La guerra di Valtellina (1620-1626) fu un conflitto per il controllo della Valtellina e delle contee di Bormio e Chiavenna, nel generale contesto della guerra dei trent'anni e dei cosiddetti "Torbidi grigionesi" (in tedesco "Bündner Wirren") che scuotevano la regione retica in quel periodo.

Lo scontro vide coinvolti da una parte la "Casa d'Asburgo" (cioè il Regno di Spagna di Filippo IV e il Sacro Romano Impero di Ferdinando II) e dall'altra la Repubblica delle Tre Leghe, supportata ad alterne riprese dalla Repubblica di Venezia, da Carlo Emanuele I di Savoia e da Luigi XIII di Francia. Un secondo conflitto si ebbe negli anni '30 quando le Tre Leghe si scontrarono invece con i francesi, impadronitisi della Valtellina nel 1635, alleandosi con gli spagnoli per riottenere il territorio conteso.

La Repubblica delle Tre Leghe aveva interesse a mantenere la Valtellina nella propria sfera di controllo perché si trattava di una valle fertile a sud delle Alpi, importante via di comunicazione per i commerci (e quindi terreno favorevole per l'imposizione di tasse). Gli spagnoli, invece, erano interessati soprattutto all'importanza strategica della Valtellina, uno dei "corridoi" fondamentali della cosiddetta "Strada spagnola" per le FiandreDonati C [a cura di] (2006), Alle frontiere della Lombardia : politica, guerra e religione nell'età moderna, Franco Angeli, p. 73. che, attraverso i passi dello Stelvio e dell'Umbrail, portava dal Ducato di Milano, controllato dagli Asburgo di Spagna, al Tirolo, controllato dagli Asburgo d'Austria.

Contesto L'occupazione grigionese della Valtellina

La Valtellina (divisa in terzieri: "inferiore", "di mezzo" e "superiore") e le due contee erano, all'epoca, territori soggetti alla Repubblica delle Tre Leghe, una federazione formata da Lega Grigia, Lega della Casa di Dio e Lega delle Dieci Giurisdizioni, unitesi tra di loro a Vazerol nel 1471.

Già più di un secolo prima della guerra di Valtellina, in dettaglio il 27 febbraio 1487, un esercito proveniente da Coira (capitale della Lega della Casa di Dio) e dalla Lega delle Dieci Giurisdizioni, circa sei o settemila fanti, con cavalli e donne al seguito, sceso attraverso la Valdidentro, si era presentato alle porte di Bormio. Al comando dell'esercito grigionese erano i capitani Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol. Le truppe del duca di Milano, Ludovico il Moro, allora signore anche della Valtellina e delle due contee, rinunciarono a difendere la città che venne saccheggiata. Dopo il saccheggio di Bormio, l'esercito dei Grigioni cominciò a scendere lungo la valle dell'Adda. Sorpassata GrosottoSecondo la tradizione, Grosotto venne risparmiata perché i soldati si erano commossi alla vista della processione che usciva dal villaggio implorando misericordia, episodio che venne ritenuto dai grosottini un intervento divino e portò alla costruzione del locale santuario della Vergine delle Grazie., i Grigioni si impadronirono di Tirano, Teglio e Sondrio. A questo punto le truppe del Ducato di Milano si mossero per fermare l'avanzata dei Grigioni e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerli nella piana di Caiolo. Dopo ulteriori scontri si stipulò un trattato di pace ad Ardenno (ancora nel 1487) che prevedeva anche il pagamento, da parte di Ludovico il Moro alle Tre Leghe, di ducati come risarcimento per i danni di guerra. Nel 1500, dopo l'assedio di Novara e la sconfitta dei milanesi, Ludovico il Moro perse il Ducato di Milano, che insieme con la Valtellina passò al re di Francia, Luigi XII.

Dopo dodici anni di dominio francese, che si dimostrò dispotico ed arrogante ai danni della popolazione locale, nel 1512 Valtellina e Valchiavenna vennero nuovamente invase dai Grigioni, che questa volta vennero accolti con sollievo anche da parte dei valtellinesi e chiavennaschi. Il 13 aprile 1513 venne sottoscritto a Ilanz un patto tra le Tre Leghe e i Valtellinesi (del quale, però, si conserva solo una copia seicentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); in esso, i Grigioni si rivolgevano ai Valtellinesi con l'appellativo di "cari confederati".

Per allontanare i rischi di successo di una eventuale rivolta, nel 1526 i Grigioni fecero demolire tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna. Anche la pressione fiscale sulle popolazioni locali si mantenne sempre abbastanza elevata: per esigere un pagamento delle tasse proporzionale al patrimonio posseduto, i Grigioni indissero un estimo generale, uno dei primi esempi di catasto condotto con criteri simili a quelli moderni.

Valtellina e Valchiavenna, comunque, godevano di un alto grado di autonomia. La Valtellina vera e propria, sempre divisa in tre terzieri, era amministrata da un "consiglio di valle", con deputati nominati da ciascuna delle comunità locali (gli agenti). Le due contee di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente ma, per le questioni di comune interesse, mandavano al consiglio di valle o il loro voto per iscritto, o alcuni deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Nel 1531 i Valtellinesi compilarono una raccolta organica e unificata delle loro leggi o statuti, e la presentarono alla dieta delle Tre Leghe, che la approvò: nascevano così gli Statuti di Valtellina. Un governatore, con mandato biennale, era il rappresentante del governo delle Tre Leghe nelle valli.

La Riforma in Valtellina

La guerra di Valtellina fu una conseguenza diretta delle tensioni esistenti nel territorio tra cristiani cattolici e cristiani riformati.

Tra il 1526 e il 1527, a seguito di una pubblica disputa tra cattolici e riformati, tenutasi a Ilanz (capoluogo della Lega Grigia), e dell'abolizione della celebrazione della messa decretata dal consiglio della città di Coira (capoluogo della Lega della Casa di Dio), circa la metà dei comuni grigioni passarono progressivamente alla Riforma protestante.Durant W (1957), The Reformation, A History of European Civilization from Wyclif to Calvin: 1300-1564, New York, Simon & Schuster, pp. 403-414. In quell'occasione, era stato emanato anche un editto di tolleranza (de. Toleranzedict), con il quale si riconosceva la facoltà di praticare, all'interno del territorio delle Tre Leghe, la confessione cattolica accanto a quella riformata..

L'applicazione del Toleranzedict fu alquanto complessa nei Grigioni, dove la presenza degli evangelici era connessa all'emigrazione dall'Italia di esuli perseguitati dall'Inquisizione per la loro adesione - dichiarata o sospettata - alla Riforma. Si trattava, in genere, di personaggi d'elevato livello culturale, spesso umanisti, per i quali le valli dell'Adda e della Mera costituivano un rifugio ideale: terre di lingua e cultura italiane ma non appartenenti a Stati italici soggetti alla Romana Inquisizione. Nonostante l'impegno profuso nella predicazione e nella diffusione della Riforma da parte di personaggi anche culturalmente degni di nota (per esempio Pier Paolo Vergerio, già arcivescovo di Capodistria), buona parte della popolazione di Valtellina, Chiavenna e Bormio si era però dimostrata impermeabile al protestantesimo, spesso visto come una "novità" estranea alle tradizioni locali. Ciò non impedì il costituirsi di comunità evangeliche nella Valtellina (fino al 1620 nel "Terziere di mezzo" erano presenti tredici comunità abbastanza numerose, a loro volta suddivise in gruppetti disseminati nelle frazioni) e alcune chiese riformate nella valle della Mera, tra cui quella, numerosa e vivace, del capoluogo Chiavenna.

