Le interpretazioni revisionistiche del Risorgimento sono letture storiografiche critiche del periodo conosciuto come Risorgimento, fase della storia d'Italia contemporanea in cui la penisola ha conseguito la propria unificazione politica

Vari autori e personaggi politici hanno dato luogo a diverse letture circa il fenomeno dell'unificazione italiana, spesso con prospettive ed esito differente, ma accomunate dall'essere alternative rispetto a quelle della storiografia risorgimentale consolidata. Le reinterpretazioni degli eventi non hanno un'unica origine e si muovono lungo diversi filoni di ricerca. La messa in discussione degli assunti della storiografia risorgimentale proviene sia da una parte ristretta del mondo accademico, che da diversi studiosi indipendenti, tra cui numerosi saggisti, che hanno riesaminato tale periodo secondo molteplici approcci interpretativi. Lo sviluppo e l'articolarsi di diverse scuole di pensiero, negli ultimi cinquant'anni, ha generato l'emersione di letterature critiche nei confronti della storiografia più diffusa, la quale è stata progressivamente oggetto di contestazioni sempre più numerose e polemiche.

Le origini e le teorie di Giacinto de' Sivo Negli anni immediatamente successivi all'unità d'Italia alcuni ex sudditi borbonici diedero alle stampe le prime opere che proponevano un'analisi critica del processo di unificazione politica dei territori che costituivano il Regno delle due Sicilie con quelli degli altri stati preunitari unitari che arrivo' a formare nel 1861 lo stato italiano come Regno d'Italia. In quest'ambito è riconoscibile il fiorire di una letteratura memorialistica, in cui soprattutto ex-appartenenti al disciolto Esercito delle Due Sicilie riportarono la propria interpretazione dei fatti. Tra questi vi sono i fratelli Pietro e Ludovico Quandel (autore di Una pagina di storia: giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860), Giovanni delli Franci (autore di Cronaca di artiglieria per la difesa di Gaeta), Giuseppe Ferrarelli e Giuseppe Buttà. Cappellano militare del 9º Battaglione Cacciatori dell'Esercito borbonico, ed esule a Roma presso la corte di Francesco II, quest'ultimo fu autore di Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta (1875), opera autobiografica in cui si narrano le vicende della spedizione dei Mille dallo sbarco di Marsala fino all'assedio di Gaeta viste dalla parte degli sconfitti. Buttà descrisse gli eventi facendo ricorso ad un linguaggio tagliente e sarcastico, senza lesinare critiche nei confronti di alcuni ufficiali borbonici, da lui accusati di viltà o tradimento nei confronti della corona. Pur con i limiti derivanti dall'essere trasposizioni di punti di vista individuali, queste opere memorialistiche vengono citate da numerosi revisionisti, i quali attribuiscono loro valore di documento storico.

Il primo storico ad elaborare una visione storiografica alternativa a quella della vulgata fu probabilmente Giacinto de' Sivo, membro della Commissione per l'istruzione pubblica e consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie. De' Sivo proveniva da una famiglia di lunga fedeltà alla dinastia borbonica, in cui il nonno, omonimo, aveva provveduto ad armare a proprie spese truppe per contrastare la Repubblica Napoletana giacobina sostenuta dalla Francia; lo zio Antonio aveva partecipato come ufficiale alla spedizione sanfedista del cardinale Ruffo; e il padre Aniello era un valoroso ufficiale dell'Esercito delle Due Sicilie. Allievo di Basilio Puoti, da cui derivò lo stile riconoscibile in tutte le sue opere, de' Sivo fu certamente un legittimista convinto e fervente cattolico, coerentemente con le tradizioni di famiglia. All'entrata di Garibaldi a Napoli, fu destituito dall'incarico di Intendente e arrestato una prima volta il 14 settembre 1860 per aver rifiutato di rendergli omaggio. Di questo primo episodio di prigionia dirà anni dopo, descrivendo il clima che si respirava nella capitale nelle settimane successive all'invasione:

Rilasciato dopo alcune settimane, venne nuovamente arrestato il 1º gennaio 1861. Ancora rilasciato, fondò un giornale legittimista, La tragicommedia, sulle pagine del quale egli si proponeva di ricordar la patria quando più non v'è patria, ricordar le ricchezze dileguate, l'armi perdute, fra' rimbombi de' cannoni, e i gemiti de' fucilati, e i lagni de' carcerati. Il giornale fece in tempo ad uscire con soli tre numeri, prima di essere soppresso. A tal proposito, de' Sivo, arrestato per la terza volta, lamentò "a me fanno un processo per cospirazione contro l'Italia. Nessuna libertà d'opinione, fuorché pe' rivoluzionarii"..

Scelta finalmente la via dell'esilio presso la corte di Francesco II a Roma, de' Sivo divenne uno dei punti di riferimento culturale del movimento legittimista, e iniziò una lunga opera di analisi storiografica. Nelle sue opere, dedicate alla cronaca ed all'analisi degli eventi che portarono all'unificazione, de' Sivo giudicò tale processo come un'aggressione nei confronti di due stati sovrani (Due Sicilie e Chiesa), in violazione del diritto internazionale ed in particolare dei valori spirituali e civili della nazione napoletana.

Nel 1861 pubblicò il suo primo saggio storico L'Italia e il suo dramma politico nel 1861, nel quale giudicò l'unificazione un processo elitario e lontano dagli interessi dei popoli, condotto attraverso violenza delle armi e la diffusione di menzogne..

