La chiesa di San Vitale è un edificio religioso tardobarocco costruito al posto di un luogo di culto paleocristiano a Riva San Vitale, già sede della Pieve di Riva.
Storia Il primo insediamento religioso nel luogo che oggi ospita la chiesa sorse forse all'inizio della cristianizzazione del Canton Ticino e sicuramente non oltre il IX secolo. In quello successivo, e più precisamente fra il 962 e il 966, l'edificio fu citato per la prima volta in un documento storico. Della chiesa medievale, probabilmente una basilica, tuttavia, restano sparute tracce, ascrivibili tutte al battistero che si trova poco distante dall'edificio: l'attuale struttura, invece, fu costruita su progetto di Giuseppe Salvatore Caresana fra il 1756 e il 1759 in stile tardo-barocco. Il campanile dotato di lanterna, invece, è di poco precedente: la sua costruzione risale al biennio 1754-1755. Gli ultimi restauri alla chiesa furono intrapresi nel 1993-1995.
Facciata Una modifica importante alla chiesa fu apportata nel 1865, quando Antonio Vassalli ridisegnò la facciata in stile neoclassico, dotandola di un timpano e facendone scandire i volumi da imponenti lesene. Il bassorilievo in pietra chiara che, al di sopra del portale maggiore ritrae San Vitale, opera di un artista locale, è del 1863.
Interno È in stile neo-barocco.
Opere d'arte Vi sono diverse opere d'arte. A sinistra del portone d'ingresso, sulla parete di sinistra, vi sono due affreschi settecenteschi, di autore ignoto e di non grande qualità, strappati da una nicchia del vicino Battistero. Rappresentano San Giovanni Battista intento a battezzare, e la Decollazione di Giovanni Battista. Presso l'altare maggiore, ai suoi lati e nella abside retrostante, sono esposti i famosi dipinti che ritraggono i momenti salienti della vita e della figura del Beato Manfredo Settala. Quelli più antichi sono del pittore Giovanni Battista Bagutti (1774-1823), mentre quelli più recenti sono di Pietro Chiesa (1876-1959). Rappresentano 1) il Beato che prega sul monte ed intorno a lui i malati guariscono, gli storpi camminano, e i disperati tornano giu riconciliati con la vita ed il dolore; 2) i due miracoli nel periodo di carestia: il campo seminato a grano in pieno luglio che, nonostante la siccità, crebbe e in un paio di giorni fu maturo per essere raccolto. Il miracolo del pane: il popolo soffriva la fame e i bambini morivano, così Manfredo ordinò di infornare delle pietre che dopo la cottura risultarono essere dei pani molto buoni; 3) la sua morte annunciata dalle campane che suonavano senza che alcuno le azionasse e senza che nessuno le riuscisse a fermare; 4) il ritrovamento del beato Manfredo morto in ginocchio mentre pregava nella sua cappella sul monte San Giorgio; 5) la decisione di affidare a due buoi la scelta del luogo di sepoltura per il beato: la sua salma viene posta su di una slitta trascinata dalla coppia di bovini che si avviano senza alcuna guida.
Il Beato Manfredo Settala Il Beato Manfredo Settala è una figura poco conosciuta perché la sua devozione non è mai uscita fuori dagli abitati che lo hanno riguardato. È molto venerato a Cuasso al Monte dove fu parroco, a Meride avendo vissuto in eremitaggio sul Monte San Giorgio, e a Riva San Vitale dove sono conservate le sue spoglie. Secondo la leggenda dopo la morte di Manfredo i tre paesi litigavano fra loro, ciascuno reclamando il diritto ed il privilegio a detenere le sue spoglie. Infine si decise di far scegliere a Dio il luogo tramite due buoi, che avrebbero trainato una slitta su cui era deposta la salma di Manfredo. I buoi partirono dunque senza guida, discesero il crinale, raggiunsero Riva San Vitale, dove decisi entrarono nella chiesa fermandosi davanti all'altare maggiore, che così divenne il sepolcro del Beato.
Secondo la tradizione il Beato Manfredo Settala morì nella sua cappella sul monte San Giorgio nel 1217. Questa data è confermata dal fatto che, quando fu fatta la ricognizione della sua salma nel 1387, lo si trovò coperto da un grosso telo di cuoio intarsiato su cui era incisa la data del 1217. La leggenda delle campane che suonavano senza che alcuno le azionasse e che smisero solo quando Manfredo fu rinvenuto morto in ginocchio mentre pregava, pone l'evento nella mattina del 27 gennaio. Così la festa del Beato Manfredo ricade ogni anno in questa data, preceduta il 26 gennaio dalla tradizionale distribuzione del "Pane del Beato", dove una grande quantità di pani offerti dai patrizi di Riva San Vitale e benedetti dall'arciprete, vengono distribuiti ad ogni famiglia del paese, in ricordo del miracolo del pane.
Il corpo del Beato fu dapprima posto in un sarcofago di pietra con copertura in ferro (visibile tuttora dietro l'altare maggiore). Nel 1655 fu trasferito nell'attuale sarcofago di cristallo che, dopo l'erezione del monumentale altare maggiore in marmo d'Arzo con tempietto centrale (realizzati nel 1764 da Gabriele Longhi da Viggiù), viene conservato al suo interno. Questo sarcofago col Beato Manfredo viene esposto al pubblico, deposto sulla balaustra antistante l'altare maggiore, nel periodo della sua festa. Esso è tuttavia visibile tutto l'anno aprendo un apposito sportellino dietro l'altare maggiore. Il suo corpo giace intero, mummificato, mani testa e piedi scoperti, vestito con un talare nero, stola manipolo e pianeta in damasco bianco tessuto in argento, capo coperto da una berretta da prete, e al dito mignolo sinistro porta un anello d'oro con brillanti.
Documentazione archeologica e reperti antichi In una saletta laterale situata a destra del portone principale della chiesa sono esposti: 1) la famosa epigrafe funeraria di epoca romana in cui si cita l'antico nome di Riva San Vitale Primus Subinates. "(Epigrafe dedicata) da Martina insieme ai figli al carissimo marito Caio Romatio figlio di Caio, quattuorviro di Como con potere giudiziario, benefattore degli abitanti del villaggio di Primo Subino, dai quali richiese per l'accordo fatto in sua memoria, che per anni coltivino amaranto o producano in abbondanza rose, che se lo avessero trascurato di fare, che dovevano restituire agli eredi ed alle eredi il quadruplo. Salve o Caio Romatio!" 2) Numerose foto storiche del Battistero: degli interventi al suo interno per rimettere in luce gli affreschi antichi, il pavimento originario e la prima vasca più antica sottostante (1919-1926); altre foto riferibili alle ulteriori indagini delle zone circostanti l'edificio (1924-1925); ed infine numerose foto relative all'isolamento del Battistero con l'abbattimento degli edifici di epoca successiva che gli erano stati addossati ed il restauro globale conservativo del suo esterno (1953-1955). 3) In alcune vetrine sono esposti i reperti di epoca romana e medievale rinvenuti durante i restauri e gli scavi effettuati dentro e fuori il Battistero negli anni '20 (frammenti di laterizi e di marmo alcuni con iscrizioni, tubi in terracotta ed in piombo, un rubinetto romano in bronzo, qualche mortaio e cardine di porta in pietra, frammenti di affreschi e stucchi colorati, un'olla e una anforetta in terracotta, diversi frammenti di vetri raffinati, numerose ceramiche invetriate colorate di epoca medievale e rinascimentale: piatti, ciotole, un bicchiere, ecc.). 4) Alcune vecchie pubblicazioni monografiche sul Battistero e sui suoi restauri.
Note
Bibliografia p. 263. Virgilio Gilardoni, Il Romanico. Catalogo dei monumenti nella Repubblica e Cantone del Ticino, La Vesconta, Casagrande S.A., Bellinzona 1967, 513. Giuseppe Martinola, Inventario d'arte del Mendrisiotto, v. I, Edizioni dello Stato, Bellinzona 1975, 444-452. Bernhard Anderes, Guida d'Arte della Svizzera Italiana, Edizioni Trelingue, Porza-Lugano 1980, 335-336.
AA.VV., Guida d'arte della Svizzera italiana, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2007, 418.
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