Attivo a Napoli, Sanmartino fu uno scultore dal grande virtuosismo tecnico, ricordato principalmente per essere l'autore del Cristo velato.
Biografia Scarsissime notizie biografiche ci restano di Giuseppe Sanmartino che, nato a Napoli nel 1720 da Nunziante, si formò nella bottega di Matteo BottiglieriElio Catello (2004), Giuseppe Sanmartino 1720-1793, Electa, Napoli, p.11, ISBN 88-510-0225-8., fratello, o forse padre, di Felice, «ingegnere camerale» e modellatore di pastori di presepe.Esiste diatriba se il maestro del Sanmartino sia stato Matteo (secondo F. Granata (1766), Breve nota di quel che si vede in Casa del Principe di Sansevero D. Raimondo di Sangro in Napoli) o Felice (secondo P. Signorelli (1811), Vicende della Coltura delle Due Sicilie - vol. VII). Viene tuttavia fatto notare che Felice è molto più verosimilmente il figlio e non il fratello di Matteo Bottigliero, presso la cui bottega a sua volta avrebbe fatto il suo apprendistato insieme al Sanmartino. Felice risulta patentato nel 1756 e, coetaneo del Sanmartino, è ancora attivo nel 1778 quando firma, con Ferdinando Fuga, una relazione sulla ricostruzione della cupola della Chiesa del Gesù Nuovo di Napoli. Viene infatti fatto notare che mentre il secondo è architetto e ingegnere, il primo, Matteo, è scultore e, pertanto, più logico sarebbe assegnare il Sanmartino come allievo di costui.. Il fratello minore, GennaroV. Cazzato, M. Fagiolo, M. Pasculli Ferrara (1996), Atlante del barocco, Terra di Bari e Capitanata, Roma, pp. 612-613. divenne architetto.
Gli anni '40 del '700 Scarse sono pure le notizie sull'opera scultorea di Sanmartino negli anni '40 del '700 e le sculture a lui attribuite, benché non poche, non sono garantite come effettivamente di sua mano giacché non risultano dati cronologici attendibili, né caratteri stilistici evidentiElio Catello (2004), p. 22.. Nel 1746, mentre lavorava presso la bottega di Antonio di Lucca, realizzò due "bottini" (ovvero "puttini") forse destinati a un altareArchivio Storico del Banco di napoli, Banco del Salvatore, giornale m 1160 del 5 novembre 1746.Tale attribuzione si deve al fatto che la bottega del Di Lucca era specializzata in tali ornamenti d'altare normalmente realizzati dal Sanmartino a meno che il committente non richiedesse altrimenti..
Dal 1747 Sanmartino risulta lavorare, unitamente a Giovanni Cimafonte, presso la Cattedrale di Monopoli presso cui sono documentateNotaio Onofrio Arnese, scheda 291, prot. 9, foll. 2v-5, quale copia dell'atti di Notar Mario d'Alessio del 25 gennaio 1750. le sculture a grandezza naturale del San Giuseppe e di San Michele ArcangeloPer il San Michele Arcangelo, esiste diatriba di attribuzione per lo stile più aderente a quello di Matteo Bottigliero, maestro del Sanmartino. Il fatto, tuttavia, che avesse da poco lasciato quella scuola, fa propendere per una maturità artistica ancora non raggiunta, che ancora si rifà agli stili del maestro..
Gli anni '50 del '700: il Cristo velato
Il decollo artistico di Sanmartino, in ogni caso, si data nella seconda metà del Settecento (molto verosimilmente nel 1751Elio Catello (2004), p. 17., chiamato da Antonio Corradini), quando Napoli serbava tracce di un notevole fervore artistico che vi accentrò i nuovi orientamenti della scultura settecentesca italiana, rappresentati dal genovese Francesco Queirolo e dal veneziano Antonio Corradini, riuniti attorno al cantiere della cappella Sansevero, diretto da Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero..
Raimondo di Sangro, infatti, che intendeva rendere la cappella un mausoleo degno della grandezza del proprio casato, ingaggiò pittori e scultori rinomati in grado di arricchirla con sculture di grandissimo pregio. Già per le statue della Pudicizia e del Decoro si ritiene che il Corradini si sia avvalso della collaborazione di Sanmartino riconoscendone le capacità artistiche; alla sua morte, nel 1752, Sanmartino si offrì di scolpire il Cristo velato, opera già commissionata al Corradini, e nel 1753 Raimondo commissionò allo scultoreIn una lettera all'abate e fisico Jean Antoine Nollet il Sansevero decanta le capacità del Sanmartino:un Jeune Homme Napolitain, qui promet de rendre son nome célebre dans l'art de la sculpture (trad: "un giovane uomo napoletano, che promette di rendere il suo nome celebre nell'arte della scultura").Elio Catello (2004), p. 18., che all'epoca aveva circa trentatré anniL'età dello scultore, trentatré anni, deve essere considerata abbastanza avanzata se non anagraficamente, sotto il profilo dell'affermazione personale. Resta il fatto che solo dopo la realizzazione del Cristo velato, e quindi dopo il 1753, si comincerà a parlare di lui, come dello "scultore di Sansevero". A riprova ulteriore del fatto che il Sanmartino era ancora pressoché sconosciuto, si consideri che alla morte del Corradini il suo posto, quale responsabile dei lavori presso la Cappella, sarà assegnato dal Principe di Sansevero a Francesco Queirolo. l'esecuzione di «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua»..
Sanmartino, tenendo poco conto dei precedenti bozzetti di CorradiniPer convincenti riferimenti stilistici, si ritiene che un bozzetto del Cristo velato, oggi al Museo Nazionale di San Martino, sia da accreditarsi al Corradini; tuttavia tale assegnazione, per una passionalità generale che traspare dal bozzetto stesso e che viene ritenuta normalmente estranea allo scultore veneto, più attento a esigenze decorative e illusionistiche, non è accettata appieno dal mondo della critica che ugualmente lo vuole di mano del Sanmartino.Elio Catello (2004), pp. 18 e 21. (primo destinatario della commissione, poi morto prematuramente), realizzò quindi il Cristo velatoOpera per la quale ricevette un compenso di 500 ducati, cifra di certo irrisoria se si considera che anni dopo, per la realizzazione di alcune statue delle Virtù di Carlo III per l'abbellimento del Foro Carolino, otterrà circa 200 ducati per ognuna., opera in cui la figura del Cristo morto è mirabilmente velata da un tessuto finissimo, talmente ben reso da non sembrare scolpito nel marmo ma reale. La magistrale trasparenza del velo, «fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori» (come riferì lo stesso Raimondo di Sangro) ha nel corso dei secoli dato adito a una leggenda secondo cui lo stesso Principe, noto per le sue sensazionali invenzioni e per i suoi studi di alchimia, avrebbe insegnato allo scultore una procedura di calcificazione di cristalli di marmo nel tessuto. Come già accennato, tuttavia, il Cristo velato è ricavato da due blocchi di marmoElio Catello (2004), p. 21., uno in marmo di Carrara per il corpo del Cristo (con ciò si intende anche il velo che lo ricopre e gli strumenti del supplizio) e l'altro in marmo colorato per la coltre su cui poggia il materasso che, di fatto, sostiene il corpo del CristoL'idea originaria di posizionare il Cristo velato nella Cavea sotterranea della Cappella, già allora raggiungibile attraverso un'angusta scala, potrebbe aver suggerito la lavorazione in due blocchi distinti.. L'opera è pertanto ascrivibile solo all'ispirato scalpello di Sanmartino, che nel realizzarlo non si è servito di alcuna escogitazione alchemica..
Altra opera attribuita a Sanmartino, nella Cappella Sansevero, sarebbe il rilievo del Cristo che dona la vista al cieco, sul piedistallo del Disinganno, opera di Francesco Queirolo. In realtà, anche in questo caso l'attribuzione al Sanmartino quale autore della scultura è dubbia; in una sua lettera all'abate Nollet, il Principe di Sansevero riferisce che l'opera è stata assegnata ad "uno dei suoi scultori". Il bozzetto o il disegno tuttavia, che evidenzia una struttura presepiale specie nella figura del cieco, viene normalmente attribuito al Sanmartino..
Dopo la Cappella Sansevero: Napoli
Dopo l'esperienza con Raimondo di Sangro, Sanmartino ebbe una lunga e feconda carriera. Risale al 1756-57 la realizzazione del modello del San Francesco Ferreri che doveva poi essere tradotto in argento per i frati domenicani di San Pietro Martire"Dichiarazione di fede di verità" di Giuseppe Bonito dell'11 gennaio 1759, con cui si asseriva che "anni addietro" lo scultore aveva realizzato il modello e dichiarazione dello stesso tipo del Sanmartino, in pari data, con cui riferisce che "un anno e mezzo addietro" aveva eseguito l'opera. Il modello si trova oggi al Metropolitan Museum di New York ove è indicato come "J'm (sic) no angel: a terracotta model of Saint Vincent Ferrer by Giuseppe Sanmartino". Così riportato in "Metropolitan Museum Journal", 2002, vol. 37.. Nel 1758 la sua fama è ormai consolidata se lo scultore bolognese Agostino CorsiniAgostino Corsini (Bologna 1688-Napoli 1778), scultore. lo nomina suo perito per la valutazione di due statue marmoree della FamaLe cosiddette "Fame alate", così indicate nella lunga vicenda giudiziaria ad esse connessa. che, sulla porta della cappella della reggia di Portici, reggevano lo stemma realeLe opere erano state fortemente criticate da Luigi Vanvitelli che definiva il Corsini (8 novembre 1753) "scultoraccio bolognese" e "l'infelice bolognese che ... fa cose da chiodi a Portici". Per tale motivo il pagamento veniva continuamente ritardato e lo scultore aveva adito le vie legali nominando il Sanmartino proprio perito. Il pagamento delle opere, realizzate nel 1756 e dopo alterne vicende giudiziarie, avvenne nel 1758, ma al Corsini vennero sospesi altri lavori tra cui due puttini e due angeli per l'altare della Cappella regia. A onore del Vanvitelli, questi rivalutò, e anzi elogiò, l'opera del Corsini nel 1768 per due statue della "Previdenza" e della "Giustizia" da posizionare sullo scalone della reggia di Portici..
In questo periodo, Giuseppe Sanmartino abita "dirimpetto alla Porta piccola di San Giuseppe vestire li Nudi"Elio Catello (2004), p. 26., ed ha bottega fuori della Porta di Costantinopoli, "sotto le mura di Sant'aniello", in un "basso e contrabbasso" di proprietà degli Eletti della CittàArchivio Storico del Banco di Napoli, Banco del Salvatore, Giornale m. 1497, 26 gennaio 1763 per l'abitazione; stesso Archivio, Banco del Popolo, volume di bancali, 11 dicembre 1789, per la bottega. Citati da Catello (2004), p.29.In questo periodo lo scultore si approvvigiona di marmi di Carrara da Giacomo Chiappari, Antonio Baratta e dal Conte del Medico, commercianti di marmi con magazzini nella zona dell'attuale Via Pessina.Archivio Storico del Banco di Napoli, Banco del Salvatore, Giornale m. 1505, 27 agosto e 12 settembre 1763; Banco del Popolo, Giornale m. 1997, del 22 agosto 1772..
Al 1760 risalgono i lavori relativi all'altare maggiore della Chiesa della NunziatellaL'altare era stato realizzato nel 1732 da Giuseppe Bastelli su disegno di Carlo Schisano.Elio Catello (2004), p. 92., oggi annessa alla Scuola Militare omonima. Si tratta, in realtà, di lavori già pensati nel 1742Federico Jappelli (1987), "La Nunziatella", in Societas nn. 1 e 2, p. 25. consistenti in un paliotto, due coppie di putti reggifiaccola come capialtare e teste di cherubini per il ciborioIl 13 agosto 1760 il Procuratore del Noviziato della Compagnia di Gesù, salda a Giuseppe Sanmartino la somma di trecentocinquanta ducati per "quattro puttini in due gruppi ne' capialtare, altri due davanti al paliotto e di tutte le teste de' cherubini attorno alla custodia".C. Celano (1792), Notizie del bello, dell'antico e del curioso della Città di Napoli, Napoli, IV edizione, vol. III, p. 142.Eduardo Nappi (2002), I Gesuiti a Napoli, in Ricerche sul '600 napoletano, p. 126, doc. 181.Vincenzo Rizzo (1989), Un capolavoro del gusto rococò a Napoli. La chiesa della Nunziatella a Pizzofalcone, Napoli, 9. 28, doc. 28..