Siena, il cui nome antico è Saena Iulia, fu dedotta come colonia militare in età augustea, forse intorno al 29 a.C., su un rilievo dove esisteva già un abitato. La cittadinanza romana era giunta con la lex Iulia de civitate del 90 a.C.; nell'87 a.C. la lex Cornelia voluta da Cinna ne fece un municipio autonomo, e i censori dell'86 la iscrissero alla tribù Oufentina.
La deduzione portò l'abitato, fino ad allora circoscritto all'altura di Castelvecchio, a estendersi sulla collina dove oggi sorge il Duomo, organizzata secondo una maglia regolare di isolati; il foro doveva trovarsi nell'area dell'attuale piazza del Duomo.
Per l'età imperiale le notizie sono scarsissime, e gli storici antichi ricordano la città una volta sola. Fra III e IV secolo alcuni edifici perdono la funzione originaria e le sepolture cominciano a comparire dentro l'area urbana; alla fine del IV secolo strati di macerie coprono il settore del Duomo e vi si impianta un sepolcreto. Sul finire del VI secolo la città passa ai Longobardi.
Toponimo Il nome è di origine etrusca. Lo si accosta al gentilizio Saina, che compare su tegole sepolcrali e urne del II secolo a.C. da Chiusi, da Perugia e dai pressi di Montalcino; poiché in Etruria mancano testimonianze di formazioni urbane tanto antiche nel territorio, Mauro Cristofani ritiene più verosimile che il toponimo sia nato dai possedimenti della famiglia Saina, sul modello dei Ceicna di Volterra, da cui il latino Caecina. L'ipotesi è rafforzata dal fatto che la famiglia Saenia, etrusca d'origine, appartenga già nel I secolo a.C. al rango senatorio romano, come altre casate dell'aristocrazia terriera volterrana.
Le fonti antiche si dividono in due famiglie. Nelle iscrizioni latine la lezione è senza equivoci Saena, e con esse concorda il greco di Tolomeo;Tolomeo, Geografia, III, 1. nelle fonti letterarie latine compare invece la Seniensis colonia, e Plinio elenca la città fra le colonie dell'Etruria,Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 5, 52. mentre Tacito scrive in colonia Seniensi.Tacito, Historiae, IV, 45. Le due forme risalgono entrambe all'etrusco Saina: il latino epigrafico conserva il dittongo, mentre in quello letterario la e iniziale, lunga e chiusa, ne è l'esito.
Con l'aggiunta dell'epiteto dinastico il nome della colonia è Saena Iulia, ed è così che compare nella Tabula Peutingeriana, dove una vignetta a torri gemelle segnala i luoghi dotati di strutture e non le semplici stazioni di sosta, e nell'Anonimo Ravennate.Anonimo Ravennate, Cosmographia, IV, 36. Dalla posposizione del predicato Iulia Mommsen deduceva che il diritto coloniale fosse stato conferito alla città insieme al gentilizio; la formula serviva forse anche a distinguerla da Sena Gallica.
Storia degli studi
Fra il Quattrocento e i primi del Novecento gli eruditi senesi ricostruirono la città romana in due modi opposti. Il primo assegnava alla colonia una superficie vasta, che andava ben oltre i colli del Duomo e di Castelvecchio, con piazza del Campo al centro come foro; il secondo la riduceva ai due colli soltanto. Entrambe le ricostruzioni localizzavano porte e templi con grande precisione e nessun riscontro di scavo: una porta detta all'Arco, o Oria, a Castelvecchio e una delle Due Porte a un capo di via di Stalloreggi; un tempio di Minerva sotto il Duomo, uno di Saturno a Castelvecchio, uno di Giove dove poi sorse San Pietro Buio, uno di Quirino sotto i Santi Quirico e Giulietta.
Su Siena romana grava, secondo Cristofani, un equivoco nato nella letteratura erudita del Quattrocento e rimasto vivo fino al Novecento: la pretesa di individuare una vera e propria cinta muraria con le sue porte, fondata su vestigia incerte che il grande sviluppo urbanistico del Trecento aveva cancellato, o che possono riferirsi alla prima età medievale. Un arco trionfale era riconosciuto all'inizio di via Tommaso Pendola, dove nel 1229 fu restaurata la Porta Oria e dove intorno al 1579 si rinvennero iscrizioni latine oggi ritenute moderne; un altro era supposto presso piazza Salimbeni, sulla scorta dell'iscrizione nota dal Trecento e oggi murata in via Montanini, che si attribuiva a due personaggi romani mai esistiti. Altre due porte si immaginavano in via del Porrione e in via Fontebranda. Nemmeno le aree pubbliche sono identificabili: l'antico toponimo del Campo, Campus fori, viene naturalmente ricondotto al foro, ma indizi archeologici non ce ne sono.
Ancora alla fine degli anni cinquanta Giovanni Cecchini invitava a cercare le tracce di Siena romana fuori della città attuale, nella piana e alle pendici dei colli intorno a Rosia, dove nel Settecento Giovanni Antonio Pecci aveva segnalato i resti «di una distrutta città» presso il toponimo Siena Vecchia.
La svolta è del 1979, quando il volume Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici, curato da Mauro Cristofani, passò in rassegna e sottopose a critica l'intera documentazione allora nota. L'archeologia urbana vera e propria comincia però più tardi, con due cantieri: quello dell'Ospedale di Santa Maria della Scala, aperto nel 1988 sugli spazi esterni e ripreso fra il 1998 e il 2000, e quello sotto il Duomo, condotto fra l'agosto del 2000 e il maggio del 2003 dal dipartimento di archeologia e storia delle arti dell'Università di Siena, con la direzione scientifica di Riccardo Francovich e Marco Valenti e la collaborazione dell'Opera del Duomo. Furono indagati sei ambienti, fra il vano sotto il coro della cattedrale e il vicino battistero. Sulla loro base Silvia Pallecchi ha proposto, in una tesi di dottorato rimasta inedita, la ricostruzione della forma urbana oggi comunemente accolta.
Restano aperte più letture del circuito difensivo: quelle di Malavolti e Pallecchi, di Gallacini, di Lusini e di Leoncini disegnano tracciati che non coincidono. Paolo Brogini ha proposto nel 2003 di ridurre la cinta ai soli colli di Castelvecchio e di Santa Maria, con il cardo maximus compreso fra una porta all'altezza di via di Stalloreggi e la porta Salaria, all'imbocco di via di Città, e il decumanus che dall'arco di Castelvecchio, per via San Pietro, raggiungeva piazza del Duomo. L'argomento non viene dallo scavo ma dai documenti e dalla toponomastica: le soste delle processioni descritte nellOrdo Officiorum della chiesa senese, che conserverebbero la posizione delle porte antiche, i toponimi Murella, Portoria e Postierla, e il doppio fornice dell'arco delle Due Porte e della porta Salaria, tipo architettonico tardoromano. Lo stesso Brogini presenta la ricostruzione come un suggerimento da verificare con lo scavo.
Lo scavo sotto la cattedrale interessò il vano sotto il coro e gli ambienti adiacenti all'oratorio di San Giovannino, in via dei Fusari, e restituì la prima sequenza stratigrafica delle fasi di occupazione della collina a partire dall'età etrusca finale. Castiglia osserva che quella massa di dati non ha poi ricevuto l'attenzione che meritava: mentre il ciclo di affreschi medievali rinvenuto nello stesso cantiere veniva reso accessibile al pubblico, per il resto della documentazione non si è fatto nulla.
L'abitato etrusco
Gli strati più antichi riconosciuti sotto il Duomo sono argille e sabbie plioceniche con pendenze che in alcuni punti raggiungono i cinquanta gradi: è il suolo vergine della collina. Le prime tracce di attività umana sono riporti e scarichi di datazione incerta.
Le testimonianze più antiche della zona sono due ripostigli di asce metalliche dell'XI-X secolo a.C., uno recuperato non lontano da Porta Pispini, l'altro presso Porta San Marco; del primo, che secondo Bianchi Bandinelli conteneva sette esemplari, il museo espone un'ascia ad alette in bronzo. Pallecchi invita però alla prudenza: entrambi provengono da settori marginali rispetto al futuro nucleo cittadino e, per la natura stessa del ripostiglio, non provano che vi fosse un abitato. Il primo insediamento stabile è documentato con certezza solo dal VII-VI secolo a.C.: vi appartengono alcune case individuate negli scavi dell'ex ospedale di Santa Maria della Scala e, verosimilmente, un gruppo di fibule venute alla luce a quota più bassa all'inizio del Novecento, forse da una tomba.
Che quell'abitato fosse etrusco è affermato senza incertezze.Nel volume del 1979 Cristofani osservava che l'ipotesi di una fondazione celtica non andava confinata nella pura leggenda, essendo attestata da ritrovamenti nel territorio senese, e che sul piano onomastico come su quello archeologico la spiegazione etrusca e quella gallica si equivalevano, con la differenza che la seconda si riferisce all'età storica, mentre l'etruscizzazione sarebbe in ogni caso subentrata in un momento successivo (). Gli scavi condotti in seguito sotto il Duomo e nell'area di Santa Maria della Scala hanno documentato un insediamento etrusco a partire dal VII-VI secolo a.C. (; ). Nel VI secolo a.C. un insediamento etrusco occupava il versante che guarda a mezzogiorno, sul colle del Duomo; fra III e I secolo a.C. l'area frequentata si allarga, e va dal margine meridionale dell'odierna piazza del Duomo al lato nordoccidentale del colle, dove oggi corre via dei Fusari.
Il ritrovamento più notevole si deve agli scavi del Santa Maria della Scala: una costruzione di grandi dimensioni, attorno alla quale si stendeva uno spazio tenuto sgombro, che gli scavatori interpretano come possibile residenza aristocratica, sul declivio a mezzogiorno del colle del Duomo e riferibile al VII secolo a.C. avanzato Era un'ampia capanna, fondata su muratura e alzata in materiali deperibili, forse circondata da uno steccato che ne isolava lo spazio. Prima di quel rinvenimento l'età etrusca era rappresentata soltanto da qualche sepoltura. Dell'abitato arcaico restano anche alcune fibule di bronzo da piazza del Mercato, databili fra la fine dell'VIII e la prima metà del VII secolo a.C., e notizie vaghe su materiali venuti alla luce presso la Rocca Salimbeni, fra cui sembra vi fossero frammenti di bucchero.
Sul colle del Duomo l'occupazione non si interruppe: lo mostrano i resti di costruzioni in legno e altri materiali deperibili databili fra IV e III secolo a.C. Accanto all'abitato doveva stendersi un quartiere di artigiani, e tutt'intorno correvano strade che servivano alcune necropoli.
Dopo che quella costruzione fu abbandonata e crollò, nei tre secoli che precedono l'era volgare un nuovo abitato sorse poco più in alto: lo documentano abbondante ceramica, e in particolare la vernice nera, e silos di forma conica per le derrate.
Nessuna fonte antica menziona Siena come municipio autonomo prima della guerra sociale, a differenza degli altri municipi etruschi con cui Roma aveva concluso trattati singoli: è perciò più probabile che dipendesse fin dalle origini, o da poco dopo, da una città etrusca vicina, e precisamente da Volaterrae, alleata di Roma già nel 205 a.C.
Nelle guerre civili fra Mario e Silla Siena fu probabilmente fra le città etrusche più restie ad accettare il primato romano, e prese posizione, con ogni verosimiglianza insieme a Volaterrae, dalla parte mariana.
Per i secoli successivi il quadro è più sicuro. Fra IV e II secolo a.C. un abitato è attestato nell'area di Castelvecchio, e ampi terrazzamenti artificiali ricavati nel suolo vergine, forse già dal II secolo a.C., conservano tracce labili di quella frequentazione, silos e fosse in cui si conservavano le derrate.
I due nuclei e l'impianto urbano
La città antica si articolò in due poli distinti, affacciati l'uno sull'altro e collegati da una sella naturale, ciascuno con un proprio reticolo stradale. Silvia Pallecchi li ha riconosciuti applicando alla cartografia il metodo regressivo, cioè risalendo dagli assetti moderni a quelli che li hanno preceduti.