Shrink è un film del 2009 diretto da Jonas Pate. Interpretato da Kevin Spacey e da un cast corale, è una pellicola indipendente che tratta di uno psicologo che ha in cura persone del mondo dello spettacolo a Los Angeles.

Il film è stato presentato al Sundance Film Festival 2009.

Trama A Hollywood, lo psichiatra Henry Carter cura quasi esclusivamente celebrità dell’industria cinematografica, ognuna alle prese con una crisi personale. Vive in una grande e lussuosa villa affacciata sulle Hollywood Hills ed è l’autore di un bestseller di autoaiuto che gli ha garantito enorme successo. Dietro l’immagine pubblica, però, Carter è un uomo trasandato e profondamente solo: fuma marijuana in casa, in automobile e dietro lo studio quando non riceve pazienti, e spesso si ubriaca fino a crollare addormentato vestito, evitando sistematicamente di entrare nella propria camera da letto. Nonostante i suoi evidenti problemi personali, continua a esercitare la professione con lucidità e sensibilità, mantenendo rapporti terapeutici solidi e autentici con chi si affida a lui.

Tra i suoi pazienti più rappresentativi c’è Patrick, potente agente artistico narcisista e tormentato, ossessionato dall’igiene e afflitto da una marcata fobia dei germi. Uno dei suoi clienti più importanti è Seamus, attore dipendente da droghe e alcol: non è in terapia con Carter, ma i due condividono lo stesso spacciatore, Jesus. Jack Holden, altra star molto popolare, soffre di alcolismo ma nega il problema; continua comunque la terapia perché convinto di avere una dipendenza dal sesso. Kate, attrice sulla trentina intelligente ed empatica, vede invece la propria carriera rallentare a causa della convinzione di Patrick che l’età rappresenti per lei un limite commerciale. Il marito, una rockstar egocentrica e infedele - “non è sempre stato così”, sostiene lei - contribuisce ad aggravare la sua fragilità emotiva.

La paziente più recente di Carter è Jemma, una liceale problematica obbligata dalla scuola a iniziare un percorso terapeutico dopo essersi ferita colpendo uno specchio. Viene affidata a Carter come caso pro bono su richiesta del padre: anche la madre della ragazza, infatti, si è tolta la vita, proprio come la moglie dello psichiatra. Appassionata cinefila, Jemma sogna di diventare regista.

Carter ha pochi amici e passa molto tempo con Jesus, il suo eccentrico fornitore di marijuana. Frequenta inoltre Jeremy, giovane sceneggiatore in difficoltà, legato indirettamente a lui attraverso la defunta moglie. Jeremy si invaghisce dell’assistente di Patrick, Daisy, e trova in Jemma una potente fonte d’ispirazione creativa. Di nascosto ruba dal suo studio il fascicolo clinico della ragazza e sviluppa nei suoi confronti un interesse platonico. Da quella ossessione nasce la sceneggiatura destinata a cambiargli la vita: con l’aiuto di Daisy riesce infatti ad attirare l’attenzione di Patrick.

Durante un talk show televisivo in diretta, Carter ha un crollo emotivo che sconvolge pubblico e conduttore: per la prima volta ammette pubblicamente che la moglie si è suicidata, rinnega il proprio libro definendolo “una stronzata” e si accusa apertamente di essere un impostore, abbandonando lo studio tra lo sconcerto generale. Jemma, Daisy e Jeremy assistono increduli allo sfogo. In seguito Carter decide di interrompere la terapia con Jemma, pur continuando ad aiutarla, in modo più umano e meno formale, ad affrontare il trauma della morte della madre.

Quando Jemma scopre la sceneggiatura, si sente tradita da Jeremy. Carter reagisce con rabbia all’inganno, ma riconosce anche la propria responsabilità professionale per aver involontariamente permesso che accadesse. I due vengono convocati nell’ufficio di Patrick: nella sala riunioni trovano Jemma ad aspettarli. Con loro sorpresa, la ragazza ora approva il progetto. Patrick annuncia che la rappresenterà e che produrrà il film tratto dalla sceneggiatura di Jeremy.

