Il De fato è la terza ed ultima opera di carattere teologico di Marco Tullio Cicerone,Le altre due sono De natura deorum (La natura degli dèi, 45 a.C.), e De divinatione (La divinazione, 44 a.C.) composta nel 44 a.C., in cui Cicerone discute con Aulo Irzio sul problema del destino e sul rapporto tra libero arbitrio e predestinazione. Alla dottrina stoica delleimarmène, cioè del destino, per cui la libertà dell'uomo è condizionata dalla Necessitas e dal Fatum, Cicerone oppone la teoria accademica del "libero arbitrio": l'uomo, attraverso la sua volontà, può affermare la sua libertà.

Tutta l'articolazione del De fato''' parte dalla tesi di Crisippo, che mirava a far coincidere la libertà con l'accettazione volontaria di un destino immutabile, rettificandone però la linea di pensiero grazie soprattutto al contributo del neoaccademico Carneade.

Riferimenti politici all'opera La configurazione esteriore del De fato è ben mirata a un obiettivo politico, come traspare da una lettera di Cicerone del 22 aprile scritta a Pozzuoli e indirizzata ad Attico:«Non mi piacciono questi consoli designati che mi hanno costretto a prestarmi come declamatore, non lasciandomi tranquillo nemmeno ai bagni. Ma di ciò non devo incolpare che la mia esagerata disponibilità»Ad Att. 14.12.2.

L'opera è ambientata a Pozzuoli e il momento della stesura va individuato nelle settimane immediatamente successive a quelle oggetto della narrazione: probabilmente quando, alla fine di maggio del 44, Cicerone si è trasferito nella villa di Tuscolo.

L'incontro con Irzio, infatti, è contestualizzato nel quadro storico della crisi politica seguita alla morte di Cesare: Cicerone si ritirò in un "esilio volontario" insieme ad altri personaggi importanti della vita politica romana, con i quali si incontrava assiduamente a discutere della grave situazione della Repubblica e di quel che i boni viri potevano fare per salvarla dalla rovina.Cicero, Marcus Tullius. Il fato / Marco Tullio Cicerone; introduzione, traduzione e note di Francesca Antonini, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 8-9. Di queste conversazioni di argomento politico abbiamo molte notizie nelle lettere che Cicerone scriveva quasi quotidianamente all'amico Attico (Libro XIV).

L'enfasi sulla drammatica situazione dello Stato romano e sull'impegno personale di Cicerone si spiega, in parte, come risposta implicita a chi vedeva nei suoi studi filosofici una rinuncia alla politica e all'azione. Dunque, il frangente storico rendeva particolarmente attuale un'opera sul tema del destino e della libertà. Se, durante la tirannia cesariana, l'accettazione stoica del fato e il suicidio come sterile affermazione dell'indipendenza del saggio poteva aver dato una risposta adeguata al problema della libertà del singolo, ora la scomparsa di Cesare e la rinnovata possibilità di un'azione politica rendevano necessaria una rifondazione del problema etico.

Struttura e contenuti L'inizio vero e proprio del De fato è perduto: il testo a noi pervenuto inizia con un "piano dell'opera" che si pone fuori dalla cornice definita dall'incontro con Irzio e chiarisce le implicazioni logiche ed etiche del problema del fato. È probabile che egli indicasse come suo obiettivo polemico la teoria stoica del fato, definito come la connessione eterna e immutabile delle cause, identificata con il logos o razionalità del cosmo, per cui niente è mai accaduto, accade o accadrà in modo difforme da come era fatale che accadesse.Ivi, p. 6.

Dopo l'enunciazione del tema dell'opera, Cicerone fa sapere che aveva progettato di dare all'opera sul destino la forma dialogica già usata per il De natura deorum e il De divinatione, ma che una circostanza fortuita glielo ha impedito, costringendolo ad adottare la forma della disputatio contra propositum. Questa scelta, come ammette lo stesso Cicerone, comporta la conseguenza di impedire che la tesi fatalista possa combattere ad armi pari e la giustifica con l'espediente del casus quidam della conversazione con Irzio. Evidentemente Cicerone voleva ottenere l'effetto di impedire una replica di parte stoica e dare maggior rilievo alla causa anti-fatalista, evitando però di doverla abbracciare apertamente a livello personale. La disputatio neo-accademica implica che Cicerone parli contro la tesi del fato, esponendo tutti gli argomenti ad essa contrari.

