Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (in serbo-croato: Краљевина Срба, Хрвата и Словенаца, Kraljevina Srba, Hrvata i Slovenaca; in sloveno: Kraljevina Srbov, Hrvatov in Slovencev), abbreviato in Regno di SHS (Краљевина СХС, Kraljevina SHS), fu uno Stato dell'Europa, riconosciuto ufficialmente all'indomani della Conferenza di pace di Parigi del 1919, a conclusione della prima guerra mondiale, che durò fino alla creazione del Regno di Jugoslavia nel 1929.

Storia Contesto prebellico

Prima dello scoppio della grande guerra, la penisola balcanica era suddivisa in sei grandi aree di influenza: i regni indipendenti di Serbia, Montenegro, Albania, Bulgaria, Romania, Grecia e l'Impero austro-ungarico.

L'Austria amministrava la Bosnia e l'Erzegovina, riunite in un'unica entità regionale, la Slovenia suddivisa tra il Litorale austriaco che comprendeva anche la città di Trieste, la regione della Carniola e la regione dell'Oltremura, sotto il controllo ungherese; la Croazia, suddivisa nel Regno di Croazia e Slavonia e nella regione della Dalmazia; e la Voivodina divisa tra regno di Croazia e quello d'Ungheria.

Dopo la conclusione delle Guerre balcaniche, nel 1913, il Regno di Serbia aveva annesso le regioni della Macedonia, del Kosovo e del Sangiaccato strappate all'Impero ottomano e al Regno di Bulgaria, e si presentava come la più importante potenza slava dei Balcani.

Il dominio asburgico sulle terre slave fu la causa scatenante della Prima guerra mondiale: il nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip uccise in un attentato nella città di Sarajevo l'erede al trono austriaco, l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este per rivendicare l'indipendenza da Vienna. Il conflitto vide la sconfitta dell'Impero e la nascita di sommovimenti nazionali che miravano alla creazione di nuovi stati che comprendessero i popoli liberati dal suo dominio. Nei Balcani, nacque il Consiglio Nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi che si prefiggeva l'unione dei popoli slavi governati dall'Austria in un'unica entità.

Versailles e la costituzione

Il gesuita sloveno Anton Korošec, il politico serbo Svetozar Pribićević e il medico croato Ante Pavelić diedero vita, il 29 ottobre 1918, allo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi proclamando autonomamente l'indipendenza dei territori slavi dell'Impero austro-ungarico, e fissando la capitale a Zagabria.

Lo Stato comprendeva la Croazia-Slavonia, la Bosnia ed Erzegovina, l'entroterra sloveno, la penisola dell'Istria, parte della Venezia Giulia e la Dalmazia. Nessuna nazione riconobbe l'indipendenza e la sovranità dello Stato slavo, se non la stessa Austria nell'ipotesi di una futura ricostituzione dell'impero su basi federali. Con l'abdicazione dell'imperatore Carlo I e la dissoluzione dell'Austria-Ungheria, lo Stato era debolissimo, senza appoggi esterni e con l'amministrazione tutta da costruire.

Il Consiglio nazionale si rivolse alla Serbia, spiegando che nella neonata nazione vigeva uno Stato di anarchia e chiedendo aiuto. Il 25 novembre 1918, l'amministrazione della Vojvodina che apparteneva al Regno di Croazia e Slavonia dichiarò la propria annessione al Regno di Serbia all'indomani della medesima dichiarazione fatta dal Comitato della Sirmia, ossia del territorio della Vojvodina appartenente al Regno d'Ungheria. Lo stesso 25 novembre il Consiglio Nazionale degli Sloveni, Croati e Serbi deliberò l'unione dello Stato degli Sloveni, Croati e Serbi con la Serbia; il 26 novembre lo fece l'Assemblea nazionale montenegrina con l'avallo del Re Nicola I.

Il 1º dicembre 1918, il principe ereditario di Serbia e reggente Alessandro Karađorđević dichiarò la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che comprendeva la Serbia, il Montenegro e lo Stato governato da Zagabria, posto sotto il trono di suo padre Re Pietro I.

