I processi per l'eccidio di Porzûs coinvolsero esecutori e mandanti della strage che ebbe luogo fra il 7 e il 18 febbraio 1945 nel Friuli orientale. Essendo stati rinviati a giudizio i massimi livelli del PCI della regione, fra la denuncia dei fatti del 1945 e l'ultima sentenza del 1960 le vicende processuali causarono grosse polemiche giornalistiche, politiche e di riflesso storiografiche sulla natura e sugli obiettivi immediati e prospettici del PCI negli anni della Resistenza. Di converso, la stampa del partito condusse una campagna per denunciare un complotto ai propri danni, accusando contemporaneamente i partigiani della Osoppo di connivenza con i nazifascisti.
Il ritrovamento dei corpi e la denuncia Esumazione di un corpoa Bosco RomagnoDue immagini dei funerali di CividaleInumazione della salma di Guido Pasolininel cimitero di Casarsa della Delizia
Subito dopo la Liberazione (25 aprile 1945) i primi a denunciare data e dinamica dell'eccidio furono i comandanti osovani Candido Grassi "Verdi" (all'epoca socialista, in seguito deputato socialdemocratico) e Alfredo Berzanti "Paolo" (democristiano). Questi accusarono i partigiani comunisti di aver ucciso i propri compagni di lotta «sol perché si erano resi colpevoli di non aver voluto combattere i tedeschi sotto la bandiera jugoslava». Verso metà giugno i corpi dei trucidati di Bosco Romagno vennero ritrovati dai parenti. Il 21 giugno 1945 si svolsero i funerali delle vittime a Cividale del FriuliDopo i funerali, le bare vennero tumulate in diverse località: .. Il 23 giugno, Grassi e Berzanti presentarono una denuncia al Procuratore del Regno di Udine, a nome del Comando del Gruppo Divisioni "Osoppo Friuli".. Nei giorni precedenti i due avevano ripetutamente chiesto ai comunisti Lino Zocchi "Ninci" (già comandante della brigata Garibaldi Friuli) e Mario Lizzero "Andrea" (commissario politico delle formazioni garibaldine in Friuli) di associarsi nella denuncia, ottenendo tuttavia sempre un rifiuto.. Passando i mesi senza novità alcuna ed esasperati per l'attesa, i partigiani della Osoppo pubblicarono nel 1947 un numero unico stampato a Udine, riproducendo tutti i documenti accusatori «contro tutte le omertà che vietano il libero corso della giustizia».
Il processo di primo grado
Il processo fu istituito in prima battuta dalla procura di Udine, che tuttavia poco dopo trasmise gli incartamenti al tribunale militare di Verona. Da questo le carte passarono alla procura di Venezia, che concluse il 13 dicembre 1948 l'istruttoria penale con rinvio a giudizio di 45 imputati davanti alla corte d'assise di Udine per rispondere dei delitti di omicidio aggravato continuato e saccheggio. Per legittima suspicione la Corte di Cassazione trasferì il procedimento a Brescia, dove il dibattimento ebbe inizio il 9 gennaio 1950. Il 20 gennaio la corte d'assise di Brescia, con ordinanza propria, rinviò la causa a nuovo ruolo per permettere al pubblico ministero di contestare altri reati agli imputati.
Il 2 maggio 1950 la madre di Franco Celledoni, una vittima osovana dell'eccidio, denunciò al procuratore della Repubblica di Udine Alfio Tambosso "Ultra", Valerio Stella "Ferruccio" e Giovanni Padoan "Vanni" (rispettivamente vicesegretario provinciale del PCI di Udine, comandante della Brigata Garibaldi Friuli e commissario politico della divisione Garibaldi Natisone) quali presunti mandanti della strage, nonché Enzo Iurich (Jurich) "Ape" quale esecutore materiale dell'uccisione dell'altro osovano Angelo Augelli "Massimo"Iurich non partecipò all'attacco alle malghe di Topli Uork, essendo lo stesso giorno impegnato con un altro gruppo di gappisti nell'assalto alle carceri di Udine, dalle quali furono liberati 73 partigiani.
