L'avvio dell'attività imprenditoriale
Frediano Manzi giunge a Milano con i suoi genitori di origine pugliese nel 1975 e acquista insieme a loro un primo negozio di fiori nel 1979, avviando così la sua attività nel campo del commercio . Nei primi anni Novanta arriva a gestire dodici negozi nel capoluogo lombardo. La sua attività nel tempo si estende anche in alcuni comuni a Nord di Milano, dove apre alcuni punti vendita al dettaglio.
Il "pizzo" pagato alla Sacra Corona Unita e l'inizio della denuncia del racket e dell'usura
Dal 1990 al 1993 Manzi paga regolarmente il pizzo dalla famiglia pugliese dei Caputo, legata alla Sacra Corona Unita, che a Milano aveva il monopolio del mercato dei fiori. Dal 10 al 15 gennaio 1993 i Caputo distruggono cinque chioschi di fiori di proprietà di Manzi, a causa della sua impossibilità di continuare a pagare il pizzo. Manzi decide allora di denunciare i fatti alla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.
La nascita di Sos Racket e Usura
A seguito dei fatti che hanno interessato direttamente la sua attività imprenditoriale e della sua successiva denuncia, Manzi fonda nel 1997 l'associazione Sos Racket e Usura e riesce a coinvolgere, attraverso la sua militanza politica con Rifondazione Comunista, personaggi di spicco della politica regionale e nazionale. L'associazione vede tra i fondatori Umberto Gay, capogruppo di Rifondazione Comunista a Palazzo Marino e Milly Bossi, moglie del presidente dell'Inter Moratti, garanti i deputati Giuliano Pisapia, presidente della commissione Giustizia della Camera e Nichi Vendola, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia.
La condanna del fratello
Sempre nel 1997, viene condannato per estorsione e usura il fratello, Silvio Manzi, anche lui attivo nel campo del commercio dei fiori. Questo è il primo di una lunga serie di episodi controversi che caratterizzeranno, d'ora in poi, le azioni che Manzi intraprenderà per contrastare l'illegalità mafiosa nel Milanese.
Continuano le denunce e iniziano le minacce
Nel febbraio '98, l'associazione Sos Racket e Usura organizza a Milano la prima conferenza nazionale su "Strategie e prevenzioni per sconfiggere le piaghe sociali di racket e usura", con relatore Nichi Vendola. Manzi chiede la revisione della legge sull'usura “decentrando alla Prefettura la gestione del 10 per cento del Fondo nazionale, semplificando l'iter burocratico per accedere al sostegno, confiscando immediatamente i beni agli usurai per poi riutilizzarli subito a favore delle vittime, dando vita a pool antiusura e antiracket nelle maggiori procure italiane”. Sempre nel febbraio 1998, Manzi denuncia l'usura dei “cambisti” che operano nei pressi del casinò di Campione d’Italia. Nel 2003 è la volta del casinò di Lugano, anch'esso oggetto dell'attenzione di Manzi e della sua associazione.
Nel maggio 1998, a seguito dell'attività contro racket e usura, la sede dell'associazione di cui Manzi è presidente subisce un attentato e viene distrutta da ignoti. Subito si ipotizza che si possa trattare di minacce di stampo mafioso.
Nel frattempo l'azione di denuncia di Manzi non si arresta. È dell'ottobre '98 l'esposto presentato in Procura contro centinaia di società finanziarie milanesi non accreditate che si pongono come abilitate a concedere prestiti, incassano i soldi dai clienti e poi non concedono il prestito promesso.
Tra il 1998 e il 1999, l'associazione Sos Racket e Usura ha effettuato 1127 interventi a Milano e in Lombardia: di questi, 187 si sono trasformati in denunce per estorsioni, usura e truffe attraverso agenzie finanziarie. Ma il volontariato su cui si basa l'associazione non basta e Manzi denuncia per la prima volta di essere stato abbandonato dall'amministrazione comunale milanese all'epoca guidata dal sindaco Gabriele Albertini, che aveva promesso di sostenere le attività antiracket assegnando una sede all'associazione, ma non ha ottemperato all'impegno preso.