Scontri etnici e contrasti politici

Il 27 ottobre 1921 re Alessandro I promulgò la legge con cui il territorio del Regno veniva suddiviso in 33 contee (oblasti, sg. oblast in serbo; anche informalmente županije, sg. županija in croato): questa ripartizione seguiva logiche geografiche, economiche e sociali. La Serbia fu ripartita in 14 contee, la Bosnia-Erzegovina in 6, la Croazia e la Vojvodina in 4, la Macedonia in 3, la Slovenia in 2 e il Montenegro fu considerato regione a sé stante. La politica del Governo continuava, però, ad essere fondamentalmente centralista, non lasciando grandi spazi decisionali alle autonomie locali.

Re Nicola I del Montenegro fu, nel 1918, un assertore dell'unione politica con Belgrado, ma quando si rese conto che avrebbe perduto la corona, si oppose alla sottomissione del nuovo Stato alla monarchia serba: per questo fu esiliato ad Antibes. I Croati, dapprima favorevoli all'unificazione, iniziarono fin dall'inizio a porsi all'opposizione dei Governi in carica: il Partito Rurale Croato boicottò le sedute dell'Assemblea costituente e quella della nuova Assemblea nazionale; il Partito Croato dei Diritti, combatté col suo leader Ante Pavelić contro l'esistenza stessa del Regno, anche con atti di terrorismo eseguiti da affiliati al movimento degli Ustascia. In più, i politici croati cercavano di ostacolare gli accordi con l'Italia per la spartizione delle terre istriano-dalmate. In Macedonia operava l'Organizzazione Rivoluzionaria Interna che mirava a mettere in discussione la frontiera con la Bulgaria e, quindi, l'annessione Bulgara della Macedonia.

Il piano politico fu quello in cui si manifestarono le differenze etniche, le spinte autonomiste e le rivendicazioni territoriali. Stjepan Radić, capo del Partito Rurale Croato, fu arrestato nel 1924 per le sue campagne antiunitarie, fu liberato nel 1925 e formò un'alleanza col radicale serbo Nikola Pašić di cui divenne ministro per, poi, abbandonare la maggioranza nel 1927. Nel 1928 si unì a Svetozar Pribićević, membro del Partito Indipendente Democratico di ispirazione antiautonomista, per una fortissima battaglia per rimettere in discussione i trattati con l'Italia. Il 20 giugno 1928, un membro della maggioranza di governo, il deputato montenegrino Puniša Račić, sparò durante una seduta dell'Assemblea nazionale a Radić, a suo fratello Pavle e ad altri tre membri del partito croato: Đuro Basariček, Ivan Pernar, e Ivan Granđa. L'episodio ebbe come conseguenza grandi manifestazioni soprattutto in Croazia e l'abbandono del Parlamento da parte delle opposizioni.

Ordinamento giuridico

Assemblea costituente Il sistema elettorale scelto per l'elezione dell'Assemblea costituente fu quello proporzionale basato sul metodo D'Hondt che favorì i grandi partiti e quelli a spiccato carattere regionale. L'Assemblea venne eletta a suffragio universale maschile: le elezioni si tennero il 28 novembre 1920, e premiarono il Partito Radicale e quello Democratico. Questi due partiti non ebbero un grande seguito nelle regioni sottratte all'Impero asburgico poiché avevano governato in maniera centralista: in particolare il Partito Radicale si era presentato in campagna elettorale come partito serbo.

Buoni risultati furono ottenuti anche dal Partito Rurale Croato e da quello Comunista. Radicali e democratici si allearono ed inserirono nella compagine anche l'Organizzazione Musulmana bosniaca. Il Governo fu affidato a Nikola Pašić. I contadini croati, rifiutandosi di prestare giuramento al re, non sedettero nell'assemblea, e così fecero anche altri partiti minori dell'opposizione. Poiché la Costituzione sarebbe entrata in vigore se avesse ricevuto il 50% più uno dei voti a prescindere dalle presenze in Assemblea, fu approvata con la maggioranza di 223 voti contro 35 e con 158 deputati assenti.

Costituzione di San Vito La Costituzione entrò in vigore il 28 giugno 1921, il giorno di San Vito (Vidovdan in Serbo), data tradizionalmente molto cara al popolo serbo, e da questa prese il nome di Vidovdanski ustav (Видовдански устав). Fu sancita la creazione di una monarchia costituzionale, parlamentare ed ereditaria, e di uno Stato con tre nomi, un'unica bandiera, un unico stemma e un'unica lingua (chiamata "serbo-croato-sloveno").

