Egli dedicò la sua vita ai bisognosi di cure e fu fortemente contrastato per i suoi ideali politici. Dal 2 novembre 1943 al 13 aprile 1945 diresse l'Infermeria Italiana nel campo di concentramento di Hemer, nel nord ovest della Germania, in cui operò una Resistenza non armata, riuscendo così a sottrarre al lavoro nell'industria pesante tedesca centinaia di Italiani. Nel 1957 conseguì la specializzazione in Ostetricia e Ginecologia. Dopo la sua morte, il 16 marzo 2010 gli fu concessa la medaglia d'onore a lui spettante come cittadino italiano deportato in un lager nazista.

Biografia La famiglia e gli anni della giovinezza

Leopoldo Faretra nacque a Grottaminarda da Rocco Felice (1872-1952) e Adelina Vicario (1872-1969) e fu ottavo di quattordici figli. Rocco Felice FaretraLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp. 130-131. fu proprietario di un fabbricato a Grottaminarda dove svolse l'attività di negoziante di pellami, tessuti, cappelli ed articoli per calzolai. Fu un uomo onesto e religioso praticante e sosteneva che in vita bisognava fare del bene e dimenticare il proprio operato senza condizionare il beneficiato. Adelina Annunziata VicarioLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 134. aiutò il marito nell'attività commerciale e si dedicò alla cura dei loro quattordici figli. A soli cinque anni, Leopoldo fu mandato dai genitori a studiare presso l'Istituto privato gestito dalle signorine De Gennaro ed Amitrano, a Santa Maria Capua Vetere, e nella stessa località frequentò le scuole elementari e medie. In seguito frequentò il Ginnasio-Liceo ad Ariano di Puglia soggiornando presso la famiglia De Angelis. Conseguita la maturità classica, si iscrisse alla Facoltà di Medicina presso l'Università di Napoli e si laureò il 15 novembre 1933Luigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 18..

Gli inizi della sua attività di medico e l'impegno militare Faretra iniziò la sua professione il 28 agosto 1934 quando divenne medico condotto interino nel Cilento, ad OttatiLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p.19. Nel 1935 si trasferì a Rocchetta Sant'Antonio dove ricoprì il ruolo di Ufficiale sanitario. Nello stesso periodo fu fatto nominare Ufficiale Medico della Milizia da Emilio Perillo, Console e comandante del 244º Battaglione Irpino delle “camicie nere”, suo compaesano. Nel 1934 fu chiamato alle armi con il grado di sottotenente medico e nel 1935 ritornò a Rocchetta Sant'Antonio, in congedoLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p.20. Fu richiamato nuovamente alle armi nel 1939 quando fu assegnato all'80º Reggimento Fanteria della 2ª Divisione Sila con sede a NicastroLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 21.. Successivamente abbandonò definitivamente l'incarico politico di Ufficiale della Milizia per potersi dedicare completamente alla sua professione di medico. Nello stesso periodo conobbe Vaccaro Concetta Maria Vittoria, ostetrica condotta interina a Rocchetta Sant'Antonio, che sposò a Roma il 1º dicembre 1940Luigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp. 22-23..

Nel 1942 gli fu affidato il ruolo di Ufficiale Medico del Corpo degli Alpini, al 637º ospedale da campo della Divisione Taurinense, che si trovava a Nikšić in Jugoslavia, territorio che era stato dichiarato in stato di guerra. Al momento dell'armistizio con le truppe alleate (8 settembre 1943), tale Divisione non rispettò l'ordine del Comando Supremo tedesco di resa e consegna delle armiLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp.23-24. La Divisione Taurinense fu attaccata e sconfitta dai tedeschi.

Gli anni della prigionia in Germania Il 1º ottobre 1943 Faretra fu fatto prigioniero dai tedeschi i quali lo trasportarono nel campo di concentramento di Hemer, nel nord ovest della Germania e fu nominato Direttore dell'Infermeria italiana dello Stalag VI A, principale centro di prigionia germanico, costruito nel 1939Luigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp.26-27. In questa situazione, grazie alla sua attività di medico, riuscì a salvare, con accorgimenti astuti, moltissimi prigionieri, rischiando la sua stessa vita. Faretra redasse una dichiarazioneLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp. 28-29 riguardante il suo operato durante l'internamento nel campo di prigionia, nella quale descrisse le condizioni dei prigionieri all'interno dello Stalag di Hemer, i gruppi di lavoro ai quali ciascuno di loro veniva assegnato e i periodi di degenza dei ricoverati, la cui durata dipendeva dalle malattie da cui erano affetti. Nella stessa dichiarazione, affermò di aver modificato le cartelle cliniche dei prigionieri, inserendovi inesistenti successioni morbose oppure inviando le urine di coloro che erano affetti da malattie per le quali si prevedeva il prolungamento del periodo di degenza del ricoverato, sotto i nomi di coloro che non erano affetti da alcuna malattia. Inoltre, egli riusciva a fare in modo che i prigionieri, in condizioni fisiche peggiori, venissero assegnati dall'Ufficiale Medico tedesco al gruppo di lavoro che prevedeva lo svolgimento di lavori agricoli, meno massacranti rispetto al lavoro nelle miniere di carbone oppure nelle industrie pesanti e leggere. Queste tattiche servirono a trattenere nell'ospedale del campo, il più a lungo possibile, i prigionieri ammalati, rinviando il loro avvio ai lavori forzati e alla morte nelle camere a gasLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 82. Il 3 settembre 1944 Faretra fu denunciato alla Gestapo per aver fatto propaganda antitedesca e per aver provocato il fallimento della richiesta di collaborazione volontaria avanzata dai tedeschi ai militari italiani ricoverati nell'infermeria da lui diretta. Verso la conclusione della sua dichiarazione Faretra scrisse: «Da quanto sopra esposto e da altri innumeri episodi che in questo momento non mi sovvengono alla memoria ritengo che con la mia opera di patriottismo riuscii a sottrarre alla Germania nazista migliaia e migliaia di giornate lavorative per la sua industria pesante e a restituire all'Italia centinaia di italiani che forse non sarebbero più tornati.»Luigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 29. Da questa testimonianza si evince la figura umana di Faretra che ha rischiato la propria vita per difendere la dignità dei suoi connazionali fatti prigionieri e la sua fede, intesa come volontà di porre la sua persona al servizio del prossimo.