In merito si veda Pierluigi Visintin, «L'assalto alle carceri di Udine: un'azione romanzesca», Patria Indipendente, 10 dicembre 2004, pp. 25-26.. L'istruttoria nascente da tale nuova denuncia fu unificata con la precedente, e l'8 febbraio 1951 il giudice istruttore di Venezia ordinò un nuovo rinvio a giudizio avanti la corte d'assise di Brescia degli imputati delle due istruttorie, per rispondere dei reati precedentemente contestati, cui si aggiunsero quelli di sequestro di persona, plagio e attentato all'integrità territoriale dello Stato.
Il processo fu trasferito una seconda volta per legittima suspicione avanti la corte d'assise di Lucca, dove nel settembre 1951 ricominciò la fase dibattimentale... Il 26 settembre 1951 Pier Paolo Pasolini testimoniò in aula in quanto parte lesaFernando Bandini, Laura Betti (a cura di), Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977, p. 226.. Nel corso dei processi il PCI esibì diversi documenti prodotti negli anni precedenti, soprattutto per respingere l'accusa di tradimento elevata giudiziariamente contro i gappisti e le strutture direttive del partito in FriuliSi veda a titolo d'esempio .
I processi videro la presenza di alcune fra le più importanti personalità del tempo: nel collegio di difesa degli accusati figurarono, tra gli altri, gli avvocati e parlamentari comunisti Umberto Terracini (già presidente dell'Assemblea Costituente), Fausto Gullo (già Ministro di grazia e giustizia) e Aldo Buzzelli, nonché i parlamentari socialisti Giuseppe Ferrandi e Leonetto Amadei (in seguito presidente della Corte costituzionale): tutte le spese giudiziarie della difesa vennero sostenute dal "Comitato Nazionale di Solidarietà Democratica", istituito il 2 agosto 1948 da varie personalità – principalmente del PCI e del PSI – per garantire assistenza legale e materiale agli imputati e agli arrestati – nonché alle loro famiglie – nei procedimenti penali aventi connotazione politicaL'associazione fu creata in seguito agli arresti successivi alle manifestazioni per l'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948. Oltre alle attività di assistenza svolgeva attiva opera di propaganda. Simonetta Soldatini, La difesa organizzata nei processi politici degli anni '50 e '60: gli archivi di solidarietà democratica, Cantagalli, Siena 2006, pp. 6, 42-43.. Fra gli avvocati della parte civile vi furono il senatore del Partito Democratico del Lavoro Luigi Gasparotto (più volte ministro nei governi pre e postbellici), i senatori democristiani Giovanni Carignani (già presidente del CLN di Lucca) e Albino Donati (già membro del CLN di Brescia), oltre al deputato Valdo Fusi (già membro democristiano del CLN del Piemonte). Tra i testimoni vi furono invece il generale Raffaele Cadorna e il deputato democristiano Enrico Mattei (già rispettivamente comandante e vice comandante del Corpo Volontari della Libertà).
Alcuni dei maggiori imputati erano da tempo fuggiti in Jugoslavia o in Cecoslovacchia: su 51 di essi risultavano latitanti in 18, fra i quali Mario Toffanin "Giacca", Felice Angelini "Fuga", Bruno Grion "Falchetto", Vittorio Iuri (Juri) "Marco", Leonida Mazzaroli "Silvestro", Fortunato Pagnutti "Dinamite", Bruno Pizzo "Cunine", Antonio Mondini "Boris", Adriano Cernotto "Ciclone"., Gustavo Bet "Gastone" e Italo Zaina "Nullo". Aldo Plaino "Valerio" risultava residente nella Zona B del Territorio Libero di Trieste ad amministrazione militare jugoslavaItalian affairs: documents and notes (in inglese), Presidenza del Consiglio dei Ministri, servizio Informazioni, 1954, vol. III, p. 413., mentre Giovanni Padoan "Vanni" viveva a Praga lavorando per le trasmissioni in lingua italiana della radio nazionale, frequentando nel contempo la scuola del PCI di Dobřichovice assieme a vari altri partigiani italiani ivi rifugiati in quanto accusati di atti di violenza nel dopoguerra.
