Biografia

Infanzia e giovinezza La vicenda di Giocondo Pillonetto ha come epicentro la piccola località natale di Sernaglia della Battaglia, in provincia di Treviso, più precisamente nel Quartier del Piave. Terzogenito dei cinque figli di Angelo, farmacista del paese, e Pierina Bianchi, ebbe una fanciullezza segnata dal trauma della perdita della madre, morta nel 1913 a soli 33 anni: il ricordo sfumato che gli rimane di Pierina, lo accompagnerà per tutta la vita, come testimoniano le copiose notazioni nei suoi diari e taccuiniCfr. G. Galletti, P. Steffan, Germoglia il silenzio. Vita di Giocondo Pillonetto, De Bastiani, 2020, pp. 18-19. o la rievocazione nelle liriche, come nei versi di Riposo (1935):

Giocondo piccolissimo andò a balia a Follina, in casa dei nonni materni: questo luogo gli resterà per sempre nel cuore, tanto che vorrà sposarsi e battezzare la figlia nell'abbazia di Follina. Qui si collocano anche le memorie degli anni della Grande Guerra, quando il padre fu arruolato a Brescia e Giocondo rimase presso i nonni, la cui casa divenne sede del comando austriaco. A causa della durezza degli austriaci – come si legge nei diari giovanili – decise di mettere a repentaglio la propria vita e attuò un atto di sabotaggio ai danni del nemico, rompendo i fili del telegrafo: un gesto che evidenziava già in età puerile il suo carattere ribelle, come quando prese la pistola del nonno ferendosi una mano mentre la puliva, fatto che comportò la decisione dei familiari di mandarlo in un collegio a Modena.Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 24-26.

Successivamente, fu avviato agli studi liceali: frequentò dapprima il Liceo ginnasio statale Antonio Canova di Treviso, dove ebbe già modo di farsi apprezzare come poeta neofita dal preside, il letterato Augusto Serena; poi, rimandato in diverse materie, si iscrisse per l'ultimo anno al Liceo Foscarini di Venezia dove conseguì la maturità classica.Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 33-64 In questi anni, fortemente colpito dalla lettura di Gabriele D'Annunzio e dalle imprese militari del Vate, di Francesco De Pinedo e di Umberto Nobile, Pillonetto formula una propria idea di superuomo e, come molti ragazzi di allora, subisce il fascino del giovane Mussolini.Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 33-35..

Gli anni del liceo sono anche quelli delle prime grandi amicizie e dei primi innamoramenti, nonché delle prime significative esperienze di scrittura: nel 1928 è letteralmente rapito delle notizie relative alla leggendaria impresa di Umberto Nobile e scrive una lunga canzone dal titolo La leggenda del Polo; inviatala al direttore del "Gazzettino di Venezia" Gianpietro Talamini, ne riceve una lettera di apprezzamento e la proposta di una possibile pubblicazione, che poi non avverrà.Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 43-44. La sua attività di poeta, arricchitasi negli anni trenta della stesura di un dramma sperimentale intitolato Masciacca, prosegue alacremente nel privato delle sue giornate, condivisa tutt'al più coi pochi amici più stretti: tra questi vi è un giovanissimo Andrea Zanzotto, che ricorda di avere intrattenuto con Pillonetto «lunghissime, accidentate, entusiastiche conversazioni letterarie [...] da fratello maggiore, se non da maestro».Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 77-84, A. Zanzotto, Introduzione, in G. Pillonetto, op. cit., p. 10..

Inizialmente avviato dal padre a proseguire la propria attività di farmacista, Giocondo vi rinunciò, interessato piuttosto all'attività letteraria. Nel frattempo prestò servizio militare a Como e a Spoleto. Durante la permanenza in Umbria approfittò per visitare tutti i luoghi dove visse e operò San Francesco d'Assisi. Questa esperienza fu per lui di fondamentale importanza, facendo volgere il suo pensiero verso posizioni pacifiste (nei diari di questi anni annoterà con forza: «sono antimilitarista»); avrebbe poi testimoniato il segno lasciatogli da questa esperienza nella lirica A frate Francesco (riveduta più volte tra 1952 e 1975):

Tra anni trenta e quaranta, la figura di Pillonetto assumeva dei tratti bohémien, dal look eccentrico: le sue fogge bizzarre e i suoi improvvisi estri spesso non erano capiti e apprezzati dai compaesani. Portava, infatti, una mantella nera e la barba lunga, tanto che qualche amico lo soprannominò Negus perché aveva una certa somiglianza con l'imperatore Hailé Selassié d'Etiopia.