La Costituzione stabilì la divisione dei poteri dello Stato: quello legislativo apparteneva al Parlamento monocamerale (Assemblea nazionale, Narodna skupština / Народна скупштина) eletto a suffragio universale maschile da chi avesse più di 21 anni, quello esecutivo al Governo e quello giudiziario alla Magistratura. Il re, però, condivideva con l'Assemblea nazionale il potere legislativo e poteva convocare speciali assemblee del Parlamento, aveva il potere di nominare il capo del Governo e i ministri che ricevevano, successivamente, la fiducia dell'Assemblea; la giustizia, amministrata dalle Corti, lo era in nome del re. Lo Stato fu suddiviso in contee (oblasti), circondari (okruzi), distretti (kotari/srezovi) e comuni (općine/opštine) che avevano un proprio consiglio e una propria assemblea. La vigilanza statale sull'attività amministrativa decentrata era assicurata dai Prefetti delle contee (veliki župani), nominati dal sovrano.

La Costituzione abolì la servitù della gleba e il latifondo, diede ai cittadini libertà di parola, di stampa, di culto e di associazione. Stabilì l'uguaglianza dei sudditi senza differenza di etnia o di religione, garantì la sanità e l'istruzione gratuite. La libertà di stampa e di parola, però, erano, attenuate nei casi di lesa maestà o di atti contro lo Stato.

Politica interna

Quando il Comitato nazionale dello Stato degli Sloveni, Croati e Serbi si accordò col reggente Alessandro per un'unione col Regno di Serbia, la più importante richiesta per la creazione di una nazione degli Slavi del sud fu che essa si basasse su un governo decentrato che desse ampie autonomie alle differenti etnie. Nonostante le rassicurazioni da parte serba, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni si andò via via strutturando come un'entità fortemente centralizzata.

Oltre a ciò, gli accordi prevedevano che il primo capo del governo avrebbe dovuto essere Nikola Pašić, rappresentante del Partito Radicale, ma il reggente si rifiutò di affidargli l'esecutivo; dopo un periodo di crisi, il 20 dicembre 1918, fu nominato primo ministro il radicale Stojan Protić.

Venne istituita una sorta di Parlamento, chiamato "Rappresentanza Provvisoria", formata da delegazioni dei vari corpi amministrativi preesistenti all'unificazione, che non riuscì praticamente a legiferare a causa del boicottaggio delle opposizioni contrarie alle politiche centraliste del Governo guidato da Ljubomir Davidović succeduto a Protić nel 1919.

Senza maggioranza parlamentare, Davidović governò per decreti, ma si dimise poco dopo per essere sostituito nuovamente da Protić che governò anch'egli senza maggioranza fin quando subentrò Milenko Vesnić che portò il Paese alle elezioni per l'Assemblea costituente.

Riforma agraria e politiche sociali L'abolizione del latifondo prevedeva che le terre sottratte ai grandi proprietari terrieri fossero distribuite direttamente ai contadini. Nel Regno, però, non tutti i latifondi erano coltivati, né in quelli che lo erano, le piantagioni si estendevano a tutta la loro superficie. Re Alessandro promosse la colonizzazione delle terre sottratte al latifondo da parte degli agricoltori ai quali venne riconosciuta la sospensione del pagamento delle imposte per tre anni sul sito del Klub monarhista - URL consultata il 16/10/2011 sul sito di Vesti - URL consultata il 16/10/2011. Furono molti coloro che, spinti dalla prospettiva di lavoro, migrarono dalle terre d'origine verso i nuovi poderi: questo fenomeno interessò soprattutto la popolazione serba che si spostò nelle diverse altre regioni dello Stato, andando a stabilirsi in terre abitate da popolazioni di altre etnie, ma accadde anche che Croati, Bosniaci o Sloveni si spostassero in zone a predominanza etnica differente: questo avrebbe dovuto favorire l'unione tra le diverse culture del Paese, mentre, in realtà, acuì le diffidenze interetniche.