Le novelle della Pescara è un'opera di Gabriele D'Annunzio del 1902, pubblicata dai Fratelli Treves in sei volumi.
Si tratta di racconti ambientati nell'allora paese di Pescara (divenuto capoluogo di provincia nel 1927 grazie a personalità come lo stesso D'Annunzio) e nella campagna circostante. L'opera nasce come raccolta di novelle, con temi diversi, che acquisiscono unitarietà proprio in relazione all'elemento caratterizzante che è il territorio. I personaggi sono presentati come impulsivi, irruenti e feroci.
Come Verga, D'Annunzio si concentra sulle emozioni del popolo e sulle sue rivolte, ma alla descrizione delle rivendicazioni sociali preferisce studiare gli stati d'animo, le energie quasi primordiali che vengono sprigionate nel momento della protesta.
Indice delle novelle Volume 1 La vergine Orsola L'eroe Volume 2 La vergine Anna La veglia funebre Volume 3 La contessa d'Amalfi La madia Mungià Volume 4 Il traghettatore La morte del duca d'Ofena La fine di Candia Volume 5 La fattura L'agonia I marenghi Gli idolatri Volume 6 La guerra del ponte Turlendana ritorna Turlendana ebro Il cerusico di mare
Descrizione delle novelle L'ordine seguente delle novelle è preso dalla riedizione dell'opera da parte di Mondadori negli anni '30, ripubblicata nel 1969 nella collana "Oscar Mondadori", che per la distribuzione riporta alcune differenze rispetto all'edizione originale.
La vergine Orsola: l'aprente è la novella primaria "Le vergini" estrapolata dal volume Il libro delle vergini. L'ambientazione è il rione Porta Nuova di Pescara, in una casa dove la ragazza è sul punto di morire per un grave male. Viene chiamato il parroco per una estrema unzione, mentre la descrizione si sposta sull'analisi anatomica e macabra dell'ammalata, finché non viene somministrato il sacramento. Tuttavia proprio tale sacramento sembra dare nuova vita ad Orsola, che lentamente inizia a riprendersi; D'Annunzio traccia un parallelismo tra la fame della convalescente di nutrirsi con una seconda fame insaziabile, che le fa perdere il suo stato di devota al Signore, casta e pura, che la farà entrare in rotta di collisione con la sorella Camilla. E lo si deduce dal fatto dell'improvviso interesse per Orsola di curare il suo aspetto nelle uscite pubbliche, iniziando con le cerimonia della Settimana santa, per poi continuare con l'interesse della vita quotidiana dei garzoni e dei popolani presso il porto della cittadina. Pian piano questo desiderio sconosciuto si trasforma nella fame d'amore, che verrà soddisfatta dal ladraccio Lindoro, che vive presso il bastione di Sant'Agostino. L'occasione dell'incontro avviene quando Lindoro diventa garzone porta-lettere di un tal Marcello, al secondo incontro, dopo un'altra descrizione anatomica dei sentimenti di affanno e di attesa di Orsola, giunge Lindoro, che s'accorge di essere desiderato dalla donna, benché lei non abbia il coraggio di rivelarsi, e la violenta. Nei giorni seguenti, Orsola sente sempre di più il suo antico aspetto di vergine morire, desiderando Lindoro, soprattutto quando si accorge di essersi abbandonata al pettegolezzo con una tessitrice sua vicina, riguardo al malcostume di alcune donne pescaresi, che si concedono facilmente ai soldati delle vicine caserme. Altri presentimenti sopraggiungono nei momenti di preghiera nella chiesa, quando Orsola prende atto di essere caduta nella dannazione per aver disobbedito ai suoi voti, e di ingannare in continuazione la sorella Camilla. Dopo un pensiero si suicidio, Orsola viene a sapere dell'arrivo del fattucchiero Spacone, e lo va a trovare pensando di trovare rimedio ai suoi mali, è proprio il giorno del "Corpus Domini", e in base a una serie di prodigi che aleggiano sulla figura del santone, e in base a litanie profetiche delle Sacre Scritture, Orsola durante il viaggio crede davvero di aver trovato la salvezza. Vien ricevuta dalla moglie del santone, e le confessa di essere incinta. La donna offre il rimedio, ma Orsola abortisce all'istante, a discapito di quanto promesso dalla strega. La vergine violata torna a Pescara nel momento massimo della sacra processione, sale in casa di un'amica, e muore sul pavimento, davanti a un vecchio cieco che la percuote col bastione, credendo fosse il cane.
La vergine Anna: è la storia agiografica immaginaria di una santa donna di Ortona a Mare, che allo stesso tempo risulta essere uno spaccato di storia della città, che copre l'arco di cento anni, dal 1789 al 1889 circa. Anna Minella nasce nel 1817, nel rione di Porta Caldari. Dopo un incidente nella Cattedrale di San Tommaso Apostolo nel 1823, durante la venerazione del Santo, essendo stata miracolata, Anna inizia i primi passi verso la strada della monacazione. I segnali si fanno ancora più evidenti quando Anna riceve la prima comunione, e in quest'occasione D'Annunzio ritrae il tipico topos della moltitudine di folla osannante, in un sentimento collettivo che sconfina nel fanatismo religioso, poiché le comari che avevano dormito sul pavimento della Cattedrale in occasione della festa patronale, per lo slancio di andare a venerare il busto reliquiario, finiscono schiacciate nella calca. Cresciuta, nel 1843 la ragazza diventa una raccoglitrice di olive, e si conosce con un ragazzo di Tollo con cui fa amicizia, nel frattempo il sentimento di pietà verso il prossimo si fa sempre più grande, così come l'avvicinamento a Dio, soprattutto dopo la situazione pietrosa in cui le muore l'asino di compagnia, barbaramente dileggiato dai contadini che infieriscono sulla carogna. Un male corporale inizia ad assillare Anna, sintomo della futura malattia del martirio, e fa voto di castità nella basilica di San Tommaso. Nel 1851 durante la festa del Rosario di Pescara, Anna s'ammala, ma pregando la Vergine rinsavisce immediatamente, provocando lo stupore generale. Nel 1865 in seguito alla morte del padre, Anna torna ad Ortona, e conosce nel lavoro Zacchiele, che la introduce allo studio elementare delle Sacre Scritture. Qualche tempo dopo i due iniziano ad amarsi e progettando di sposarsi, essendo una coppia "benedetta" per purezza spirituale. Nel 1857 una guerra tra confraternite pescaresi per la processione del Cristo, sconvolge Anna, tuttavia il capitano delle milizie riesce a mantenere la calma. L'episodio è interessante per la descrizione della chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, oggi non più esistente a Pescara, posta su via dei Bastioni. Sempre in quest'anno i due si sposano, ma Zacchiele muore nell'alluvione della Pescara presso Porta Giulia, nel quartiere Cappuccini; Anna prende la tragedia come un castigo divino per la rottura del patto di castità, nel 1858 il nuovo male infantile dei polmoni si rifà vivo, ma la vergine trova la guarigione pregando una lapide ritraente Cristo nella stanza. L'anno 1860 è quello del trasloco verso Ortona, nonché un pezzo di storia della città, descritto da D'Annunzio con minuzia, che precede l'annessione dell'Abruzzo al Regno d'Italia: le milizie delle caserme borboniche vengono evacuate, il re Vittorio Emanuele II giunge in città tra grandi clamori. Anna va a vivere nel convento dei Cappuccini, esercitando l'arte della medicina farmaceutica, e fa amicizia con frate Mansueto, con cui spesso si reca in pellegrinaggi, offrendo le sue cure agli ammalati.
Nel 1873 Anna si ammala per l'ultima volta, e durante l'orazione nella chiesa, essa cade in estasi mistica. La notizia della vita di rinunce della santa donna si sparge, e presto Anna inizia ad essere venerata, fino alla morte nel 1881.
Gli idolatri - L'eroe: sono due novelle unite, che sono diventate tra le più famose delle prose dannunziane sull'Abruzzo. Ambientate nel paese di Miglianico poco distante da Chieti, si narra della famosa processione di San Pantaleone, santo patrono del paese. Il santo dai miglianichesi è molto venerato, sin dal 1566, quando il paese fu attaccato dai Turchi, e il miracolo del santo avrebbe fatto sì che la gente non venisse massacrata, e che la sua statua non fosse rimasta inviolata dagli infedeli. D'Annunzio mette per l'ennesima volta in scena il fanatismo religioso abruzzese, facendo contrapporre ancora una volta le confraternite: del Patrono e di un tal San Gonselvo, traendo spunto da fatti di cronaca realmente accaduti nel chietino e non solo. Nello scontro rimane gravemente ferito il popolano Pallura, che aveva chiesto dei cari per il santo Pantaleone. La rabbia della gente monta, sospettando che autori del pestaggio siano stati i confratelli di San Gonselvo, e organizzano una spedizione punitiva, prelevando dalla cappella della parrocchia la statua di San Pantaleone, e soffermandosi davanti alla sede della confraternita nemica con urla e improperi. La chiesa viene presa d'assalto con le due torme di uomini che sorreggono le statue, e si compie una carneficina a suon di roncole e coltelli, finché non risulta vincitrice la confraternita di San Gonseolvo, dato che cade l'altra statua insieme ai confratelli. Nella novella successiva, data la deposizione "simbolica" del santo patrono, viene celebrata una festa in onore di San Gonselvo, con offerte da parte del popolo. Un cafone soprannominato "Ummalidò", si inginocchia davanti alla statua, ha una mano molto danneggiata per lo scontro di pochi giorni prima, e dato che è perduta, il cafone col coltello se la taglia di netto, e l'offre in dono al santo, gridando "Sande Gunzelve, a te le offre!".
La veglia funebre: altra novella famosa, ambientata a Castellammare, descrive il compianto funebre al sindaco Biagio Mila nella camera ardente. La vedova Rosa è disperata, accompagnata dal chierico Emidio, fratello di Biagio. Durante la veglia notturna, dopo alcune battute scambiatesi, Emidio cerca di calmare Rosa, e da qui la narrazione si sposta brevemente a descrivere come i due siano stati in passato amanti segreti. Tornando al presente, la figura del morto in decomposizione sembra istigare i due a un nuovo adulterio, tanto che Emidio fa la prima mossa, e una folata di vento spegne le fiamme dei ceri. Allora l'abbandono è completo.
La contessa d'Amalfi: novella che descrive anche uno spaccato di vita altoborghese di Pescara e Castellammare. Donna Violetta Kutufà abbandona l'amante don Giovanni, che scoppia in pianto. La notizia si sparge per il paese, tra i frequentatori del caffè, nobili, dottori, avvocati. Da qui segue il racconto a ritroso mediante flashback sul conto di donna Violetta, un'attrice teatrale di Corfù, una sorta di fèmme fatale alla Madame Bovary, che giungendo nella tranquilla cittadina di provincia di Pescara, ha infiammato gli animi degli alto borghesi di turno e dei nobiluomini, in vista della sua piéce teatrale. Dopo aver descritta in carrellata nobiluomini e alti signori immaginari di Pescara e dintorni, D'Annunzio parlando del momento dello spettacolo, descrive la figura del dandy don Giovanni Ussorio, che cade innamorato della primadonna. Nei giorni seguenti, don Giovanni trova il modo di avvicinare Violetta nella festa del carnevale, e più avanti di dichiararle il suo amore. Successivamente lei va a vivere dal dandy in un palazzetto presso quella che oggi è la Piazza Garibaldi di Pescara. Le varie cerimonie e incontri che si tengono sono, alla maniera di Giovanni Verga, citando Mastro-don Gesualdo, un motivo semplice per descrivere una carrellata di curiosi personaggi di provincia, nell'intenzione di dipingere un quadro di vita locale, in grande fervore per la venuta della sensuale donna straniera, che ha scosso il comune andazzo della vita quotidiana. Tornando, al fine della novella, al presente, la cameriera Rosa di don Giovanni, riesce finalmente a consolare il dandy ferito nel cuore per la partenza improvvisa della "contessa d'Amalfi", e pian piano riuscirà ad ereditare tutti i suoi beni.