«Negli anni della guerra, 1939-1945, – scrive Mario Rigoni Stern – c'è il suo silenzio. Dopo quanto aveva detto, cosa poteva dire un poeta paesano come lui? Occorre giungere al 1948 per risentire ancora la sua voce: il rumore dei cannoni e i fuochi delle città che crollavano sotto i bombardamenti, i lamenti dei morenti sui campi di battaglia e per fame nei Lager, non potevano farci sentire la sua voce purissima, che non era rullo di tamburo o squillo di fanfara, ma un sussurrare, uno stornire di fili d'erba per orecchi sensibili a percepire"»M. Rigoni Stern, in Pillonetto, op. cit., p. 123..

Gli anni del dopoguerra

Nel luglio del 1945 venne eletto sindaco di Sernaglia: promosse eventi culturali, civili e sociali, ispirandosi ai principi del "Movimento Comunità" fondato da Adriano Olivetti. Organizzò numerosi viaggi per raccogliere provviste, con un camion residuato di guerra, messo a disposizione dal Comitato di Liberazione Nazionale: con Pillonetto partivano, tra gli altri, lo scultore Carlo Conte e il poeta Andrea Zanzotto, coi quali raggiungeva la casa di Alfonso Gatto a Milano.

Durante questo periodo, promosse la formazione delle prime associazioni di emigranti sernagliesi. Contestualmente, introdusse per la festa del patrono, san Valentino, la prima sfilata di carri mascherati allo scopo di creare un momento di riconciliazione e di eliminare gli odi sorti tra la gente durante il periodo bellico. Per l'occasione fece allestire una barca lasciata dai nazisti, facendone una "nave corsara" e istituì una giuria, tra i cui componenti chiamò personalità come Giovanni Comisso, Andrea Zanzotto, Diego Valeri, Toti Dal Monte e molti altri.Cfr. Galletti, Steffan, op. cit., pp. 103-112..

L'attività di oste e gli ultimi anni

Finita la breve esperienza di primo cittadino, dal cui ruolo si dimise dopo sedici mesi dall'elezione, il 9 novembre 1946, andò in cerca di un'occupazione, ma a causa della crisi economica del dopoguerra fu costretto ad accettare lavori d'occasione, talvolta distante da Sernaglia. Nel 1947 conobbe Delfina Biz, una ragazza che, durante la guerra, aveva lavorato in un'osteria: se ne innamorò e il 9 novembre 1949 la sposò. Dal loro matrimonio nacque una figlia che chiamò Silmava, un nome da lui stesso inventato per un personaggio del proprio dramma MasciaccaGalletti, Steffan, op. cit., pp. 113-122.. L'8 aprile del 1948 riuscì a comprare la licenza per aprire un'osteria, nei locali che erano stati della farmacia paterna, in centro a Sernaglia. Così Giocondo poté continuare a vivere in mezzo alla sua gente vivendone ansie e speranze: insieme ad alcuni emigranti fu, ad esempio, promotore di una raccolta di fondi per costruire una casetta per Tile, un uomo mite ma con problemi psichici, che viveva di stenti; la casa fu consegnata a Tile per il Natale del 1954.Galletti, Steffan, op. cit., pp. 145-147.

Nel frattempo Pillonetto proseguiva, da «poeta segreto», come lo avrebbe definito Mario Rigoni Stern in un racconto, la propria attività letteraria: non riuscì mai a pubblicare in vita le sue opere. Morì all'ospedale di Soligo il 30 ottobre 1981 mentre stava approntando una prima edizione della propria raccolta poetica di una vita, Penultima fiaba, in seguito a una breve malattia.Galletti, Steffan, op. cit., pp. 138-141.