I temi di cui sopra furono approfonditi nel suo volume successivo I Napolitani al cospetto delle nazioni civili. In quest'opera egli non si limitò a rimpiangere la dinastia borbonica, ma identificò la causa fondante degli accadimenti del 1860/61 in un disegno più ampio, diretto a mutare non solo la natura del governo del Regno delle Due Sicilie, ma quella dei suoi abitanti, con particolare riferimento alle convinzioni morali e religiose. Secondo tale tesi, tali accadimenti sarebbero infatti inquadrabili in un più vasto movimento, ideologicamente ostile all'influenza della religione sulla cultura e sulle tradizioni dei popoli. Egli lamentò inoltre la confusione tra unità politica e unità morale, contrapponendo i concetti di stato e nazione, ed affermando che per sua natura ed evoluzione storica l'Italia non fosse destinata ad essere unita, in quanto coacervo di nazioni distinte riunite sullo stesso territorio:

A suo giudizio, questo processo violento, estraneo alla natura dei popoli coinvolti, compromise ogni possibilità di unione effettiva, in quanto originato dalla guerra di Italiani contro Italiani, e fu causa della dispersione della parte migliore della società, a tutto vantaggio delle nazioni straniere.. Nel suo atto di accusa contro gli avvenimenti in corso, egli tracciò le conseguenze dell'annessione, gettando le basi per gli argomenti di critica di una parte degli storici meridionalisti successivi, quali la riduzione dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie in condizione di minorità, la spoliazione del tesoro statale per ripagare i debiti del Piemonte e la corruzione precedente all'invasione:

Prima di concludere il suo scritto con un appello alle nazioni europee perché intervengano per dirimere una questione che si svolge in spregio alle norme del diritto internazionale., egli identificò come movimento di resistenza legittima del popolo delle Due Sicilie ciò che veniva chiamato brigantaggio:

Negli anni successivi, nonostante i rischi di persecuzioni e le difficoltà di trovare tipografi disposti a stampare la sua testimonianza, lo storico elaborò la sua opera più rappresentativa, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, pubblicata a Roma e a Trieste in diversi volumi tra il 1862 e il 1867..

In essa egli riprese ad approfondì molti dei temi che erano stati abbozzati ne “I Napolitani al cospetto delle nazioni civili”. Quando comparve, l'opera fu recensita sulle pagine della Civiltà Cattolica da parte di uno dei suoi autorevoli fondatori, il gesuita Carlo Maria Curci, come lavoro di “altissimo pregio”. per quanto atteneva “[...] a sanità di principii, a nobili sentimenti di onestà e di religione, a coraggiosa franchezza nel qualificare le cose e le persone coi proprii loro nomi, e, per ciò che noi possiamo giudicarne, eziandio quanto a veracità di fatti narrati.. Successivamente, Francesco Berardinelli, dantista e direttore della Civiltà Cattolica, lodò l'opera affermando “i pregi singolari del primo libro [...] ritornano a far mostra di sé nel presente volume [...] e il loro valore è tanto maggiore [...] quanto maggiore è la copia e l'importanza de' fatti...

La “Storia”, che costituisce il punto più alto della produzione storiografica di de' Sivo., descrive in forma di cronaca, interpreta e giudica le vicende relative all'unificazione come inscritte all'interno delle leggi della storia, che egli ritiene non poter essere distinte dal progresso civile e dal destino morale dei popoli. In particolare, egli scrive che tale progresso debba essere “legale, conservatore, definito. Legale, perché non sorga l'arbitrio; conservatore, perché non distrugga gli ordini compositori dello Stato; definito, perché finito è l'uomo, né può aspirare a beni infiniti in terra”.. In questo senso, le rivoluzioni, e in particolare quella in atto, hanno il solo fine di rovesciare il patrimonio culturale delle nazioni attraverso la manipolazione degli accadimenti passati e la costruzione di un futuro non coerente con il destino morale e storico di un popolo: “Narrando il passato a rovescio, congiuravano a rovesciare l'avvenire”.. L'analisi storiografica di de' Sivo non è scevra di critiche verso la monarchia borbonica, la quale, suo giudizio, si sarebbe macchiata di eccessiva tolleranza nei confronti dei movimenti succedutisi a partire dal 1799., la quale avrebbe fatto in modo la rivoluzione continuasse a diffondersi fino a quando, “diventata Governo costituzionale in Piemonte, e confortata di poderosi aiuti stranieri, intese alla distruzione di tutti i troni italiani a proprio profitto, cominciando dal sabaudo, il più dominato di tutti da lei: anzi il solo tra tutti, perché portosi ad essere suo docile ed inerte strumento”.

In quest'ambito egli individua nella propaganda liberale il substrato preparatorio all'invasione. La mistificazione dei fatti è iniziata a suo parere ai tempi della fallita rivoluzione del 1848, a seguito della quale la stampa liberale deformò gli accadimenti a proprio uso e consumo: “Intanto si stampano storie dove i fatti s'aggiustano alle idee; pinti eroi i ribelli, tristi i fedeli, scambiate all'incontrario le idee semplici di vizio e di virtù”.. Tale mistificazione continuò con le famose lettere di lord Gladstone, che etichettarono il Regno delle Due Sicilie come “la negazione di Dio eretta a sistema di governo’”, le quali fecero in modo che “Napoli, le Sicilie, il re, la magistratura, l'amministrazione, l'esercito, il clero, la nobiltà e gl'ingegni nostri furono immorali ed atei giudicati. Nove milioni d'abitanti vivean col pensiero negativo della Divinità”.. Le fallite rivoluzioni, avendo avuto tra i promotori una parte degli intellettuali, condussero secondo de' Sivo alla diffidenza verso tale classe da parte di Ferdinando II, ed all'accentramento del potere nella sua persona, cosa che determinò, una volta mancato lui, l'incapacità del regno di resistere agli avvenimenti..