Nel proemio Cicerone si preoccupa di ribadire la possibilità di una conciliazione fra studi retorici, più immediatamente legati all'attività politica, e interessi filosofici, proponendo una visione parziale del rapporto fra filosofia e oratoria, che lascia fuori l'utilità dell'etica come contenuto dell'eloquenza e fondamento dell'azione politica.Cfr. De oratore I 54-59 e III 56-95; Brutus 306, 309, 315; de Natura deorum, proemio del I libro; De divinatione, proemio del II libro (v. S. Timpanaro, Introduzione a Cicerone, op. cit., pp. LXXII ss.).

Perché il lettore potesse cogliere il senso profondo dell'opera e inserirla nel quadro più ampio del programma culturale ciceroniano, era necessario fornire indicazioni preliminari, utili a "correggere" qualsiasi falsa opinione potesse ingenerarsi nei lettori. A questa funzione assolve la richiesta alla fine del proemio, di ascoltarlo ut Romanum hominem, ut timide ingredientem, ad hoc genus disputationis: essa riafferma la «romanità» dell'autore e la subalternità della filosofia greca rispetto alla prassi romana nella sua gerarchia di valori, e suggerisce al pubblico una lettura dell'opera in chiave etico-politica.Cicero, Marcus Tullius. Il fato / Marco Tullio Cicerone ; introduzione, traduzione e note di Francesca Antonini. - Milano : Rizzoli, 1994, pp. 10-11. Irzio stabilisce una continuità all'interno dell'opera filosofica ciceroniana nel segno della “romanizzazione” della cultura greca. La scelta di Irzio come destinatario dell'opera si accorda perfettamente con questo messaggio: Irzio era un militare e uomo di Stato, e tuttavia Cicerone gli attribuisce interessi non occasionali per la retorica e la filosofia.

Dopo una lacuna considerevole, forse corrispondente a un terzo dell'opera, Cicerone conclude la sua analisi sulla "solidarietà naturale", con riferimento al pensiero di Posidonio di Apamea, uno dei massimi rappresentanti dello stoicismo di mezzo. Posidonio, convinto del carattere inderogabile del destino, attribuiva valore assoluto alla divinazione e sosteneva che gli oracoli si avverano sempre, nonostante l'apparente ambiguità dei responsi. Questa fede stoica nella fondatezza della divinazione comportava la necessità di attribuire al destino un ruolo determinante negli eventi umani, già preordinati, limitando così il margine di responsabilità concesso all'individuo. Cicerone respinge come “palesi assurdità” gli esempi di Posidonio e insiste sul fatto che si debba concedere l'esistenza di cause fortuite o circostanze che non consentono di interpretare tutti gli eventi nell'ottica di un rigido fatalismo.'Cicero, Marcus Tullius. Il sogno di Scipione ; Il fato / Marco Tullio Cicerone ; introduzione, traduzione e note di Andrea Barabino. - Milano : Garzanti, 1995, p. XXXIV.

Concluso l'argomento posidoniano, l'autore torna ai "lacci" di Crisippo, ricollegandosi a un punto, già esaminato in precedenza, sugli influssi che il clima può avere sulla costituzione psico-fisica degli individui. Alcuni fattori – spiega Cicerone – incidono sulla nostra soggettività in modo indipendente e ci sono componenti, come l'essere intelligenti o stupidi, forti o deboli, che prescindono dal nostro volere; ma ci sono anche azioni esenti da qualsiasi condizionamento esterno, che appartengono totalmente alla sfera della nostra volontà, per esempio lo star seduti o il camminare.Ivi, p.XXXV. Che l'uomo disponga concretamente della possibilità di agire, lo indica l'esempio di chi, come il filosofo megarico Stilpone, grazie alla forza di volontà, all'impegno, al metodo, riesce a domare i propri difetti caratteriali.

Mediante un rapido passaggio, si prosegue con una lunga sezione riguardante il contrasto tra Crisippo e il megarico Diodoro sulla questione delle "verità di esperienza" su cui si basa la divinazione al pari delle altre arti tecniche. Diodoro, per avvalorare la sua concezione del destino come forza necessitante, argomentava che è possibile solo ciò che è vero o sarà vero, per cui quanto si avvera è necessario, mentre quanto non si avvera non è neppure possibile. Dunque, secondo il filosofo megarico, nel futuro non si danno possibilità, ma solo realizzazioni di eventi necessari, con la conseguenza che il destino risulta già preordinato e non rimane spazio per il libero arbitrio.Ivi, p. XXXVI.

Perciò Cicerone, se non vuole ammettere la necessità del fato, sa di dover confutare con ben altri argomenti la tesi di Diodoro. Ricorre quindi all'aiuto di Epicuro e poi del neoaccademico Carneade.

Epicuro, in relazione al tema della libertà individuale, aveva formulato la teoria della spontanea deviazione dell'atomo dal proprio asse di caduta (clinamen) nell'atto di aggregazione che dà vita agli enti materiali. Concedendo questo arbitrio soggettivo all'atomo, ossia al principio costitutivo dell'universo, Epicuro voleva assicurare anche all'uomo una certa indipendenza dalla realtà esterna, uno spazio decisionale autonomo. Cicerone apprezza l'obiettivo cui mira Epicuro, ovvero la salvaguardia del libero arbitrio, ma disapprova le premesse del ragionamento, perché il filosofo greco, all'interno del determinismo meccanicistico, aveva introdotto nell'atomo un elemento volontaristico di cui non era riuscito a rendere ragione.

Non rendendo inoppugnabile la sua teoria del clinamen, Epicuro fallisce nel compito di procurare al libero arbitrio il dovuto fondamento e supporto dialettico. Più convincente appare a Cicerone l'argomentazione di Carneade, con l'acuta distinzione tra cause esterne e interne alla volontà umana, che di esse è causa, per cui non occorre postulare un ordine universale cogente, esterno a noi, come voleva Crisippo. Cicerone ritorna nuovamente al puntò già sottolineato in precedenza, per separare nettamente le cause immutabili ed eterne dalle cause fortuite, sulla cui esistenza si deve convenire osservando la realtà empirica stessa. Carneade non approvava la dissennata impostazione di Crisippo, preferendo porre la questione per via negativa: «Se tutto accade per cause precedenti significa che tutto accade secondo una naturale concatenazione, in modo collegato e connesso; se le cose stanno in questi termini, è la necessità a produrre tutto; e se ciò è vero, nulla è in nostro potere; eppure qualcosa è in nostro potere; ma se tutto avviene per volere del fato, tutto accade per cause precedenti; quindi, non tutto ciò che accade, accade per volere del fato.»Marcus Tullius Cicero, De fato, parag. 14-31.

Per l'ennesima volta, Cicerone, grazie alle parole di Carneade, non fa che postulare il libero arbitrio, con una frase indimostrata, "eppure qualcosa è in nostro potere", che s'impone solo in via assiomatica.

Si passa poi all'ultima sezione del De fato, in cui vengono esaminate le diverse definizioni del concetto di causa. Il primo punto consiste nel tenere disgiunta la causa dalla mera anteriorità temporale. Il nesso causale differisce dunque dalla considerazione dell'anteriorità temporale e dipende dall'intimo rapporto di causa-effetto che lega due fenomeni. Si presenta quindi, in riferimento alla questione dell'assenso dato dall'uomo alle percezioni conoscitive, un'ulteriore precisazione di Crisippo tra cause compiute e principali oppure mediate e immediate: le prime sono esterne all'uomo e hanno carattere necessitante, mentre le seconde corrispondono alle circostanze che concorrono a produrre l'evento e lo precedono temporalmente. Non tutto è prodotto per cause compiute e temporali.

Dopo una breve ricapitolazione, incontriamo ancora una lacuna, cui seguono tre paragrafi ancora dedicati al clinamen epicureo; la conclusione è mutila.

Il problema delle fonti e l'originalità