La fortuna postuma

La raccolta Penultima fiaba venne pubblicata postuma per le Nuovedizioni Vallecchi, a Firenze, nel 1983 su interesse della figlia e di amici quali Andrea Zanzotto, che ne scrisse la prefazione; una nuova edizione del libro, ampliata e arricchita di numerosi contributi critici, sarebbe uscita nel 2002 per le Edizioni Canova. Nel 1992 gli venne intitolata la biblioteca comunale di Sernaglia della Battaglia.

Numerosi furono i riscontri critici di noti letterati, a margine della prima uscita del libro, poi raccolti come appendice alla riedizione Canova. Di seguito alcuni stralci significativi dagli interventi dello scritto Rigoni Stern e dei poeti Bandini e Zanzotto:

Pause meditative, di riflessione e di revisione del lavoro fatto, confermano la fedeltà di Pillonetto all'arte poetica e la serietà con cui visse l'ispirazione, avvertita come una necessità, un'urgenza, un bisogno di fermare in pochi versi uno stato d'animo, un sentire interiore. Ma la poesia non è solo questo, e Pillonetto, studioso e conoscitore qual era della letteratura, lo sapeva benissimo: sapeva che dietro i versi c'è tanta tecnica, tanto labor limae, infatti sentiva la necessità di rivedere continuamente le liriche già scritte e questo è dimostrato dal fatto che molte sue poesie riportano in calce più di una data di composizione.

La perdita della madre fu vissuta dal poeta come un abbandono e lo rese particolarmente sensibile ad altre separazioni, ad altri abbandoni, come l'allontanarsi dalla propria terra. Ammira molto la figura dell'emigrante che si porta in luoghi lontani in cerca di un avvenire migliore. Molte sono infatti le poesie dedicate a questa uomini, e con essi il poeta si identifica conscio del fatto che non si può capire la realtà con il ragionamento, ma soltanto immedesimandosi con essa. Il suo emigrante, però, non è l'emigrante di un qualsiasi lacerato paese dell'Italia post bellica ma è l'emigrante stagionale di Sernaglia che lascia il suo borgo natio per portarsi, verso la metà del mese di Febbraio, nelle prospere regioni della mittel Europa per poi farvi ritorno, non senza problemi, nei mesi invernali. Il ritorno, infatti, di questi uomini coraggiosi non sempre era visto positivamente dai compaesani perché questi ultimi avevano, intanto, organizzato la vita sociale del paese non contemplando l'agognato ritorno dei fuoriusciti.

Eppure ciò che usciva dalla sua penna, quel suo avvertire la realtà, quei tratti dell'emigrante, fermati in pochi versi, hanno una forza tale che possono considerarsi universalmente validi. Persona riservata qual era, Giocondo Pillonetto non amava parlare della sua vena poetica, di quel cantuccio, nel retro della sua osteria, dove soleva rifugiarsi quando sentiva la necessità di mettere in versi il suo lato più vero, quello capace di tracciare, con pochi versi, i volti delle persone che passavano per il suo caffè. Aveva una particolare abilità di cogliere in profondità, nelle vicende del luogo, gli umori di un'epoca caratterizzata dagli stenti e dal fenomeno migratorio. La sua esistenza era trascorsa, in apparenza, nel servire con distacco, anche se sempre cordialmente gli amici e i compaesani che capitavano nel suo bar. Ma capì che forse poteva leggere il mondo anche osservandolo da dietro il piccolo bancone di quell'osteria, anzi, lo poteva fare in modo più approfondito perché, a contatto con "gli avventori del suo caffè" s'imparava a vedere non più il lato arcadico della vita, ma quello realistico della fatica, del sudore della fronte versato per tirare avanti in tempi così tristi. Un'osteria, quella di Pillonetto, dove si ritrovavano i contadini e chi la terra non la possedeva e per questo era costretto a migrare, con le proprie singolarità, con i "loro estri selvaggi", che gli consentirono di gustare il sapore di un'antica civiltà che si può avvertire solo stando a contatto con la parte più vera della società. Giocondo Pillonetto, di questa società, riporta qualcosa che va ben oltre la descrizione e ci fa capire che quella vita, anche se grama, anzi, forse proprio per questo, ha qualcosa di veramente forte che l'uomo comune, il borghese, non riesce a trattenere per sé e la disperde andando dietro alla modernità: