La clemenza di Tito K 621 è un'opera seria in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart - uno degli ultimi lavori teatrali del genio salisburgheseIn effetti l'ultima ad essere composta in quanto: «Quando Mozart compose La clemenza di Tito, allestita al Teatro Nazionale di Praga il 6 settembre 1791, aveva già quasi completato Die Zauberflöte che fu infatti rappresentata a Vienna venticinque giorni dopo ...» (Lidia Bramani, Mozart massone e rivoluzionario, Milano, Bruno Mondadori, 2005, p. 243, . - musicata su libretto di Caterino Mazzolà, a sua volta basato sul melodramma omonimo di Pietro Metastasio.La prima rappresentazione si tenne al Teatro degli Stati di Praga il 6 settembre 1791 in occasione dei festeggiamenti per l'incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia. L'opera reca il numero 621 del Catalogo Köchel.
Genesi dell'opera e rappresentazioni L'opera fu scritta come parte dei festeggiamenti organizzati dagli Stati Boemi nel 1791 per l'incoronazione di Leopoldo II d'Asburgo-Lorena a re di Boemia. La scelta del libretto fu dell'impresario del Teatro degli Stati di Praga, Domenico Guardasoni, che si recò a Vienna per contattare il poeta di corte. L'avvicendamento al trono di Leopoldo II, succeduto al fratello Giuseppe II, non aveva risparmiato il mondo musicale viennese: il poeta Lorenzo da Ponte, autore della memorabile "trilogia" mozartiana (Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte), era stato licenziato nella primavera del 1791. Poeta di corte al suo posto era diventato provvisoriamente Caterino Mazzolà, più tardi sostituito da Giovanni Bertati.
Guardasoni per la musica contattò Mozart, che accettò subito l'offerta. Certa però è la notizia secondo cui Guardasoni avrebbe prima contattato Antonio Salieri, e solo dopo il diniego di costui, si sarebbe rivolto (come per ripiego) a Mozart. Infatti in una lettera al conte Anton Esterházy (agosto 1791) Salieri scrive che l'impresario praghese lo aveva cercato cinque volte, con la supplica di comporre un'opera per l'incoronazione a Praga. Salieri però, paradossalmente, rifiutò col pretesto che egli poteva lavorare solo per il teatro della corte viennese. A quel punto Guardasoni si rivolse a Mozart che accettò il compenso di duecento ducati, ben sapendo che era l'unico compositore capace di scrivere un'opera in un tempo così ristretto. Secondo le testimonianze dell'epoca, Mozart avrebbe impiegato "diciotto giorni" per scrivere la musica, ospitato a Villa Bertramka assieme alla moglie Constanze da amici, František Dušek e la moglie la celebre cantante Josepha Duschek; in realtà nel 1959 è stato scoperto dal musicologo ceco Tomislav Volek il contratto che, sia pure l'8 luglio 1791, fu stipulato tra la commissione teatrale degli stati boemi e l'impresario Guardasoni, fatto questo che smentisce la nota storia secondo cui l'opera sarebbe stata commissionata direttamente a Mozart e mette in serio dubbio la leggenda dei soli 18 giorni utili per la stesura. La maggior parte dei recitativi secchi fu scritta dall'ultimo allievo di Mozart, Franz Xavier Süssmayr; ma vennero comunque controllati e migliorati da Mozart. Nel proprio catalogo di opere, Mozart ha scritto: «ridotta a vera opera dal signor Mazzolà».
L'opera fu rappresentata al Teatro Nazionale di Praga la sera del 6 settembre 1791 con la regia di Guardasoni. La risposta del pubblico fu piuttosto fredda e la moglie di Leopoldo, Maria Luisa di Borbone, si espresse in modo colorito dicendo che si trattava di «una porcheria tedesca in lingua italiana» e che «la musica era talmente brutta che ci addormentammo tutti». Il giudizio era forse anche una osservazione sul fatto che la mano del librettista di Longarone, Caterino Mazzolà appunto, non si era limitata ad aggiornare il vecchio libretto di Metastasio, modificando la struttura in due atti anziché tre, accorpando alcuni brani musicali (per esempio, l'Aria Se mai senti spirarti sul volto diventa un Terzetto tra Sesto, Vitellia e Publio) e apportando modifiche abbastanza evidenti agli orecchi di chi per esempio era abituato alle versioni musicali di Antonio Caldara, Gluck o Hasse.
Le numerose trascrizioni di inizio ottocento sono la prova di un interesse che fu invece costante per alcuni decenni, paragonabile quasi al successo del Don Giovanni. Già nel 1796 ebbe luogo a Dresda la prima rappresentazione della traduzione tedesca di Johann Friedrich Rochlitz, mentre nel 1797 l'opera fu data al Teatro Regio di Torino. Nel 1806 fu la volta della prima britannica al King's Theatre di Londra, e di quella viennese al Teatro di Porta Carinzia. Esempi in Italia dell'ulteriore diffusione del lavoro mozartiano furono le edizioni napoletana del 1809 al Teatro San Carlo, e milanese del 1818 alla Scala, entrambe con Gaetano Crivelli nei panni del protagonista.
Nella seconda metà dell'Ottocento pesò invece il giudizio negativo di Wagner: delle due opere mozartiane del 1791, Il flauto magico e La clemenza di Tito appunto, la prima è rimasta famosa fino ai giorni nostri, la seconda invece è caduta pian piano nell'oblio che ha coperto gran parte della produzione seria del '700.
In epoca contemporanea si è ricuperato un certo interesse verso questa opera, in Italia grazie soprattutto alla predilezione che il maestro Riccardo Muti ha dimostrato nei suoi confronti. I giudizi critici rimangono però discordanti: da un lato, coloro che vedono nella Clemenza di Tito un'opera drammaturgicamente incompleta, alla quale si imputa una scrittura "frettolosa", dipingendo un Mozart che, sotto la pressione dei creditori, avrebbe concesso di malavoglia il ritorno a un genere nel quale non scriveva dal 1781 (anno dellIdomeneo). Altri critici vedono nella Clemenza di Tito una soluzione personalissima e geniale alla decadenza dell'opera seria metastasiana degli ultimi decenni del Settecento.
Alcuni luoghi dell'opera sono in ogni caso illuminati dal migliore genio di Mozart: in particolare destò l'ammirazione dei contemporanei l'affascinante concertato della fine del primo atto, che ha la potenza dell'ultima scena del Don Giovanni e le stesse atmosfere sovrannaturali de Il flauto magico.
Il libretto
Il libretto originale è di Pietro Metastasio: è una tipica opera seria celebrativa, scritta per l'onomastico dell'imperatore Carlo VI nel 1734, e portata sulla scena per la prima volta da Antonio Caldara. Il dramma ebbe un successo enorme nel corso del Settecento, e fu musicata tra gli altri da Leonardo Leo (1735), Hasse (1735), Gluck (1752), Jommelli (1753), Galuppi (1760). Il dramma è incentrato sulla figura di Tito, imperatore di Roma, che miracolosamente scampa a una congiura, scopre i traditori, li condanna, ma alla fine, con un atto di clemenza inaspettato, perdona a tutti:
"... Sia noto a Roma/ ch'io son l'istesso, e ch'io/ tutto so, tutti assolvo e tutto oblio."
Le realizzazioni in musica dopo il 1760 diventano però sempre più rare: segno della decadenza che l'opera seria di impianto metastasiano stava soffrendo, a vantaggio invece dell'opera buffa che invece godeva di sempre maggiore successo. A questo scopo, dal 1780 in poi, ci furono varie iniziative di riforma, più o meno vicine ai modelli di Gluck, a cui invece Mozart rimase sostanzialmente indifferente. Quando però ricevette la commissione per la Clemenza, Mozart dovette essere cosciente del fatto che il dramma di Metastasio andasse sostanzialmente rivisto. Ne è testimonianza il fatto che Mozart stesso (cosa abbastanza rara) annota sul catalogo delle sue opere, in data 5 settembre 1791:
Se Mozart si sbilancia a dire che Mazzolà lo ridusse a vera opera, significa che non riteneva che il dramma originale potesse essere portato sulle scene così come era. Il libretto fu quindi riscritto con tutta probabilità grazie alla collaborazione fra Mazzolà e Mozart, la quale dovette essere molto intensa, del tipo che Mozart ebbe con Da Ponte.
L'opera di taglio e revisione di Mazzolà è infatti vistosa: il dramma passa da tre a due atti, molte scene vengono tagliate, i recitativi secchi ridotti all'osso. Mozart mantiene invece la vecchia consuetudine barocca di numerare i pezzi non recitati. La revisione di Mazzolà non risparmia nemmeno luoghi divenuti celebri, come il recitativo di Tito (Atto III, Sc.7) già elogiato da Voltaire. Tuttavia, Mazzolà è molto abile nel riadattare il materiale preesistente: solo due arie sono scritte ex novo, le parti rivedute sono comunque rielaborazioni di materiale già presente nell'originale di Metastasio.
La maggiore novità impressa da Mazzolà e Mozart sta nell'introduzione nell'opera seria di concertati, completamente assenti nell'originale mestastasiano, che prevedeva invece la consueta alternanza di recitativi e arie, disposte secondo una gerarchia d'affetti per ogni personaggio dell'opera. Tuttavia, è un po' riduttivo pensare che tutti i concertati della "Clemenza" siano tipici dell'opera buffa. Il concitato Terzetto Vengo...aspettate (No 10, Atto I, Sc. 9) in cui Vitellia apprende da Publio di essere stata scelta come moglie da Tito, mentre Sesto è già andato al Campidoglio per realizzare la congiura ordita da Vitellia stessa, è tutto fuorché un tipico concertato "buffo": il disegno ossessivo dei violini si accompagna alla vocalità arcaica, quasi da aria "di tempesta" di Vitellia, mentre l'intervento in assieme del basso (Publio) e del secondo soprano (Annio) sottolineano solo la drammaticità della linea melodica di Vitellia.
Questo Terzetto si salda poi in un tutto unico con il successivo Recitativo accompagnato (scena 10, No 11) e al celebrato finale del primo atto (No 12), in modo da costituire un assieme musicale di quasi venti minuti, molto simile di forma ai finali delle opere buffe. Ma anche qui la somiglianza è solo formale. Il recitativo accompagnato di Sesto (No 11, Atto I, Sc. 10) è un piccolo capolavoro che esprime la titubanza di Sesto di fronte all'imminente tradimento, ed è quindi al confine fra opera seria e buffa. Se fossimo in un'opera seria, ci si aspetterebbe che un recitativo di queste dimensioni sfociasse in un'aria solista: ed è così che sembra incominciare il quintetto con coro, con Sesto che canta (da solista) Deh conservate o Dei / a Roma il suo splendor. Ma quasi subito s'inseriscono Annio, poi Servilia, e infine il coro che canta lugubre in lontananza, unendosi ai corni e alle trombe, commentando l'incendio al Campidoglio.
Personaggi e interpreti PersonaggioTipologia vocaleSecondo Julian Rushton e il Dizionario dell'opera .Interpreti della primaSecondo Julian Rushton.6 settembre 1791(Direttore: Wolfgang Amadeus Mozart) Tito, Imperatore di RomatenoreAntonio Baglioni Vitellia, figlia dell'Imperatore VitelliosopranoMaria Marchetti-FantozziSesto, amico di Tito, amante di Vitelliasoprano castratoDomenico Bedini Annio, amico di Sesto, amante di Serviliasoprano (in travesti)Carolina Perini Servilia, sorella di Sesto, amante d'AnniosopranoAntonia Campi (Sig.ra Antonini)Walther Brauneis, Wer war Mozarts "Sig[no]ra Antonini" in der Prager Uraufführung von 'La Clemenza di Tito' KV 621? Zur Identifizierung der Antonina Miklaszewicz als Interpretin der Servilia in der Krönungsoper am 6. September 1791, in Rudolph Angermüller e Giacomo Fornari (a cura di), Mozart : le arie da concerto, Mozart e la musica massonica dei suoi tempi / die Konzertarien, Mozart und die Freimaurermusik seiner Zeit. Atti del convegno internazionale di studi, Rovereto, 26-27 settembre 1998 / Bericht des internationalen Kongresses, Rovereto, 26.-27. September 1998, Bad Honnef, Bock, 2001, pp. 69-79. ISBN 9783870668259. Publio, prefetto del pretoriobassoGaetano Campi
Trama La vicenda si svolge a Roma, nel 79, poco dopo l'eruzione del Vesuvio. Atto I