Le singole comunità civili locali, in quanto suddite delle Tre Leghe, erano vincolate dai deliberati dell'annuale dieta federale e pertanto non potevano decidere in merito all'una o all'altra confessione. La legislazione retica in campo religioso, condizionata dalla forte componente riformata e preoccupata di tutelare la minoranza protestante nei territori soggetti, finì però per sbilanciarsi a favore degli Evangelici di Valtellina e Valchiavenna a danno dei Cattolici. In particolare, i deliberati del 1557-1558 imposero alle comunità l'obbligo di lasciare ai riformati una delle chiese dove ve ne fosse più di una (o che cattolici e riformati facessero uso comune del medesimo tempio ove non ve ne fossero di più), nonché di mantenere i Pastori esattamente come i Parroci, talora dirottando a questo scopo le entrate provenienti da benefici ecclesiastici già esistenti. Le disposizioni della Repubblica delle Tre Leghe, inoltre, comprendevano anche restrizioni alla giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Como e alla presenza degli Ordini religiosi in Valtellina. Questi provvedimenti finirono per suscitare reazioni da parte della componente cattolica della popolazione che tra l'altro rimaneva nettamente maggioritaria.

La situazione dei cattolici valtellinesi e chiavennaschi era pertanto motivo di preoccupazione per i vescovi di Como, in particolare per i presuli che cominciarono ad applicare i principi della Controriforma scaturiti dal Concilio di Trento: Giovanni Antonio Volpi (anni 1559-1588), Feliciano Ninguarda (1588-1595) e Filippo Archinti (1595-1621). Lo stesso Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano insignito anche del titolo di "Protector Helvetiae" dalla Chiesa cattolica, aveva avuto fortemente a cuore la situazione della Valtellina, seguendone la situazione attraverso suoi fiduciari e visitandola al volgere del 1582: portatosi in Val Mesolcina) per una visita pastorale, istituì 162 processi contro sacerdoti "indegni", eretici e streghe da cui scaturirono 12 condanne al rogo..

Il conflitto Dalla strage dei protestanti alla pace di Monzón

Le tensioni iniziarono nel 1617 allorché i Grigioni emanarono gravi Editti in pregiudizio dei cattolici.

Queste tensioni si aggravarono con la morte nel 1618 dell'arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, mentre era sottoposto a tortura da parte di un tribunale penale speciale, controllato da un gruppo di pastori riformati fortemente anti-spagnoli, tra i quali Jürg Jenatsch.

Dopo un scrupolosa preparazione diplomatica presso la corte Savoia, il duca di Feria e l'Arciduca Leopoldo d'Austria svolta da Giacomo Robustelli e il condottiero Giovanni Guicciardi, il consiglio generale di Valle deliberò di "dichiarare guerra ai Grigioni". Giovanni Guicciardi giunto in Sondrio alla testa di 800 uomini intimò al Governatore svizzero di andarsene.

Si giunse così al cosiddetto "sacro macello" del 1620, in cui diverse centinaia di evangelici, in stragrande maggioranza valtellinesi, furono massacrati da squadre di cattolici, guidati da Giacomo RobustelliPoccettino G, G. Robustelli, in ASSI, 7, 1932, pp. 3-53., del "clan" dei Planta...

La cruenta rivolta, fomentata e coordinata a distanza dal governatore spagnolo di Milano, il duca di Feria, ebbe così la sua manifestazione più eclatante nella strage dei protestanti.

Agli Spagnoli si oppose fermamente il partito filo-veneziano delle Tre Leghe, allora dominato dalla famiglia Salis e da Jenatsch.: molti simpatizzanti per la Spagna, che pure in minoranza erano presenti anche tra i Grigioni, furono oggetto di assassini mirati, a partire dal signorotto engadinese Pompejus Planta.

Dopo il "Macello", i Grigioni si videro costretti a ritirarsi a nord delle Alpi e la Valtellina venne invasa militarmente dagli spagnoli, presenti in forze massicce al forte di Fuentes. Il duca di Feria, infatti, aveva inviato truppe in appoggio ai cattolici, truppe che in breve tempo occuparono militarmente l'area, riportando il "corridoio valtellinese" sotto il dominio asburgico.