La ceramica etrusca comprende la produzione vascolare realizzata in Etruria fra la prima età del ferro e la romanizzazione. Vi si distinguono l'impasto, modellato a mano e di destinazione domestica e funeraria, il bucchero, dalla superficie nera e lucente ottenuta con cottura in atmosfera riducente, le classi dipinte a fondo chiaro, dall'etrusco-geometrico alle figure rosse, e infine la vernice nera, che nell'età ellenistica finisce per prevalere su tutte le altre.

La conoscenza dei procedimenti greci, presumibilmente attraverso artigiani immigrati, introdusse in Etruria meridionale una migliore depurazione dei materiali di partenza, l'uso del tornio veloce e la cottura ad alta temperatura in fornaci chiuse, e con essi una ceramica dipinta di stile tardo-geometrico.. Le abbondanti importazioni greche venivano imitate o adattate insieme alle forme metalliche e ai modelli decorativi orientali; allo stesso tempo si mantenevano le vecchie tradizioni, e la ceramica prodotta in territorio etrusco giunse a coprire una gamma molto varia di livelli qualitativi. Lo scambio non fu peraltro a senso unico, perché singole officine ateniesi ripresero forme etrusche e le produssero quasi esclusivamente per quel mercato..

Benché la stragrande maggioranza dei vasi interi provenga dalle tombe, per la maggiore attenzione che lo scavo ottocentesco riservò alle necropoli, la ceramica etrusca non fu una produzione esclusivamente funeraria: le indagini condotte negli abitati ne hanno documentato l'uso corrente sulla mensa, e altrettanto ne è attestato l'impiego nei santuari..

L'impasto

Nel IX e nell'VIII secolo a.C. la produzione vascolare dell'Etruria è costituita in larghissima parte da ceramica di impasto modellata a mano, che quantitativamente rappresenta la principale categoria di materiale nella documentazione archeologica. Cristiano Iaia vi distingue, senza una vera separazione sul piano tecnologico e compositivo, una classe grossolana destinata alle funzioni domestiche quotidiane, con fornelli, scodelle, olle e dolii, e una classe di qualità migliore, che copre una gamma ampia di forme dal vasellame da mensa agli oggetti rituali ed è in genere realizzata in un impasto scuro lucidato e cotto in atmosfera riducente..

Utilizzata a scopo domestico o funerario, questa ceramica copre una serie limitata di forme ed è decorata a incisione o a impressione con elementi in stile geometrico.. Nella maggior parte delle sepolture a incinerazione delle fasi iniziali dell'Etruria villanoviana ricorrono soprattutto i cinerari biconici e le scodelle a orlo rientrante che li accompagnano, con una decorazione geometrica complessa eseguita a impressione, a incisione e a stampiglia, entro una gamma di varianti limitata che viene comunemente designata come stile villanoviano. Si tratta di una produzione che non può essere considerata in senso stretto di bottega, e che è stata piuttosto definita semidomestica; un carattere più specializzato rivelano invece i vasi ornati con lamelle metalliche, per lo più di stagno, applicate sulle pareti con un adesivo secondo una tecnica nota a nord delle Alpi e in Italia già dalla fine del II millennio a.C., una classe di brocche o tazze legate al consumo dei liquidi, rinvenuta soprattutto nei centri maggiori dell'Etruria meridionale oltre che a Vetulonia e a Populonia..

Sugli aspetti tecnologici della ceramica villanoviana le informazioni sono limitate, e mancano studi archeometrici; i pochi dati disponibili riguardano l'impiego di installazioni di cottura temporanee a fossa, divise internamente in settori, e a Felsina fornaci articolate verticalmente in una camera di combustione e in una camera di cottura separate da un piano forato, accorgimento che può avere migliorato l'omogeneità delle superfici.

Una produzione molto più varia comincia nell'Etruria meridionale solo con la fase iniziale della seconda età del ferro, quando compaiono numerosi vasi potori greci di stile medio e tardo geometrico, in prevalenza ma non esclusivamente di fabbrica euboica, prontamente imitati da vasai immigrati: ne nasce una nuova classe di vasellame da mensa dipinto e tornito, che comprende vari tipi di skyphoi oltre a brocche e coppe. L'introduzione del tornio, pur senza dare luogo a una vera produzione di massa, favorì una maggiore differenziazione del mestiere e influenzò anche la fabbricazione dell'impasto di più largo consumo, che dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C. si andò standardizzando proprio grazie al tornio.

Dall'VIII secolo a.C., in corrispondenza delle novità socio-economiche che modificarono la struttura delle popolazioni di fase villanoviana, la ceramica di impasto si presenta in nuove forme, funzioni e decorazioni derivate in gran parte dalla contemporanea produzione in metallo. Con il formarsi del bucchero e il diffondersi della ceramica dipinta a fondo chiaro, l'impasto diviene sempre più, a posteriori, elemento per la comprensione dell'assimilazione, ai livelli più bassi della produzione, degli elementi importati, almeno fino al terzo quarto del VII secolo a.C..

Il bucchero

Il bucchero è il nome moderno di una classe ceramica prodotta nell'Italia centrale fra il VII e il IV secolo a.C., caratterizzata da una superficie nera o grigio scuro, liscia e riflettente. Il termine deriva dallo spagnolo búcaro, con cui era designata una ceramica nera sudamericana poi imitata dai vasai portoghesi, e fu applicato ai vasi neri etruschi dai primi scavatori per la somiglianza esteriore: non ha quindi alcun rapporto diretto con gli Etruschi, e il nome che essi davano a questa produzione resta ignoto. Per lo stesso motivo Richard Daniel De Puma giudica ingiusta la definizione, ricorrente, di bucchero come unica invenzione autonoma degli Etruschi..

La tecnica Il colore non è dato da un rivestimento né da una vernice, ma dalla cottura in atmosfera riducente: sottraendo ossigeno alla fornace, l'ossido ferrico contenuto nell'argilla si riduce a ossido ferroso e l'impasto annerisce in tutto lo spessore e non solo in superficie, tanto più quanto più la riduzione è completa. Nell'area di Orvieto una riduzione deliberatamente incompleta produceva invece una varietà grigia.. Philip Perkins osserva che le riproduzioni sperimentali indicano nel controllo dell'atmosfera di cottura, più che nell'eventuale aggiunta di carbone all'argilla, la variabile decisiva per ottenere il nero..

Fra il bucchero e la ceramica di impasto non esiste per Perkins un confine netto, ma un continuum: il bucchero più antico può essere considerato una versione depurata dell'impasto, e il termine buccheroid impasto designa convenzionalmente i pezzi che condividono i caratteri delle due classi.. I vasi più antichi furono modellati a mano, forse con l'ausilio di un tornio lento, e lucidati a stecca quando l'argilla era ancora coriacea, operazione che dava alla superficie compattezza e riflettenza; nel terzo quarto del VII secolo a.C. il tornio veloce divenne il mezzo di formatura corrente, accompagnato dalla rifinitura al tornio che produce i profili a carenatura netta, e con esso si passò dal pezzo singolo a serie numerose di vasi quasi identici e poco decorati.. De Puma dà invece già tornito il bucchero più antico.

La decorazione è data da incisioni, solcature e impressioni. Il motivo più caratteristico della fase antica è il cosiddetto ventaglio, un fascio di linee punteggiate che si irradiano da un punto, ottenuto facendo ruotare ad arco una lametta dentata; il nome è convenzionale e non corrisponde ad alcuna forma di ventaglio etrusco, tanto che Jean Gran-Aymerich ha proposto di riconoscervi la derivazione da rappresentazioni egizie del fiore di papiro. Si impiegavano inoltre cilindretti a sigillo, che rotolati sull'argilla coriacea davano fregi continui di figure o animali, e rilievi ricavati a matrice e applicati a crudo, talvolta traforati; le incisioni potevano essere riempite di ocra o di cinabro per renderle leggibili. La pittura sul bucchero è rarissima..

Il rapporto con il vasellame metallico Il rapporto fra il bucchero e il vasellame in metallo è oggetto di posizioni diverse. De Puma ritiene che alcune delle forme più antiche fossero destinate a imitare originali metallici, e ricorda i pezzi su cui è stata segnalata la presenza di un rivestimento d'argento aderente alla superficie esterna; la lucentezza metallica del bucchero antico deriverebbe dalla combinazione della lucidatura con una sottile sospensione organica stesa prima della cottura. Perkins considera invece la lucentezza argentea un sottoprodotto occasionale della cottura, troppo raro perché la resa di un aspetto metallico possa essere stata un obiettivo costante dei vasai, e osserva che la foglia d'oro e il colore che si osservano su alcuni esemplari sono spesso ritocchi ottocenteschi eseguiti per rendere più visibile la decorazione.

Perkins aggiunge che la priorità cronologica dei tipi metallici non è stabilita, e che il confronto è falsato dalla sopravvivenza differenziale dei materiali, perché gli esemplari in metallo sono rarissimi e facilmente rifusi, mentre quelli in ceramica sono più comuni e più durevoli. Il rapporto skeuomorfo è certo dove il vaso riproduce elementi propri della lavorazione del metallo, come i rivetti in argilla o la decorazione a sbalzo, ma per caratteri come le carenature nette, semplici da ottenere in ceramica e difficili nella lamina, non è dimostrabile quale dei due materiali venga prima. Ne consegue, per Perkins, che l'estetica del bucchero era condivisa fra materiali diversi, e che le divisioni fra artigiani che lavoravano medium diversi erano meno rigide di quanto si sia soliti supporre..

Sulla stessa questione Giovannangelo Camporeale porta un argomento cronologico: i vasi metallici superstiti sono pochissimi, quasi sempre in oro o in argento, e provengono da contesti che risultano posteriori a quelli dei buccheri più antichi. Ne ricava che la prudenza consiglia di rovesciare il rapporto, e di vedere in quei pochi esemplari preziosi la ripresa di forme che la ceramica aveva già messo a punto..

Camporeale osserva inoltre che le officine dalle quali uscirono i primi buccheri lavoravano forse anche l'impasto, dato che per alcune forme, come l'anfora a spirali, affermata già nell'ultimo scorcio dell'VIII secolo a.C., il profilo e l'ornato del bucchero coincidono con quelli dei corrispondenti vasi di impasto.

Cronologia e articolazione della classe Le officine più antiche sono individuate a Caere e a Veio, e a Caere compaiono i pezzi tecnicamente più avanzati, con pareti spesse meno di tre millimetri, da cui il nome di bucchero sottile.. La data d'inizio della produzione resta però discussa: De Puma la colloca attorno al 675 a.C.,. Perkins nel secondo quarto del VII secolo a.C., segnalando che la questione è aperta,. mentre Tom Rasmussen propone che il bucchero compaia entro il 680-675 a.C. con la tecnica riducente già pienamente applicata al vasellame da tavola, contro Ferdinando Sciacca, che assegna la priorità alla produzione più sperimentale attribuendola alla bottega della tomba Calabresi e datandola attorno al 660-650 a.C..

Alla fine del VII secolo a.C. il bucchero è prodotto nella maggior parte delle città etrusche, con officine di rilievo a Tarquinia, Vulci, Orvieto e Chiusi e produzioni proprie a Vetulonia, Roselle, Populonia, Pisa e Roma; nel VI secolo la produzione si estende oltre l'Etruria propria, alla Sabina, a Capua e alla Campania, all'Etruria padana e all'agro falisco. I centri per i quali non è stata identificata con sicurezza una produzione locale, come Volterra, Cortona, Arezzo, Perugia e Fiesole, sono precisamente quelli che non hanno ancora restituito estesi depositi di età orientalizzante e arcaica..