La storia del suffragio femminile in Italia ha origine nell'Ottocento e assume due forme: voto amministrativo e voto politico.
Il voto amministrativo Prima dell'unità d'Italia
In Lombardia, che era sotto dominazione austriaca, le donne benestanti e amministratrici dei loro beni potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale attraverso un tutore e in alcuni comuni potevano essere elette.
Nel Granducato di Toscana (dal 1569 al 1859) e in Veneto le donne partecipavano alle elezioni di politica locale ma non potevano essere elette. In Toscana un decreto datato 20 novembre 1849 sanciva il diritto di voto amministrativo per le donne attraverso una procura e dal 1850 anche tramite una scheda inviata al seggio con una busta sigillata.
In occasione del plebiscito del Veneto del 1866, seppur non previsto, anche le donne vollero esprimere il proprio sostegno all'unità d'Italia e per questo inviarono diverse lettere di protesta a re Vittorio Emanuele II, mentre a Mantova vennero raccolte in urne separate circa 2.000 schedeManifesto del 25 ottobre 1866 del Commissario del re, Guicciardi.. Nella stampa dell'epoca venne sottolineato il carattere patriottico di questa partecipazione, trascurando gli accenni di protesta (l'amarezza e l'umiliazione) e di rivendicazione del diritto di voto.
Dal 1861 alla fine dell'Ottocento Con l'avvento dell'Unità i diritti di voto garantiti localmente vennero meno e si diede per scontata l'esclusione delle donne dalla vita politica dettata dalle tradizioni. La formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell'Italia unita si riferiva per tacito accordo ai soli uomini. Il Regno d'Italia ignorava la parte femminile che lo costituiva: per questo motivo nel 1861 le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, portarono alla Camera una petizione nella quale rivendicavano il diritto di voto che era in loro possesso prima dell'Unità e chiedevano che venisse esteso a tutto il paese.
Furono numerosi i tentativi di ammettere le donne al voto amministrativo immediatamente dopo l'Unità d'Italia: ci furono i disegni di legge Minghetti, Ricasoli (del 13 marzo e 22 dicembre 1861) e quello del ministro dell'interno Ubaldino Peruzzi del 5 marzo 1863 nel quale si richiedeva l'estensione del diritto di voto per le contribuenti nubili o vedove. Nel 1865 la questione si concludeva con il discorso di Boncompagni, relatore alla Camera sul progetto Petruzzi. Egli affermò: “I nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”, e la dichiarò anche non eleggibile ponendola allo stesso livello di analfabeti, falliti, condannati (art. 26 della legge 2248 del 20 marzo). Nel 1871 e nel 1876 i ministri Lanza e Nicotera separatamente presentarono progetti di riforma elettorale a livello amministrativo, i quali furono approvati con forti opposizioni ma vennero insabbiati e non furono mai discussi in Senato. Nel 1877 Benedetto Cairoli propose nuovamente l'estensione alle donne del diritto di voto amministrativo limitato, appoggiato da Annibale Marazio.
Parallelamente gravava nel contesto politico la questione del suffragio universale maschile e Agostino Depretis (che guidava il governo dal 1876) formulò due nuovi progetti di riforma elettorale a livello amministrativo. Il primo, del maggio 1880 nel quale proponeva di estendere l'elettorato ai cittadini di entrambi i sessi e maggiorenni, in possesso di diritti civili e paganti le imposte, non fu neanche preso in considerazione. Giuseppe Zanardelli controbatte al progetto ribadendo la natura maschile del suffragio devota all'impegno civile e politico che si pone in antitesi con quella femminile che si occupa da sempre dell'educazione, della famiglia. Il secondo progetto di Depretis, datato novembre 1882, sanciva l'estensione del diritto di voto agli alfabeti maggiorenni: tale progetto viene valutato negativamente. Francesco Crispi nel 1883 affermò che non era conveniente né opportuno estendere questo diritto alle donne perché le tradizioni la vedevano ancora legata alla sfera privata, di conseguenza Depretis non esitò a rinunciare alla questione del voto femminile, ma ottenne un primo allargamento del suffragio maschile. Il Congresso delle associazioni liberali monarchiche svoltosi nel 1887 fu teatro di una discussione sul voto femminile limitato e inviato tramite posta.
Dal 1890 al fascismo La partecipazione delle donne alla vita politica era considerata incompatibile con la natura di quest'ultima, ma per quanto riguardava il voto amministrativo locale l'opinione pubblica cominciava a fine secolo a recepire opinioni diverse.
La prima conquista in questo campo avvenne nel 1890: la legge n. 6972 del 17 luglio conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza. Iniziava così il cammino che avrebbe portato le donne all'ottenimento del suffragio universale.
Seguirono le leggi: n. 295 del 16 giugno 1893 che ammetteva le donne al voto nei collegi di probiviri chiamati a risolvere i conflitti di lavoro; n. 121 del 20 marzo 1910 che conferiva alle donne la partecipazione elettorale nelle Camere di Commercio; n. 487 del 4 giugno 1911 con la quale le donne potevano partecipare alle elezioni di organi dell'istruzione elementare e popolare. Nel 1907 Adelaide Coari presentò il suo "Programma minimo femminista" presso un congresso a Milano: tra le sue richieste figurava quella di concedere alla donna diritti, tra cui il diritto di voto amministrativo, che fino a quel momento erano negati.
Amedeo Sandrini, riprendendo l'impegno assunto in sede di approvazione della legge Sacchi, ottenne da Montecitorio il 19 novembre 1920, per la prima volta in Italia l'approvazione di un emendamento per il voto alle donne nelle elezioni amministrative. Il disegno di legge decadde al Senato del Regno per la cessazione anticipata della XXV legislatura.
Nel 1922 Benito Mussolini salì al governo. Egli, accolto da Margherita Ancona e Alice Schiavoni Bosio, partecipò nel 1923 al IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio e promise di concedere il voto amministrativo alle Italiane a meno che non si verificassero imprevisti, e rassicurò gli uomini parlando di “conseguenze benefiche” che sarebbero derivate dalla suddetta concessione. Tra l'altro Mussolini sottolineò l'atteggiamento pacato delle suffragette italiane, che reclamavano il diritto di voto senza aggressività. Il 9 giugno dello stesso anno apparve il disegno di legge che prevedeva la concessione del voto amministrativo, spettante alle eroine della Patria, alle madri o vedove di caduti in guerra e alle donne istruite.
Il 22 novembre 1925 fu promulgata una legge che per la prima volta rendeva le Italiane elettrici in ambito amministrativo. Il provvedimento sarebbe entrato in vigore il 9 dicembre di quell'anno, ma fu reso inutile a causa della riforma podestarile, avvenuta pochi mesi dopo, il 4 febbraio 1926: così ogni elettorato amministrativo locale veniva annullato e si sostituiva al sindaco il podestà, che insieme ai consiglieri comunali non era eletto dal popolo, ma nominato dal governo.
Il voto politico Dall'unità d'Italia a fine Ottocento La battaglia delle donne per l'ottenimento del voto politico fu molto più lunga di quella che riguarda l'elettorato amministrativo ed ebbe inizio nell'Ottocento, quando l'ideologia sansimonista divulgava le sue idee sull'emancipazione femminile. Giuseppe Mazzini conosceva l'ideologia sansimonista e riteneva la donna “l'Angelo della famiglia. Madre, sposa, sorella, la donna è la carezza della vita, la soavità dell'affetto diffuso sulle sue fatiche, un riflesso sull'individuo della provvidenza amorevole che veglia sull'Umanità”. Da questo può sembrare che Mazzini esaltasse più che altro la figura della “madre educatrice” ma d'altra parte egli era convinto che gli uomini non avessero nessuna superiorità : "Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali. Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna. Un lungo pregiudizio ha creato, con una educazione disuguale e una perenne oppressione di leggi, quell'apparente inferiorità intellettuale, dalla quale oggi argomentano per mantenere l'oppressione.".
La Repubblica Romana del 1849, di ispirazione mazziniana e di cui lui fu Triumviro ma che durò pochi mesi, prevedeva in teoria il suffragio universale maschile e femminile attivo e passivo, non menzionando il sesso degli elettori (tuttavia per consuetudine eletti e candidati furono uomini):
Insieme a Mazzini, un'altra figura di rilievo a favore dell'emancipazione femminile fu Salvatore Morelli (soprannominato “il deputato delle donne”). Nel 1867 Morelli presentò il primo disegno di legge che prevedeva la concessione del voto politico alle donne. Egli proponeva la parificazione a livello giuridico tra maschi e femmine: fu per questa ragione che tale progetto e anche un successivo del 1875 non furono presi in considerazione. Nel 1867 Mazzini, in una lettera alla sua amica e suffragista inglese Clementia Taylor, scriveva che “nulla si conquista, se non è meritato” e nello stesso anno in una lettera a Morelli affermava che i tempi non erano maturi. Non gli si poteva dar torto, perché in Italia il movimento degli emancipazionisti era tutt'altro che coeso e donne che ne facevano parte non erano favorevoli a ottenere diritti politici.
Passando al lato femminile, Anna Maria Mozzoni è considerata la più coerente sostenitrice del suffragio nell'Italia dell'Ottocento. Nella sua opera La donna e i rapporti sociali, del 1864, aveva scritto che la donna doveva “protestare contro la sua attuale condizione, invocare una riforma e chiedere […] ” tra l'altro che le fosse concesso almeno “il diritto elettorale” se non anche la possibilità di essere eletta. Secondo la scienza del tempo uomini e donne erano diversi biologicamente: la donna veniva considerata instabile a causa dei suoi cicli quindi il suo senso di giustizia veniva compromesso e non era considerato affidabile. La Mozzoni rifiutava questa convinzione sostenendo che dare voce agli interessi femminili fosse l'unica maniera per fare dell'Italia una società moderna. Nel 1877 dopo il secondo fallimento di Morelli, la Mozzoni intervenne nel dibattito con una petizione (la prima nel suo genere) per il voto politico alle donne nella quale affermava: “Ora questa massa di cittadini che ha diritti e doveri, bisogni ed interessi, censo e capacità, non ha presso il corpo legislativo nessuna legale rappresentanza, sicché l'eco della sua vita non vi penetra che di straforo e vi è ascoltata a malapena.[...] trovandoci noi [donne], perciò, al giorno d'oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori [uomini] che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti.”. La petizione della Mozzoni aprì nel 1877 un dibattito alla Camera che venne ripreso nel 1883 e si concluse in un nulla di fatto. Nel 1881 la Mozzoni partecipò al Comizio dei Comizi: si trattava di un'assemblea che chiudeva un circolo di riunioni tenutesi in tutta Italia per obbligare Depretis a promuovere la riforma elettorale.