Il De inventione è un trattato di retorica, scritto da Marco Tullio Cicerone.

Opera di incerta datazione, composta forse negli anni intorno all'85 a.C., il De inventione si interrompe nel corso del secondo libro. Il titolo deriva dalla parte che Cicerone espone in modo compiuto, dopo aver chiarito la suddivisione dell’ars rhetorica (inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio): l'inventio definisce l'individuazione di tutto ciò che serve all'oratore per sviluppare le sue argomentazioni. Notevoli sono le consonanze con la Rhetorica ad Herennium, di autore sconosciuto, che del De inventione, probabilmente, costituisce la fonte principale.

Dalla scuola di Plozio Gallo alla genesi del De inventione Nel 92 a.C. Crasso emana il decreto con cui sancisce la chiusura della pubblica scuola di retorica latina aperta da Plozio Gallo. Alla radice del provvedimento vi era innanzitutto l'intento di non permettere alcuna innovazione rispetto al modello educativo tradizionalmente valido per i ceti elevati, il quale, dopo che il ragazzo aveva seguito privatamente un insegnamento di base, prevedeva l'immediata immersione nella vita pubblica e l'apprendimento dell'eloquenza attraverso la pratica del tirocinio forense. La pratica del tirocinium costituiva così un mezzo per conservare il controllo sulla formazione degli oratori e degli uomini politici che, in questo modo, veniva incanalata negli stretti argini dei legami di clientela (l'aristocrazia non desiderava una diffusione incontrollata della potentissima arma di persuasione e di manipolazione della coscienze costituita dall'arte della parola).

Appare assai verosimile che la scuola di Plozio Gallo potesse esercitare particolare attrattiva sui giovani membri del ceto equestre che a causa della loro origine sociale e inclinazione politica, restavano tagliati fuori dal tirocinio aristocratico. Essi, infatti, erano interessati ad istituire, tramite l'attività processuale, un controllo politico sull'operato dei senatori.

Nemmeno si dovrà pensare che la scuola di Plozio Gallo intendesse offrire una qualche opportunità di avanzamento sociale ai meno abbienti; essa richiedeva il pagamento di una retta tutt'altro che bassa. Il punto fondamentale è comunque che la scuola di Gallo si rivolgeva non a un'élite selezionata in base a criteri clientelari, ma a chiunque potesse accollarsene il costo. Tutto ciò contribuisce a rendere ragione dell'accusa più diffusa nei confronti della scuola dei retori latini: quella di sposare la facilità oratoria con una eloquenza vuota e agitatoria. Nel De oratore Cicerone farà spiegare dallo stesso Crasso la motivazione del suo decreto censorio: in quella scuola, dice Crasso, si insegnavano solo l’impudentia e l’audacia, termini che nel lessico politico del tempo sono spesso impiegati per caratterizzare l'aggressività dell’eloquentia, indirizzata ad infiammare le folle e a gettare discredito sui governanti.

Crasso morì nel 91 a.C.; Cicerone assunse la toga virile e il padre lo accompagnò presso Q. Mucio Scevola l'Augure ponendolo sotto la sua tutela perché fosse al suo fianco in senato e nel foro. Nel 90 scoppiò la guerra sociale e Cicerone fu costretto ad interrompere il tirocinio per prestare il servizio militare. Tornò a frequentare il foro nell'88; tra i principali oratori che poté ascoltare vi furono Publio Sulpicio Rufo e Aurelio Cotta. Lo scatenarsi di una guerra civile del popolare Mario prima, e dei mariani poi, contro il conservatore Silla e i suoi seguaci, non portarono molta fortuna ai suddetti giovani oratori: al mariano Sulpicio fu tagliata la testa; il conservatore Cotta dovette andare in esilio già nell'anno 90. In ogni caso il giovane Cicerone si tenne in disparte dalla vita politica. Scelta non sbagliata: comparire sulla scena come avvocato era una prospettiva ben poco attraente in quegli anni, vista la disastrosa situazione della giustizia. Cicerone tentò quindi qualcosa di diverso. Fino ad allora solo Catone il Vecchio e l'oratore Antonio avevano fatto i primi modesti tentativi di abbozzare una retorica, vale a dire una teoria dell'oratoria, in lingua latina. Cicerone fu il primo romano a rappresentare l'intera retorica greca in un'opera di ampio respiro: il De inventione.

Il De inventione Ipotesi di datazione Sulla data della composizione persistono innumerevoli dubbi. Nel De oratore Cicerone sostiene di aver composto l'opera quando era puer aut adulescentulus Sono stati fatti diversi tentativi per determinare più esattamente la data della composizione ma nessuno di essi ha incontrato totale approvazione. Si può dire che l'opera non contenga alcun riferimento a eventi precedenti il 91 a.C. In quell'anno Cicerone era appena quindicenne e, se si ipotizza che il de inv. sia stato pubblicato nell'87 a.C., si avallerebbe la descrizione presente nell'opera di lui ancora puer aut adulescentulus.

Il Philipson, considerando certi riferimenti assai vaghi nel de inv. alle dottrine attribuite a Posidonio Stoico, che Cicerone avrebbe conosciuto durante il suo viaggio in Grecia, pensa che i due libri possano essere stati rifusi dopo il ritorno da quel viaggio, circa il 77 a.C. Ma egli non insiste sulla sua ipotesi in quanto è difficile ammettere che Cicerone potesse dirsi puer aut adulesentulis a 28 anni.

Il Marx, invece, non trovando nel de inv. allusioni alla guerra Marsica e alla civile di Mario e Silla, suppone che l'autore mettesse insieme a 15 anni, o giù di lì, i suoi appunti scolastici, salvo aggiungervi poi i proemi eloquenti e dotti e quelle parti che assolutamente non possono essere opera di un fanciullo.

Il Bader poneva la composizione del de inv. tra l'85 e l'83 e lo seguivano in massima il Krohnert e il Weidner.

Per un progetto dei Rhetorici Libri

Cicerone aveva programmato una trattazione esaustiva della materia retorica. L'opera, che sarebbe andata sotto il nome di Rhetorici Libri, avrebbe dovuto essere composta dalle cinque parti della retorica: inventio,dispositio, elocutio, memoria e pronuntiatio. Avrebbe compreso per tempo che non valeva la pena continuare un lavoro così impegnativo. E nessuno ormai crede che i libri che avrebbero completato l'opera siano andati perduti, non ritenendo di poter dar credito alla promessa che egli aveva formulato alla fine del secondo libro:

[II, 178]

Quare, quoniam et una pars ad exitum hoc ac superiore libro perducta est et hic liber non parum continet litterarum, quae restant, in reliquis dicemus”

(“Pertanto, poiché in questo libro e nel precedente è stata sviluppata una sola parte della materia, e poiché questo secondo libro è venuto fuori piuttosto ampio, tratteremo ciò che resta da dire nei libri seguenti”)

Già nel corso della trattazione aveva avvertito il peso del compito assuntosi:

[II, 45]

“non facile autem, quod et infinitum est tot de rebus utramque in partem singillatim de una quaque explicare et alias aliter haec in utramque partem causae solent convenire”

(“Non è facile perché non si finirebbe mai, sui tanti casi che capitano, di dare, in particolare, regole distinte alle due parti su ogni punto, e perché, d'altronde, questi argomenti, utilizzati differentemente secondo le circostanze, si adattano a tutte e due le parti della causa”)

Cicerone si era dedicato con grande passione alla trattazione dell’inventio che rappresenta la parte più complessa dell’ars oratoria, ma, secondo la maggior parte degli studiosi, resosi conto delle difficoltà del progetto, decise di indirizzare i suoi interessi verso nuovi studi.

Contenuto dell'opera I due proemi

Nel proemio al primo libro Cicerone, in un discorso sul difficile rapporto fra sapientia ed eloquentia, sottolinea la necessità di armonizzare questi due valori, constatando che la sapientia, senza l’eloquentia, poco giovò agli Stati, mentre l’eloquentia, senza la sapientia, spesso ha prodotto danni (I, 1).

Questa dichiarazione pone in evidenza l'accordo inseparabile tra retorica e filosofia, secondo un'antica esigenza isocratea che cercava nella retorica una filosofia del linguaggio ed una filosofia di saggezza. Ma la dottrina ciceroniana si fonda, anche e soprattutto, su Aristotele che si accosta alla retorica con le modalità dello scienziato e con l'atteggiamento critico del filosofo.

Cicerone apre il suo discorso spiegando la causa del passaggio dallo stato primordiale e ferino degli uomini a quello di società civile, attribuendolo all'apparire di un magnus vir et sapiens che, avendo compreso le qualità dello spirito umano, riesce a fargli esprimere le sue capacità. Fu l'eloquenza, non disgiunta dalla sapienza, la causa della vita associata e civile degli uomini. Ora, chi ha dotato gli uomini di questo istinto, ha posto nel loro spirito quaedam quasi semina (Rep. I, 41), cioè il germe della virtù: questa virtù è la giustizia. Cicerone fonda il sistema sociale sull’aequitas, aspetto vivente della giustizia, che è innanzitutto una virtù, ossia un valore che riguarda la sfera morale prima ancora che quella giuridica. L'accento batte comunque sul fatto che l'eloquenza non deve andare disgiunta dalla “saggezza” etico-politica mentre la cattiva eloquenza, priva di consapevolezza morale, ha responsabilità gravissime nella corruzione della vita politica e nella rovina degli Stati. A Cicerone corre spontaneo il pensiero alla degenerazione dell'eloquenza che sconvolse gli Stati, in quanto essa

[I, 3]

“prava virtutis imitatrix, sine ratione officii dicendi copiam consecuta est e malitia pervertere urbes et vitas hominum labefactare asseuvit”

(“cattiva imitatrice della sapienza, priva di ogni principio morale, portò ad una padronanza di parola; da allora, la malizia, contando sull'ingegno, si abituò a sconvolgere le città e a rovinare le vite dei cittadini”)

Così, ad una visione piena di ottimismo, si oppone quella di sfascio e di decadimento dovuta a uomini stolti e sfrontati, amanti solo della parola, e poco della saggezza. Di qui la critica durissima nei confronti dei demagoghi che trascinano le folle grazie a una facilità di parola priva di principi: Cicerone sembra fare proprie alcune delle preoccupazioni che avevano portato Crasso a decretare la chiusura della scuola dei retori latini.

Il proemio finisce, però, con una nota positiva, ricordando che, insieme ai falsi oratori, ci furono uomini eloquenti e saggi, come Catone, Lelio, l'Africano, i Gracchi, che seppero opporsi ai falsi oratori e dare lustro alla società con la vera eloquenza unita alla saggezza.

Il proemio al secondo libro è legato al ricordo dei numerosi trattati che Cicerone aveva avuto presenti durante la composizione della sua opera. Per chiarire questo concetto, egli si serve di un simbolico aneddoto di storia dell'arte (II, 3), quello di Zeusi che, essendo stato incaricato di dipingere, nel tempio di Crotone, la dea Giunone, pensò, per rappresentarla degnamente, di riprodurre la figura di Elena che, per il pittore, era l'ideale di bellezza femminile. Ma, per eseguire l'opera, Zeusi chiese agli abitanti di Crotone che mettessero a sua disposizione, come modello, le più belle fanciulle della città. I Crotoniati riunirono le fanciulle e Zeusi ne scelse cinque, perché pensava di non poter trovare in una sola persona tutta la bellezza esistente in natura. Volendo esprimere, in un trattato di eloquenza, il meglio che si potesse dire, anche Cicerone non poteva contentarsi d'un solo autore come modello, ma ne consultò molti (II, 4).

Non è inopportuno ricordare, a questo proposito, che i presupposti teorici di Cicerone e dei suoi predecessori sono diversi, in quanto egli si propone di dare qui un contributo per la formazione non tanto dei futuri retori quanto degli advocati che si sarebbero serviti, nel foro, dell'arte del diritto. Su questo Cicerone tace e, dando un saggio di storia della retorica greca, fa sapere quali siano gli autori da lui consultati: da Tisia ad Aristotele, e ai suoi discepoli, da questi ad Isocrate e alla sua scuola:

[II, 8]