Il termine cultura designa, in linea di massima, «l’insieme dei valori, simboli, concezioniVisioni del mondo, saperi e opinioni, credenze, modelli di comportamentoIstituzioni, norme, regole e costumi e anche delle attività materialiTecnologie e processi tecnici, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale»: un'eredità storica che, nel suo insieme, definisce i rapporti all'interno di quel gruppo sociale e quelli con il mondo esterno. Etimologia Il sintagma deriva dal verbo latino colere, che significa "coltivare".
L'utilizzo di tale termine venne esteso a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei", da cui il termine "culto", e a indicare un insieme di conoscenze.
Descrizione
Anche se non c'è univocità degli autori sulla definizione generale di cultura - anche nella traduzione in altre lingue e a seconda dei periodi storici - il concetto moderno si può intendere come quell'insieme di conoscenze e di pratiche acquisite che vengono trasmesse di generazione in generazione.
Tuttavia, il termine cultura nella lingua italiana denota più significati di diversa interpretazione: una concezione pragmatica (positivismo/utilitarismo) presenta la cultura come formazione individuale, volta all'esercizio di acquisizione di conoscenze "pratiche". In tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta (pseudo-saperi); una concezione metafisica (antropologia/etica) presenta la cultura come un processo di sedimentazione dell'insieme patrimoniale delle esperienze condivise da ciascuno dei membri (morale/valori), delle relative società di appartenenza (sociologia/istituzioni), dei codici comportamentali condivisi (morale/costumi), del senso etico del fine collettivo (escatologia/idealismo), e di una visione identitaria storicamente determinata (antropologia identitaria/etnicità), come espressione ecosistemica di una tra le multiformi varietà di gruppi umani e civiltà nel mondo. Concerne sia l'individuo, che i grandi gruppi umani (sociologia/collettività), di cui egli è parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al singolare, riconoscendosi ciascun individuo quale membro "di diritto", del gruppo etno-culturale di appartenenza etno-identitaria, nonché nel "patto di adesione sociale" e nelle sue regole etiche e istituzionali volte al fine dell'"autoconservazione" del gruppo etnico stesso; una concezione di senso comune è, inoltre, il potere intellettuale o "status", che vede la cultura come luogo privilegiato dei "saperi" locali e globali, tipico delle istituzioni "superiori", come le "conoscenze specializzate" (scienza/tecnologia), la politica (parlamento/partiti), l'arte (spettacolo/rappresentazione), l'informazione (media/comunicazione), l'interpretazione storica degli eventi (storia/ideologie), ma anche l'influenza sui fenomeni di costume (società/modelli), e sugli orientamenti (filosofia/credenze religiose) delle diverse popolazioni, fino a livelli di misura planetaria; una concezione di tipo istituzionale (educazione/pedagogia), che vede la cultura come strumento di formazione di base e di preparazione al lavoro nell'ordine di una società economica, meritocratica e delle competenze remunerabili.
Estensione del termine
Esistono diversi significati del concetto di cultura: secondo una concezione classica, la cultura consiste nel processo di sviluppo e mobilitazione delle facoltà umane che è facilitato dall'assimilazione del lavoro di autori e artisti importanti e legato al carattere di progresso dell'età moderna; secondo una concezione antropologica, la cultura - o civiltà - presa nel suo più ampio significato etnologico è, secondo la nota definizione dell'antropologo evoluzionista inglese Edward Tylor, «quell'insieme complesso che include il sapere, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e habitus acquisita dall'uomo in quanto membro della società».
Negli anni, la definizione antropologica di cultura è molto cambiata: ad esempio, l'antropologo svedese Ulf Hannerz la definisce «una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori».
La definizione dell'UNESCO considera la cultura come «caratteristiche spirituali, materiali, intellettuali ed emotive distintive di una società o di un gruppo sociale, e che comprende, oltre all'arte e alla letteratura, stili di vita, modi di convivere, sistemi di valori, tradizioni e credenze».
L'uso popolare della parola cultura in molte società occidentali può riflettere semplicemente il carattere stratificato di queste società: molti usano questa parola per designare i beni di consumo, e attività come ad esempio la cucina, l'arte o la musica. Altri usano il termine di "cultura alta" per distinguere quest'ultima da una presunta "cultura bassa", intendendo con quest'ultima l'insieme dei beni di consumo che non appartengono all'élite.
In antropologia La cultura in senso antropologico consiste in: sistemi di norme e di credenze esplicite, elaborati in modi più o meno formalizzati; costumi e abitudini acquisite da esseri umani per il semplice fatto di vivere in determinate comunità, comprese quindi le azioni ordinarie della vita quotidiana; artefatti delle attività umane, dalle opere d'arte vere e proprie agli oggetti di uso quotidiano e tutto quanto fa riferimento alla cultura materiale, al sapere necessario per vivere.
Le caratteristiche che definiscono la cultura nella concezione descrittiva dell'antropologia sono principalmente tre: la cultura è appresa e non è riducibile alla dimensione biologica dell'uomo. Ad esempio, il colore della pelle non è un tratto culturale bensì una caratteristica genetica; la cultura rappresenta la totalità dell'ambiente sociale e fisico che è opera dell'uomo; la cultura è condivisa all'interno di un gruppo o di una società. Essa è distribuita in maniera omogenea all'interno di tali gruppi o società.
Affinché un'azione o un tratto possano essere definiti "culturali" occorre quindi che siano condivisi da un gruppo. Ciò però non significa che un fenomeno "culturale" debba essere obbligatoriamente condiviso dalla totalità della popolazione: è necessario lasciare spazio alla normale variabilità individuale.
Anche per quanto riguarda le variazioni di comportamento tra individuo e individuo all'interno di una società, però, è possibile individuarne dei limiti circoscritti proprio dalle norme sociali che regolano quel determinato gruppo.
Frequentemente gli individui appartenenti a una determinata cultura non percepiscono la loro condotta regolata da tali norme che impongono quale comportamento sia consentito e quale no.
In antropologia l'insieme di queste norme sociali vengono definite modelli culturali generalmente riconosciute anche come "ideali".
Le proprietà antropologiche della cultura
La cultura è: un complesso di modelli di vita (idee, simboli, azioni, disposizioni) di un popolo in un certo periodo storico. Secondo l'antropologo statunitense Geertz in tutte le culture esiste un “modello di” (es. pulizia, decoro, leggi), attraverso cui si pensa e rappresenta qualcosa. I modelli di generano “modelli per”, ossia concetti guida per l'agire degli individui che si possono classificare nelle seguenti tipologie: operativa: permette un accostamento al mondo in senso pratico e intellettuale e un relativo adattamento ambientale. Permette quindi di passare dall'ideale all'operatività. selettiva: effettua infatti una selezione di modelli funzionali al presente. dinamica: si mantiene nel tempo, ma non è fissa. Interagendo con altre culture vi sono cambiamenti reciproci. stratificata e diversificata: all'interno della stessa società si notano differenze culturali in base all'età, al genere, al reddito, ecc., e queste differenze condizionano i comportamenti sociali. A seconda delle società vi è inoltre una diversa distribuzione della cultura. La cultura presenta al proprio interno dei dislivelli. Gramsci, schematizzando, parlò di cultura egemonica (che ha il potere di definire i suoi confini) e cultura subalterna che, non avendo tale potere, non ha possibilità di definirsi. Ad esempio, la divisione tra Hutu e Tutsi è nata in seguito alla colonizzazione belga.
Nella società moderna, pur essendo presenti differenze culturali su base linguistica ed etnica, esse sono tollerate perché viene favorita l'integrazione culturale tramite l'istruzione obbligatoria e le classi sociali non hanno confini rigidi: il sociologo Bauman parla di «modernità liquida»: basata sulla comunicazione: la cultura nasce infatti da uno scambio costante. olistica: (dal greco , hòlos, "intero") ed è quindi formata da elementi interdipendenti tra loro. Ad esempio vi è un legame tra la religione e l'alimentazione di un paese e di conseguenza sull'economia. Secondo alcuni antropologi alcune culture sono più olistiche perché realizzano meglio questa interdipendenza tra elementi (es. la divisione nelle caste indiane e lo stretto legame tra di esse). porosa: vi sono continui sconfinamenti tra le culture ed è difficile definire un vero limite, un vero confine tra culture.
Cultura e civilizzazione Oggi gli antropologi non considerano la cultura il semplice risultato dell'evoluzione biologica, ma suo elemento intrinseco, il meccanismo principale dell'adattamento dell'uomo al mondo esterno.
Secondo queste opinioni, la cultura si presenta come un sistema di simboli con capacità di adattamento, che può cambiare da un posto all'altro, permettendo agli antropologi di studiarne le differenze, che si esprimono in varietà concrete di miti e rituali, in strumenti, in varietà abitative e in principi di organizzazione dei villaggi. In questo modo, gli antropologi evidenziano una differenza tra “cultura materiale” e “cultura simbolica”, non solo perché questi concetti rispecchiano sfere diverse dell'attività umana, ma anche perché comprendono dati base diversi, che in fase di analisi richiedono approcci diversi. Secondo quest'idea di cultura, che prevaleva nell'intervallo tra le due guerre, ogni cultura ha i suoi confini e deve essere considerata come un unico insieme che usa dei punti di vista propri.
Come risultato emerge il concetto di “relativismo culturale”, idea secondo la quale una persona può accettare i costumi altrui, attraverso i concetti dell'altrui cultura e i suoi elementi (usi, ecc.), e la conoscenza dei sistemi dei simboli, di cui sono parte. Di conseguenza, il concetto che la cultura contiene dei codici di simboli e dei mezzi per trasmetterli da una persona all'altra, significa che la cultura, anche se entro certi limiti, cambia costantemente.
Il fatto che la cultura cambi può essere la conseguenza della formazione di nuove cose, così come avviene al momento del contatto con un'altra cultura. Su scala mondiale, il contatto tra le culture porta all'assimilazione (attraverso lo studio) di vari elementi, cioè la compenetrazione delle culture. In condizioni di antitesi o disuguaglianza politica, le persone di una cultura possono certamente cogliere i valori culturali di un'altra collettività o imporre i propri valori (“acculturazione”).
Il contributo di Bronisław Malinowski L'antropologo polacco funzionalista Bronisław Malinowski sosteneva che la cultura comprendesse «gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono trasmessi socialmente». L'obiettivo dell'antropologia funzionalista di Malinowski era quello di profilare chiaramente la «costituzione sociale», individuare «le leggi e le regolarità di tutti i fenomeni culturali», comprendere la cultura studiata attraverso un'analisi olistica che tenesse unite tutte le parti, individuare «tutte le regole e le regolarità [...] tutto ciò che è permanente e fisso», comprendere le risposte culturali ai bisogni di base e soprattutto di comprendere «il punto di vista dell'indigeno, il suo rapporto con la vita, di rendersi conto della sua visione del suo mondo».