Liberatosi finalmente della droga, Carter va a trovare Kate a casa. Le comunica che non desidera più vederla... “professionalmente”, lasciando intendere un interesse sentimentale. Lei risponde con un sorriso. Quella notte Carter entra finalmente nella propria camera da letto indossando il pigiama. Osserva per un momento il letto condiviso con la moglie scomparsa, poi si sdraia, spegne la luce e, per la prima volta dopo molto tempo, decide di restare.

Accoglienza Shrink ha ricevuto in larga parte recensioni negative da parte della critica. Su Rotten Tomatoes il film registra un indice di gradimento del 27% basato su 63 recensioni, con una media di 4,6 su 10. Il consenso critico sottolinea come l’interpretazione di Kevin Spacey sia quasi abbastanza incisiva da salvare questa commedia drammatica ambientata a Hollywood, ma finisca inevitabilmente soffocata da una sceneggiatura piena di cliché e da una regia considerata poco ispirata. Anche su Metacritic il responso è tiepido: il punteggio medio è 40 su 100, tratto da 21 recensioni, indicativo di giudizi “misti o nella media”.

Il critico Stephen Holden del The New York Times ha osservato come il film appaia una versione più “gentile e addolcita” del romanzo Play It as It Lays di Joan Didion, priva però della feroce carica satirica de I protagonisti (The Player) di Robert Altman o dell’umorismo nero e corrosivo tipico dei romanzi di Bruce Wagner. Holden ha comunque lodato Spacey per la capacità di incarnare un cinismo “radicato fino alle ossa”, oltre alla fotografia atmosferica e alla colonna sonora sospesa, elementi che contribuiscono a creare un tono malinconico e inquietante.

Anche Roger Ebert, sulle pagine del Chicago Sun-Times, ha apprezzato le interpretazioni di Spacey e di Keke Palmer, interpreti rispettivamente di Henry e Jemma. Tuttavia ha criticato gli autori per aver evitato una vera profondità psicologica, limitandosi a introdurre una serie piuttosto convenzionale di pazienti attorno allo psichiatra protagonista. Secondo Ebert, Shrink contiene molte idee interessanti ma manca di un autentico centro emotivo: un insieme di personaggi problematici viene riunito e lasciato agire senza un reale scopo narrativo.

Per Amy Biancolli del San Francisco Chronicle, la performance di Spacey resta il punto di forza del film, insieme all’umorismo e ad alcuni momenti sinceri e toccanti capaci di affrontare con sensibilità il tema del lutto. Ha però criticato la trama per il ricorso a tradimenti prevedibili, coincidenze forzate e a una conclusione troppo ordinata e convenzionale. A suo avviso, se il regista Jonas Pate e lo sceneggiatore Thomas Moffett si fossero concentrati maggiormente sulle crepe emotive del protagonista - “le borse sotto gli occhi di Henry e il vuoto che nascondono” - avrebbero potuto realizzare un piccolo classico.

Più severa la recensione di Marjorie Baumgarten su The Austin Chronicle, che ha comunque elogiato la recitazione sardonica di Spacey e le apparizioni di Jesse Plemons e Saffron Burrows, definite rispettivamente fresche e sorprendenti. Ha però giudicato superficiale la storia e poco credibile l’intreccio tra i numerosi personaggi, concludendo che il finale risulta anticlimatico e insoddisfacente - forse, ha osservato ironicamente, proprio come certe esperienze terapeutiche: una porta chiusa con calma quando il cavallo è già scappato dalla stalla.

Ancora più netto il giudizio di Peter Howell del Toronto Star, che ha definito il film “l’ennesimo esercizio di autoanalisi hollywoodiana con ancora meno qualità redentrici del solito”.

Note

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