBN 8837034687

AA.VV., Marco Palmezzano. Il Rinascimento nelle Romagne, catalogo della mostra, Cinisello Balsamo - Forlì, 2005.

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