Terminata la difficile esperienza del lager, Faretra ritornò in Italia il 26 giugno 1945. Il 5 settembre 1955 gli fu conferita la qualifica di 1º Capitano e il 6 aprile 1955 la Croce al Merito di Guerra per aver partecipato alle campagne di guerra dal 1942 al 1945. Gli fu assegnata un'altra Croce al Merito di Guerra per internamento militare in Germania. Inoltre i militari deportati in Germania, a titolo onorifico, potevano inoltrare domanda per essere promossi al grado militare superiore. Faretra, però, non inoltrò alcuna domanda e dei riconoscimenti bellici da lui ottenuti la sua famiglia non ne era a conoscenzaLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 30. Ciò dimostra che si trattava di un uomo dal carattere molto schivo e riservato che ha tenuto segreto il suo operato durante la prigionia in Germania, basato su «l'interesse e la cura dei ricoverati ed il sabotaggio dell'industria tedesca; poiché solo il silenzio poté facilitarne la riuscita», come da lui stesso affermato in una lettera a Sua Eminenza cardinale Ersilio ToniniLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 33.

L'impegno politico Nel luglio 1945 Faretra ritornò a Rocchetta Sant'Antonio e fu nominato Segretario politico della locale Sezione del Partito Socialista, in quanto era un fervente sostenitore e promotore delle idee socialiste. Il 2 giugno 1946, in occasione dell'esito del Referendum che decretò la vittoria della Repubblica sulla Monarchia, fu incaricato di tenere un comizio, organizzato dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e dal Partito Comunista Italiano, dal balcone della sua abitazione. Al suo rientro a Rocchetta Sant'Antonio, infatti, gli era stato concesso in fitto un palazzo, posto al centro del paese, dal Dott. Cavaliere Francesco Piccolo, esponente della Democrazia Cristiana. Il comizio, però, fu disertato proprio dalla Democrazia Cristiana locale e fu organizzato un contro corteo. Questo episodio costituì il pretesto per i colleghi del Dott. Faretra e per i benestanti locali per approvare, in data 13 giugno 1946, la soppressione del posto di Ufficiale Sanitario, carica ricoperta da Faretra, al solo scopo di eliminarlo come avversario politicoLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 57. Faretra, infatti, aveva sostenuto una lotta politica contro avversari troppo potenti, ma che in compenso gli aveva dato grande notorietà in paese e nel resto della provincia di FoggiaLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp. 57-58. Gli abitanti di Rocchetta Sant'Antonio, in seguito alla deliberazione adottata in data 13 giugno 1946, sottoscrissero e presentarono alla locale Amministrazione una petizione popolare con la quale richiesero la presenza e l'opera professionale del Dott. Faretra. Grazie a questa petizione egli rimase in servizio fino all'11 agosto 1947.

Il trasferimento in Venezuela Il 1º ottobre 1947 Faretra ritornò a Grottaminarda dai suoi familiari e si dedicò alla cura, soprattutto dei più poveri e dei più bisognosi concedendo loro il suo aiuto disinteressato, talvolta non percependo alcun compenso, andando ad acquistare personalmente i medicinali in farmacia oppure offrendo il denaro per comprarliLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 61. In cambio queste persone gli donavano, in segno della loro riconoscenza, le povere cose di cui disponevano come uova, cesti di frutta ed erbe selvatiche. Si adoperò anche per combattere con cure adeguate la mortalità infantileLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., p. 59. Ospitò frequentemente a casa sua il poeta genovese Osvaldo Sanini (1876-1962) che era stato relegato, durante il fascismo, in confino politico a Grottaminarda. Faretra, manifestando anche in questa occasione la sua bontà d'animo, non soltanto lo ospitò, ma gli concesse costantemente aiuti economici di cui il poeta Sanini fu molto riconoscente, tanto da dedicare diverse opere al medico e a sua moglieLuigi Melucci, "Leopoldo Faretra", op. cit., pp. 62-65.