La xilografia giapponese è una tecnica di incisione artistica unica nel panorama mondiale. Si tratta di una tecnica non tossica perché utilizza, per la creazione delle immagini, legni naturali, colori ad acqua e carta fatta a mano. Tutto ciò permette di ottenere una gamma di risultati che spazia da colori tenui e quasi trasparenti a tonalità accese e profonde. La corrente più importante della xilografia giapponese ed estremo-orientale è comunemente conosciuta con il nome di ukiyo-e, il cui significato, di origine buddhista, sottolinea il carattere effimero e doloroso della vita umana. La caratteristica principale di questa corrente artistica è quella di aver raggiunto i vertici della produzione grafica, ieri come oggi, nonostante l'enorme quantità di copie realizzate per ciascuna immagine.
La storia VIII secolo La tecnica della xilografica nasce in Cina fra il VI e il VII secolo, unitamente all'invenzione della carta. Nell'VIII secolo fu introdotta in Giappone, dove rimase per circa ottocento anni un monopolio dei monaci buddhisti, i quali la utilizzarono nei testi sacri allo scopo di divulgarne più facilmente il contenuto o per riprodurre immagini di divinità.
Le incisioni venivano realizzate con strumenti molto affilati, capaci di eliminare le parti che, nel risultato finale, dovevano rimanere bianche, lasciando invece in rilievo tutto ciò che doveva ricevere l'inchiostro per essere poi trasferito sulla carta. Ciò che si otteneva era dunque una matrice in legno utilizzabile per la realizzazione di infiniti esemplari dello stesso soggetto, su qualsiasi tipo di materiale – dalla carta alla seta – grazie all'utilizzo combinato della tecnica di stampa con il torchio.
Tuttavia, questa prima produzione xilografica, così realizzata, non suscitò un immediato interesse da parte degli appassionati d'arte.
XVII secolo Si dovrà attendere l'inizio del XVII secolo, quando finalmente il Giappone raggiunge un periodo di stabilità politica dovuto alla cessazione delle guerre civili che per molto tempo lo avevano tenuto in scacco, per vedere i primi cambiamenti in campo xilografico. Il merito di tale stabilità si deve a tre grandi condottieri che consolidarono il potere militare dello shōgun (generalissimo) trasferendo, fra l'altro, la loro residenza da Osaka a Edo.
Durante il periodo Edo (detto anche Tokugawa: 1600-1868), i bushi, cioè i grandi proprietari terrieri corrispondenti ai nostri feudatari medievali, le cui ricchezze derivavano dalla rendita fondiaria, furono progressivamente impoveriti dagli obblighi e dalle corvée che erano costretti a prestare allo shogun. A lungo andare, i samurai, non essendo più in grado di assolvere agli obblighi della loro posizione sociale, furono costretti a chiedere prestiti e servizi ai rappresentanti di una nuova classe sociale appena affermatasi: quella dei chōnin, che ufficialmente disprezzavano in quanto considerati semplici arrampicatori sociali.
Con la pace fiorirono anche nuove attività economiche che alimentarono la crescente ricchezza dei chōnin (attività commerciali e imprenditoriali). Fu grazie a loro, appartenenti alla nascente classe media giapponese, che la xilografia uscì dai conventi buddhisti per diventare una vera e propria arte, ormai completamente svincolata dai modelli cinesi da cui aveva avuto origine. Da questo momento in poi, la stampa dei libri diventò una prerogativa della nuova classe media, che la esercitò con finalità puramente commerciali, rivolgendosi a un pubblico sempre più vasto e variegato, i cui gusti dovevano essere assecondati per assicurarsi una fetta crescente di mercato.
Progressivamente si assistette anche a uno spostamento geografico della produzione editoriale: nella prima metà del XVII secolo essa era ancora localizzata nell'area di Kyoto e Osaka, ma nella seconda metà del secolo si sposterà definitivamente a Edo. Nel frattempo, la città si era notevolmente ampliata anche grazie a un editto shogunale del 1638 con cui i grandi signori feudali (daimyō) furono obbligati a trasferire la loro residenza – e l'intero seguito – a Edo per almeno sei mesi l'anno. In questo modo Edo divenne sia la nuova capitale del Giappone sia la patria dellukiyo-e.
È sempre nel corso del XVII secolo che il termine ukiyo si libererà progressivamente delle sfumature negative del passato per identificarsi sempre più con i personaggi del teatro kabuki o con le cortigiane delle case di piacere, nonché con le esperienze piacevoli – come le gite in barca – vissute dalla nuova classe media. Del resto ai chōnin non era permesso partecipare attivamente alla vita politica del paese e dunque queste occupazioni li distraevano dalle loro frustrazioni. Avvicinandosi alla fine del XVII secolo, il termine ukiyo verrà così identificato con la filosofia edonistica dei chōnin e, soprattutto, con la nuova forma artistica da loro preferita: l'''ukiyo-e.
A differenza delle opere degli artisti italiani del Trecento e del Quattrocento, i chōnin non compariranno mai nelle stampe xilografiche poiché il loro intento non aveva nulla di autocelebrativo. Nelle opere da loro commissionate si celebravano invece i loro idoli: gli attori e i personaggi teatrali, nonché la bellezza e l'eleganza delle cortigiane. In poche parole, volevano celebrare il loro mondo, quello dei quartieri del piacere, dove vivevano i loro beniamini: gli attori del teatro kabuki e, soprattutto, le cortigiane, che in Giappone rivestivano un ruolo di grande prestigio, unico nel suo genere rispetto a qualsiasi altra civiltà.
Esistevano diverse categorie di cortigiane: le più quotate erano le tayū, il cui rango permetteva loro di scegliere i propri clienti, risultando quindi difficilmente avvicinabili. Le tayū possedevano una grazia innata e innumerevoli competenze artistiche: erano esperte di poesia, calligrafia e canto, e sapevano suonare lo shamisen, un liuto a tre corde. Conoscevano inoltre la cerimonia del tè e l'arte della conversazione: erano vere e proprie celebrità. L'unico neo della loro vita magnifica era la loro condizione di schiave: erano infatti proprietà del tenutario della casa a cui appartenevano.
Le stampe che le ritraevano erano preziose non solo per i chōnin innamorati di loro, ma anche per le loro mogli, che traevano da quei ritratti indicazioni importanti su acconciature, tessuti per i kimono o sul modo di indossare la grande cintura obi.
I soggetti delle stampe ukiyo-e non erano solo gli attori del teatro kabuki o le cortigiane tayū, ma anche temi tratti dalla letteratura giapponese o cinese classica, spesso oggetto di garbate parodie. Il tema paesaggistico diventerà invece di gran moda solo nel XIX secolo, accanto ai soggetti storici.
Per quanto riguarda le stampe erotiche, dette shunga, se ne trovano esemplari in pressoché ogni epoca, trattandosi di una produzione che attraversa trasversalmente l'intero genere xilografico.
XVIII secolo La crescente richiesta di stampe e libri illustrati provocò un'inarrestabile evoluzione delle tecniche di stampa e dei sistemi di distribuzione dei prodotti editoriali, che dovettero adeguarsi al fabbisogno in continuo aumento. Inoltre, le stampe che all'inizio del XVIII secolo erano ancora in bianco e nero, realizzate con una sola matrice, vennero progressivamente affiancate dai primi esempi di stampe policrome, per la cui produzione erano necessarie due o tre matrici, a seconda del numero dei colori impiegati. Sarà dopo la seconda metà del XVIII secolo, e precisamente nel 1765, che vedranno la luce le prime stampe nishiki-e, realizzate con l'utilizzo di 10-15 matrici, poiché dotate di almeno dieci colori diversi.
Per la produzione delle stampe ukiyo-e era necessario il lavoro di più persone, anche se la paternità delle opere veniva formalmente attribuita a colui che le disegnava. A capo di tutto vi era la figura dell'editore, cui spettava il compito di organizzare e finanziare il lavoro: era lui a scegliere il soggetto e a stabilire il numero delle stampe da produrre, essendo l'unico a conoscere davvero le richieste del mercato. In base al soggetto, selezionava poi l'artista più esperto nel tipo di illustrazione desiderata.
L'artista realizzava un disegno preliminare (hanshita-e) con l'inchiostro su carta, che veniva quindi portato nella bottega dell'incisore, incollato su una tavola di legno di ciliegio e riprodotto, tramite l'uso di appositi strumenti, lasciando in rilievo le linee del disegno e scavando tutto il resto: durante questo procedimento lhanshita-e veniva però inevitabilmente distrutto. Gli apprendisti si occupavano di incidere le parti più semplici, per acquisire le competenze necessarie a diventare incisori esperti.
La matrice così realizzata veniva poi consegnata allo stampatore, che produceva una quindicina di copie in bianco e nero da restituire al pittore per l'indicazione dei colori, uno per ogni copia. Questi prototipi tornavano nuovamente allo stampatore, che preparava una matrice per ogni colore da inserire. Solo al termine di questo complesso procedimento si giungeva alla stampa vera e propria: si iniziava dalla matrice con le linee nere di contorno, ma prima il foglio di carta doveva essere trattato con una sostanza detta dosa. Successivamente si procedeva con le altre matrici, iniziando sempre dai colori più tenui.
Il procedimento di stampa consisteva nel porre il foglio sopra la matrice inchiostrata e nel premerne il dorso mediante un apposito tampone. La tiratura giornaliera era di circa duecento copie.
Nel 1868 il Giappone, grazie alla caduta del governo militare e alla restaurazione del potere imperiale, cominciò ad aprirsi all'Occidente. Da quel momento si verificò un rapidissimo processo di modernizzazione e una progressiva contaminazione della cultura giapponese ad opera dell'Europa e degli Stati Uniti. Inevitabilmente, anche le arti tradizionali, ukiyo-e compreso, vennero gradualmente accantonate: da un lato perché troppo legate a un ambiente sociale destinato al declino, dall'altro per l'arrivo di nuove tecniche di riproduzione delle immagini, come la fotografia. Si giungerà così al tramonto dell'antica e gloriosa arte xilografica.
Gli artisti Hishikawa Moronobu Il primo artista di spicco nel panorama della xilografia giapponese è senz'altro Hishikawa Moronobu (1618-1694), considerato da molti il "padre" dell'ukiyo-e. La sua produzione artistica comprende stampe, libri illustrati, album erotici e dipinti, caratterizzati da una forte attenzione alla linea e da una grande vivacità narrativa.
La scuola dei Torii Successiva all'opera di Moronobu è quella della scuola dei Torii, risalente alla prima metà del XVIII secolo, la cui produzione di stampe teatrali dominò incontrastata il genere dell'epoca.
Okumura Masanobu Okumura Masanobu (1686-1764) è considerato uno degli artisti più innovativi del panorama giapponese, in quanto introdusse importanti novità quali l'uso della prospettiva, l'effetto lacca e il formato allungato.
La scuola Katsukawa Alla seconda metà del XVIII secolo risale l'opera della scuola Katsukawa, che raccolse l'eredità di leader nella produzione delle stampe raffiguranti attori del teatro kabuki, fino ad allora prerogativa della scuola dei Torii, affiancando a tali soggetti anche i ritratti di bellezze femminili.
Fra gli artisti della scuola Katsukawa spicca l'opera di Katsukawa Shunshō, che fu il primo, nell'ambito dell'ukiyo-e, a rappresentare gli attori del kabuki con fisionomie individuali riconoscibili, non solo sulla scena ma anche in momenti della loro vita quotidiana.
Harunobu, Kiyonaga, Utamaro