Meditazione ebraica può riferirsi a diverse pratiche tradizionali ebraiche di contemplazione, che vanno dai metodi di visualizzazione e di intuizione – o forme di comprensione emotiva in preghiera di comunione – all'analisi intellettuale di concetti etici, filosofici o mistici. Si accompagna spesso alla preghiera ebraica non strutturata e personale, che permette la contemplazione isolata o, talvolta, si unisce ai servizi liturgici regolari. Le sue elevate intuizioni psicologiche possono generare stati alterati di consapevolezza, dare vita al dveikus (avvicinamento a Dio) e portare alla trascendenza meditativa, specialmente nel misticismo ebraico.

Nel corso dei secoli, alcune delle forme comuni hanno incluso le pratiche della filosofia e etica di Abraham ben Maimon (figlio di Maimonide), della Cabala di Abramo Abulafia, Isacco il Cieco, Azriel di Gerona, Moses Cordovero, Yosef Karo e Isaac Luria; lo chassidismo del Baal Shem Tov, Schneur Zalman di Liadi e Nachman di Breslov; ed il movimento Musar di Israel Salanter e Simcha Zissel Ziv.Gershom Scholem, Major Trends in Jewish Mysticism, New York, Schocken Books, 1974.

Nelle sue forme esoteriche, la "Cabala Meditativa" è uno dei tre rami della Cabala, accanto a quello "Teosofico" e separato dalla "Cabala pratica". È un errore comune includere la Cabala meditativa nella Cabala pratica che cerca di alterare la fisicità, mentre la Cabala meditativa cerca la comprensione della spiritualità, insieme alla teosofia intellettuale comprendente la "Qabbalah Iyunit" ("Cabala contemplativa")."What is Practical Kabbalah?", da www.inner.org. La distinzione delle due forme e dei tre rami cabalistici viene ulteriormente spiegata su What You Need to Know About Kabbalah di Yitzchak Ginsburgh, Gal Einai Publications, sez. sulla "Cabala pratica"; cfr. anche Aryeh Kaplan, Meditation and Kabbalah, Introduzione.

Storia

Ci sono prove che l'Ebraismo abbia svolto pratiche meditative fin dai tempi antichi. Ad esempio, nella Tōrāh, il patriarca Isacco viene descritto che usciva a "lasuach" in campagna - un termine compreso da tutti i commentatori come un certo tipo di pratica meditativa (Genesi ).A. Kaplan, Meditation and the Bible, Maine, Samuel Weiser Inc, 1978, p. 101.

Similmente, ci sono indicazioni in tutto il Tanakh (la Bibbia ebraica) che l'Ebraismo abbia sempre contenuto una tradizione meditativa centrale.

Meditazione nel primo misticismo ebraico

Gli storici fanno risalire i primi testi ebraici esoterici all'era dei Tannaim. Questo misticismo "Merkavah-Heichalot", citato nei resoconti talmudici, cercava elevazioni dell'anima con metodi di meditazione, costruiti intorno alla visione biblica di Ezechiele e alla Creazione nella Genesi. Le caratteristiche concettuali specifiche della Cabala successiva emersero a partire dall'XI secolo, sebbene l'Ebraismo tradizionale predati lo Zohar del XIII secolo ai Tannaim, e alla precedente fine della profezia biblica. Il maestro di Cabala e filosofia chassidica Yitzchak Ginsburgh descrive l'evoluzione storica della Cabala come l'unione di "Sapienza" e "Profezia":

Meditazione nella Cabala medievale Abramo Abulafia

Abramo Abulafia (Saragozza, 1240–1291), figura di spicco nella storia della "Cabala meditativa", fondatore della scuola della "Cabala profetica/estatica", ha scritto manuali di meditazione con l'uso di lettere e parole ebraiche per raggiungere stati estatici.L. Jacobs, Jewish Mystical Testimonies, Gerusalemme, Keter Publishing House, 1976, pp. 56-72. Il suo lavoro è centro di polemiche a causa dell'editto contro di lui da parte di Rabbi Shlomo ben Aderet (detto il "Rashba"), un autorevole studioso a lui contemporaneo. Tuttavia, secondo Aryeh Kaplan, il sistema di meditazione abulafiano costituisce una parte importante dell'opera di Rabbi Hayim Vital ed a sua volta del suo maestro, Rabbi Isaac Luria.Gershom Scholem, Major Trends, cit., Cap. IV, pp. 118-155. Le fondamentali traduzioni di Kaplan e gli studi sulla Cabala meditativa,Meditation and the Bible e Meditation and Kabbalah di Aryeh Kaplan cit. rimandano le pubblicazioni di Abulafia all'esistente trasmissione nascosta dei metodi meditativi esoterici dei profeti ebrei. Mentre Abulafia rimase una figura marginale nello sviluppo diretto della Cabala teosofica, i recenti studi accademici su Abulafia svolti dal filologo Moshe Idel rivelano la sua influenza più ampia in tutto il successivo sviluppo del misticismo ebraico.Moshe Idel, The Mystical Experience in Abraham Abulafia, Albany: State University of New York (SUNY) Press, 1987, trad. di Pierluigi Fiorini, L'esperienza mistica in Abraham Abulafia, Milano: Jaca Book, 1992. ISBN 88-16-40322-5

La teoria mistica La teoria mistica di Abulafia è una ricerca di estasi e di ispirazione profetica, basata sulla meditazione che unisce "emozione" e razionalismo e Maimonide). Il suo scopo, come lui stesso afferma, è quello di "dissigillare l'anima, per sciogliere i nodi che la legano"...

Lo "sciogliere" è, per così dire, il ritorno dalla molteplicità e separazione verso l'unità originale. Quale simbolo della grande liberazione mistica dell'anima dai legami della sensualità, lo "sciogliersi dei nodi" avviene anche nella teosofia del Buddhismo settentrionale.Uno studioso francese anni fa pubblicò un Trattato didattico tibetano, il cui titolo potrebbe tradursi come Libro dei nodi che si sciolgono: cfr. "Samdhi-nimorcana Sutra ou Sutra détachant les noeuds", ed. Lamotte, Parigi, 1935. Per Abulafia questo simbolo significa che esistono certe barriere che separano l'esistenza personale dell'anima dal flusso della "vita cosmica" – secondo lui personificata nell‘intellectus agens dei filosofi, che scorre attraverso tutta la creazione. Esiste uno sbarramento che mantiene l'anima circoscritta nell'ambito dei confini naturali e normali dell'esistenza umana e la protegge contro il dilagare della "corrente divina" che le scorre sotto e tutto attorno: questo sbarramento, poi anche definito come una sorta di causa d'"indipendenza" da Dio, però [talvolta] preclude l'anima dall'acquisire conoscenza (consapevolezza) del Divino. I "sigilli" impressi nell'anima, la proteggono contro tale dilagare e garantiscono il suo normale funzionamento.

Perché Abulafia dice che l'anima è sigillata? Perché secondo lui la vita quotidiana ordinaria degli esseri umani, le loro percezioni del mondo sensibile (percepibile), riempie ed impregna la mente di una moltitudine di forme o immagini concrete (chiamate, nel linguaggio dei filosofi medievali, "forme naturali"). Poiché la mente percepisce tanti tipi di oggetti naturali grezzi e immette le loro immagini nella propria coscienza, essa crea per sé, a causa di questa funzione naturale, una determinata modalità di esistenza che porta l'impronta della finitezza. In altre parole, la vita normale dell'anima si mantiene nei limiti determinati dalle nostre percezioni sensoriali e dalle nostre "emozioni" e, fintanto che ne è ripiena, trova estremamente difficile percepire l'esistenza di forme e cose spirituali divine. Il problema è quindi di trovare un modo di aiutare l'anima a percepire oltre le forme naturali, senza venir accecati e sopraffatti dalla Luce Divina, e la soluzione è fornita dall'antica massima: "Chi è pieno di sé non ha spazio per Dio". Tutto ciò che occupa l'Io naturale della persona deve esser fatto scomparire o deve essere trasformato in modo tale da renderlo "trasparente" alla realtà spirituale interiore, i cui contorni diverranno allora percepibili tramite l'involucro consueto delle cose naturali.

Abulafia quindi ricerca più elevate forme di percezione che, invece di bloccare la via verso le regioni più profonde dell'anima, ne facilita l'accesso e le mette in rilievo. Vuole che l'anima si concentri su materie spirituali altamente astratte, che non l'appesantiscano portandosi in primo piano con la loro importanza particolare e rendendo così illusorio tutto il processo di purificazione mentale. Se per esempio io osservo un fiore, un uccello o qualche altro oggetto o evento e inizio a pensarci sopra, l'oggetto della mia riflessione acquisisce un'importanza ed un'attrattiva sua propria (penso a quel dato fiore, uccello, ecc.). Come può allora l'anima imparare a visualizzare Dio con l'aiuto di oggetti la cui natura è di tale tipo che blocca l'attenzione dello spettatore e la deflette dal suo proposito?

Difficoltà di percezione e confronto con il cattolicesimo

I primi mistici ebrei non conoscevano nessun oggetto di contemplazione su cui l'anima potesse concentrarsi ed immergersi fino a raggiungere uno stato d'estasi, come invece avveniva per il misticismo cristiano con la Passione.

La contemplazione del Nome

Abramo Abulafia cerca quindi un oggetto assoluto su cui meditare. Vale a dire, ne cerca uno in grado di stimolare la vita più profonda dell'anima e liberarla dalle percezioni ordinarie: vuole trovare qualcosa capace di acquisire la più grande importanza senza averne di per se stessa. Tale oggetto che soddisfa le necessarie condizioni Abulafia crede di averlo trovato nell‘alfabeto ebraico, nelle lettere che formano la lingua scritta. Non è sufficiente, seppure un importante passo avanti, che l'anima si occupi della meditazione su cose astratte, dato che anche così rimane troppo legata ai rispettivi significati. È invece lo scopo di Abulafia presentare all'anima qualcosa non di semplicemente astratto, ma anche non determinabile come oggetto nel senso stretto, poiché qualsiasi cosa determinata in tal modo ha un'importanza e un'individualità intrinseche. Basandosi sulla natura astratta e incorporea della scrittura ebraica, Abulafia sviluppa una teoria della contemplazione mistica delle lettere e della loro configurazione, quali costituenti del Nome di Dio. Questo è quindi l'oggetto reale e peculiarmente ebraico della contemplazione mistica: Il Nome di Dio, che è qualcosa di assoluto, perché rilette il significato nascosto e la totalità dell'esistenza: il Nome mediante il quale tutte le altre cose acquistano significato e che però non possiede un suo proprio particolare e concreto significato per la mente umana. In breve, Abulafia crede che chiunque riesca a fare di questo grande Nome di Dio – cosa meno concreta e percepibile del mondo – l'oggetto della propria meditazione, è sulla strada di una vera estasi mistica.

Partendo da questo concetto, Abulafia espone una particolare disciplina che chiama Hokhmath ha-Tseruf, cioè la "scienza della combinazione delle lettere", che viene descritta come una guida metodica alla meditazione con l'ausilio di lettere e della loro configurazione. Le lettere individuali delle loro combinazioni non hanno bisogno di avere "significato" nel senso ordinario della parola; è persino un vantaggio se non hanno senso, perché in tal caso hanno meno probabilità di distrarci. Certo, non sono veramente senza senso per Abulafia, che accetta la dottrina cabalistica di una lingua divina quale sostanza della realtà. Secondo questa dottrina, tutte le cose esistono solo in virtù del loro grado di partecipazione nel grande Nome di Dio, che si manifesta attraverso tutta la Creazione. Esiste una lingua che esprime il puro pensiero di Dio e le lettere di questa lingua spirituale sono gli elementi sia della realtà spirituale più fondamentale, sia della più profonda comprensione e conoscenza. Il misticismo di Abulafia è un percorso in questa lingua divina.