Il 6 aprile 1952 vi fu la prima sentenza: Mario Toffanin, Vittorio Juri e Alfio Tambosso furono condannati all'ergastolo; Aldo Plaino e Ostelio Modesti a trent'anni di reclusione ciascuno. Nel complesso, furono irrogati tre ergastoli e 704 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione a quarantuno imputatiSommando i dati presenti in , risultano 659 anni., ridotti a 289 per l'applicazione di una serie di condoni previsti da norme entrate in vigore nel frattempo. Per effetto di ciò Toffanin e Juri si videro ridotta la pena a trent'anni, Tambosso a ventinove, Modesti a nove e Plaino a dieci. Dieci imputati furono assolti, fra di essi Lino Zocchi "Ninci", Mario Fantini "Sasso" (già comandante della Divisione Garibaldi Natisone), Valerio Stella "Ferruccio" (già comandante della Brigata Garibaldi Friuli) e Giovanni Padoan "Vanni". Tutti gli imputati furono assolti dal reato di tradimento per attentato all'integrità dello Stato.
Secondo i giudici di Lucca, il movente dell'attacco alle malghe era dovuto «[all']astio e [all']avversione scaturiti dalle diverse tendenze politiche degli Osovani e dei Garibaldini, [al] rapido sviluppo e morboso ingigantimento di ogni passione in un'atmosfera arroventata e caotica. (...) L'omicidio ha per causale, non il tradimento osovano o garibaldino, ma l'odio politico divampato dall'anticomunismo di Bolla che, sorpassando quello di ogni altro, esplose in un ambiente infuocato e saturo delle più sconcertanti risonanze, andando a cozzare contro l'animosa intolleranza dei fanatici avversari. (...) L'avversione di Bolla dovette sembrare [ai Garibaldini] sorpassare quell'indefinito e generico anticomunismo che aveva contraddistinto l'Osoppo, e che finisce per sviluppare il più esteso e robusto livore nella coscienza di costoro, animati da cieco fanatismo politico, che tutto riduce all'unico denominatore di una integrale volontà rivoluzionaria intollerante di qualsiasi contrasto da parte di altri e pronto ad abbattere senza tentennamenti chiunque si ponga lungo il loro cammino. Volontà questa che trovava nella "belluina violenza" di Giacca il più sicuro esecutore».. Alla lettura della sentenza Modesti si rivolse ai giudici con queste parole: «Signori, la vostra sentenza ha avuto il potere di serrare dinanzi a noi le sbarre di questa gabbia, ma noi siamo più forti di voi!», al che gli altri imputati gridarono «Viva la Resistenza!». L'8 aprile l'Unità pubblicò in prima pagina un telegramma inviato da Togliatti a Modesti: «Giunga a te e a tutti i compagni la solidarietà affettuosa del partito, che dalle ingiuste condanne è uscito più grande e più forte per il consenso dei cittadini animati da spirito di democrazia e di amor di patria».
Il processo d'appello
Il processo di secondo grado si svolse presso la corte d'assise d'appello di Firenze, cui si erano appellate le parti per motivi opposti: la pubblica accusa per un inasprimento generale delle pene e per il riconoscimento del reato di tradimento, le difese per chiedere l'assoluzione piena. La sentenza del 30 aprile 1954 decretò che «la strage (…) fu un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava», ma assolse gli imputati per il reato di tradimento in quanto «pur essendo [l'azione degli imputati] subiettivamente ed obiettivamente diretta al fine del tradimento» non determinò «una situazione di pericolo per l'interesse dello Stato al mantenimento della sua integrità territoriale»..