Nel giugno 1999 Manzi viene candidato in Consiglio di zona a Milano con Rifondazione Comunista.
Nel dicembre 1999 avviene un altro attentato di stampo mafioso direttamente rivolto contro Manzi. Ignoti hanno sparato raffiche di mitra contro la sua abitazione. Il vicepresidente della Commissione Antimafia Nichi Vendola presenta un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno nella quale afferma: “Mi sento vicino a chi fa questo lavoro di confine. È incredibile che quanto successo a Frediano sia considerato dalle istituzioni meno grave di uno scippo. È incredibile che chi vuole alimentare un allarmismo diffuso sugli scippi, si rifiuti di parlare dell'attività di denuncia fatta da questa associazione sulle finanziarie, sul riciclaggio in una città a grave rischio mafioso come Milano”. Manzi ritorna ad attaccare Comune, Provincia e Regione per il loro mancato sostegno alla sua associazione antiracket.
Nel gennaio 2005 Manzi ritorna a segnalare la situazione di grande difficoltà in cui si trovano le vittime di usura che decidono di denunciare. Manzi lamenta l'eccesso di burocrazia che scoraggia le denunce e non agevola l'accesso delle vittime al fondo statale antiusura.
Il racket delle case popolari a Milano
L'associazione da lui fondata nel frattempo estende la sua battaglia all'abusivismo nei quartieri popolari di Milano. Manzi avvia una serie di indagini sul campo, andando a intervistare, mediante questionari scritti, i residenti delle case popolari Aler e chiede loro se sono a conoscenza di occupazioni abusive degli appartamenti e se nei quartieri in cui vivono vi siano delle piazze di spaccio di droga.
Nel 2009, Manzi e la sua associazione dimostrano che nelle case popolari di via Padre Luigi Monti, è largamente diffusa l'occupazione abusiva degli appartamenti di proprietà Aler o gestiti dal Comune di Milano in attesa di assegnazione. La gestione dell'occupazione degli stabili è in mano alla famiglia mafiosa di origine siciliana dei Pesco-Cardinale, capeggiata da Giovanna Pesco, che si fa pagare dagli 800 ai 1.500 euro per aprire gli appartamenti liberi in attesa di essere assegnati secondo regolare graduatoria. La denuncia di Manzi, che riprende con una microcamera la contrattazione, fa scattare il blitz della Squadra mobile di Milano. Per questa sua denuncia, Manzi riceve una nuova intimidazione, questa volta presso uno dei suoi negozi di fiori. A seguito delle indagini avviate grazie alle segnalazioni di Manzi, nel 2010 vengono allontanati dalle Forze dell'ordine 25 abusivi da 5 appartamenti Aler e i membri della famiglia Pesco-Cardinale vengono condannati dalla magistratura per associazione a delinquere finalizzata all'occupazione abusiva di immobili.
Il Premio Isimbardi della Provincia di Milano L'attività di denuncia contro il racket delle case popolari portata avanti da Sos Racket e Usura viene riconosciuta dalla politica milanese. Manzi riceve nel 2009 il “Premio Isimbardi” della Provincia di Milano per essersi distinto “in modo particolare nel sostegno e nell'attenzione verso coloro che contrastano il potere malavitoso. Frediano Manzi rappresenta concretamente tutti i cittadini onesti che in Italia lottano contro il crimine organizzato”.
La denuncia di tangenti dei vertici Aler
Nel marzo 2010, Manzi presenta un esposto alla Procura di Milano contro i vertici dell'Aler. Nel documento, l'attivista antimafia accusa i dirigenti Aler di ricevere tangenti in cambio di gare manipolate per favorire gli amici di un consigliere comunale di Milano. In particolare, nell'esposto si fanno i nomi del direttore generale dell'azienda delle case popolari, Domenico Ippolito e di quello del direttore gestionale Marco Osnato, consigliere comunale e uomo di punta del PDL milanese e parente del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Come per il caso riguardante il racket delle case popolari, anche questa volta la denuncia di Manzi si dimostra fondata. Dopo un anno di indagini, nell'aprile 2011, vengono iscritte nel registro degli indagati con l'accusa di turbativa d'asta e corruzione sei persone, tra le quali Domenico Ippolito e Marco Osnato, oggetto della denuncia contenuta nell'esposto presentato da Manzi l'anno precedente. Sempre nell'ambito della stessa inchiesta, nel marzo 2012 viene iscritto tra gli indagati anche il fratello di Ignazio La Russa, Romano La Russa, all'epoca dei fatti assessore regionale alla Sicurezza della Regione Lombardia.
Il primo tentato suicidio
Nonostante Manzi riesca a portare a termine numerose denunce sull'illegalità a Milano e nel suo hinterland, l'associazione si ritrova a dover far fronte a gravi ristrettezze economiche e all'isolamento istituzionale. Nel settembre 2010 Manzi tenta per la prima volta il suicidio assumendo 250 gocce di Valium. Viene salvato dai carabinieri che vengono avvisati da un conoscente. Si tratta del primo di una lunga serie di gesti e di proteste estreme ed eclatanti, attraverso cui Manzi cerca di ottenere la visibilità e il sostegno istituzionale di cui lamenta da tempo la mancanza.
La collaborazione con i giovani IDV
Nel novembre 2010 l'associazione Sos Racket e Usura organizza, insieme con il dipartimento giovani dell'IDV Lombardia, una mobilitazione nei quartieri popolari di Milano. Vengono distribuiti oltre 1000 questionari conoscitivi in 10 punti strategici della città, relativi alla diffusione del fenomeno del racket delle case popolari. Manzi, per l'occasione, sottolinea che il partito di Antonio Di Pietro è rimasto l'unico a dargli effettivo sostegno e lamenta la solitudine in cui si svolge la sua azione di denuncia. Nel dicembre dello stesso anno, Manzi partecipa, insieme ai giovani dell'IDV e della Rete Antimafia di Brescia, a un presidio fuori dal Tribunale di Brescia nell'ambito del "processo Fortugno".
Il primo sciopero della fame e della sete per cambiare la legge antiusura
A fine novembre, dopo il primo tentato suicidio, Manzi inizia uno sciopero della fame, della sete e dei medicinali salvavita per ottenere la modifica della legge antiusura 108/1996. In particolare il presidente dell'associazione Sos Racket e Usura chiede l'emendamento della norma che impedisce a tutti coloro che non hanno una partita iva di accedere ai fondi, l'accesso ai fondi in tempi ragionevoli, il sequestro delle oltre 2000 sedicenti società finanziarie che operano via web precipitando i cittadini nell'usura. La protesta di Manzi si protrae per oltre una settimana, fino a quando un sit-in a cui partecipano l'onorevole PD Emanuele Fiano e Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, il giudice di Palermo ucciso dalla mafia siciliana il 19 luglio 1992. Fiano promette di portare le istanze di Manzi in Parlamento. A seguito delle promesse del parlamentare democratico, Manzi interrompe la sua protesta.
Il “caso Ferrigno”
Un'altra operazione eseguita dalle forze dell'ordine grazie alla segnalazione di Manzi è quella relativa al prefetto Carlo Ferrigno, arrestato una prima volta nell'aprile 2011 e successivamente nel novembre 2012 per prostituzione minorile, millantato credito, rilevazioni di segreto d'ufficio e accesso abusivo a sistemi informatici. Due donne si erano infatti rivolte all'associazione di Manzi e avevano raccontato di essere state oggetto di violenze sessuali da parte di Carlo Ferrigno, ex prefetto di Napoli e commissario nazionale anti-usura. Ferrigno aveva loro promesso l'accesso al fondo delle vittime del racket chiedendo in cambio prestazioni sessuali.
La mobilitazione contro la nomina di Pietrogino Pezzano
Nel gennaio 2011 Manzi si oppone alla nomina di Pietrogino Pezzano alla guida dell'Asl Milano 1 decisa da Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia.