Lagguato di via Fani (o strage di via Fani) fu un attacco terroristico compiuto da militanti delle Brigate Rosse il mattino del 16 marzo 1978 in via Mario Fani a Roma per sequestrare Aldo Moro, Presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, uccidendo tutti i componenti della sua scorta. Il sequestro durò 55 giorni e si concluse con il ritrovamento del cadavere di Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani.
Le modalità precise dell'agguato (denominato in codice all'interno delle Brigate Rosse operazione «Fritz»), i dettagli operativi, le circostanze precedenti e successive all'attacco, le responsabilità, i componenti del gruppo di fuoco terroristico, l'eventuale presenza di altre componenti estranee alle Brigate Rosse o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti della vicenda aspramente dibattuti in sede processuale, parlamentare e pubblicistica.
Giovedì 16 marzo 1978
Roma, ore 8:45-9:00
Giovedì 16 marzo 1978, a Roma, era previsto il dibattito alla Camera dei deputati e il voto di fiducia per il quarto Governo presieduto da Giulio Andreotti: si trattava di un momento di grande importanza poiché, per la prima volta dal 1947, il PCI avrebbe concorso direttamente, votando nella maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Principale artefice di questa complessa e difficoltosa manovra politica era stato Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana.
Con un faticoso lavoro di mediazione e sintesi politica, Moro, che aveva intrapreso approfonditi colloqui con il segretario comunista Enrico Berlinguer, era riuscito a sviluppare il rapporto politico tra i due maggiori partiti italiani usciti dalle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Aldo Moro aveva dovuto superare forti resistenze interne al suo partito e contrasti tra le varie forze politiche: fino alle ultime ore erano sorti nuovi problemi legati alla composizione ministeriale, giudicata insoddisfacente dai comunisti, del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti.
Il 28 febbraio, durante le consultazioni a Montecitorio, Moro espose ai gruppi parlamentari democristiani la sua analisi della situazione, e la sua prognosi. Fu il suo ultimo discorso pubblico. Moro riconobbe che da anni qualcosa s'era guastato nel normale meccanismo della democrazia italiana poiché, dopo le elezioni di due anni prima, erano emersi due vincitori; perciò bisognava approfittare della disponibilità del PCI a «trovare un'area di concordia, un'area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato»..
L'11 marzo Andreotti si recò al Quirinale con la lista dei ministri, composta soltanto da democristiani, in precedenza Berlinguer aveva chiesto che fossero depennati dall'elenco i ministri considerati più anticomunisti e che fosse designato qualche tecnico. All'interno del PCI ci fu chi vide in quell'esecutivo monocolore una provocazione. Gian Carlo Pajetta annunciò che non avrebbe partecipato alle votazioni. Tra i pareri di chi voleva si rifiutasse il Governo, e chi voleva lo si accettasse, ne prevalse un terzo: i comunisti avrebbero risolto il dilemma dopo aver ascoltato il discorso di Andreotti alla Camera.
Aldo Moro era inoltre obiettivo, oltre che di attacchi politici, di manovre scandalistiche che miravano a minarne l'autorevolezza. Nel quadro delle indagini sul cosiddetto scandalo Lockheed, era stato ventilato sulla stampa che il famoso «Antelope Cobbler», il misterioso referente politico principale coinvolto nella transazione finanziaria con l'industria aeronautica statunitense, avrebbe potuto essere proprio Moro. Il mattino del 16 marzo 1978 il quotidiano la Repubblica pubblicava in terza pagina un articolo in questo senso con il titolo: Antelope Cobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro, altri importanti quotidiani nazionali riportavano le stesse notizie..
La presentazione delle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Andreotti alla Camera dei deputati era stata fissata per le 10:00 del 16 marzo e fin dalle 8:45 gli uomini della scorta di Aldo Moro erano in attesa, fuori dalla sua casa in via del Forte Trionfale 79, che l'uomo politico uscisse dalla propria abitazione per accompagnarlo in Parlamento. Aldo Moro scese qualche minuto prima delle 9:00 e venne accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, suo capo della scorta da molti anni, all'auto di rappresentanza, una Fiat 130 berlina non blindata, dove si sedette sui sedili posteriori. Subito dopo il piccolo convoglio, l'auto del presidente e quella della scorta, si mise in movimento in direzione di via della Camilluccia. Le auto procedevano a velocità abbastanza sostenuta, mentre l'uomo politico consultava il pacco dei giornali del mattino: prima di raggiungere la Camera dei deputati era prevista l'abituale sosta nella Chiesa di Santa Chiara.
Ore 9:00-9:30
Alle ore 9:00 circa in via Mario Fani, quartiere Trionfale, la Fiat 130 con a bordo Aldo Moro e l'Alfetta della scorta furono bloccate all'incrocio con via Stresa da un'auto Fiat 128 familiare con targa del corpo diplomatico «CD 19707» guidata da brigatisti, che poco prima si era inserita nel traffico giusto davanti alla vettura di Moro. Immediatamente un gruppo di brigatisti, che attendeva in agguato, aprì il fuoco contro le due vetture ferme, uccidendo in pochi secondi i cinque uomini della scorta e sequestrando Moro.. I terroristi ripartirono subito su diverse auto e fecero perdere le loro tracce. In via Fani rimasero l'auto targata «Roma L59812» su cui viaggiava Moro, con i cadaveri dell'autista, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (43 anni) e del responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (51 anni), e l'Alfa Romeo Alfetta targata «Roma S93393» degli agenti di scorta con a bordo il cadavere della guardia di P.S. Giulio Rivera (23 anni) e il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (29 anni) gravemente ferito ma ancora in vita; riverso supino sul piano stradale, vicino all'auto, rimase anche il corpo della guardia di P.S. Raffaele Iozzino, 25 anni. Davanti alla Fiat 130 rimase la Fiat 128, ferma all'incrocio e abbandonata dai brigatisti..
Il primo allarme alle forze dell'ordine dell'agguato fu registrato alle 9:03 al 113 che ricevette una telefonata anonima che informava di una sparatoria avvenuta in via Mario Fani; la centrale operativa del 113 allertò subito la pattuglia del commissariato di Monte Mario che sostava in via Bitossi. Gli agenti vennero avvertiti che «si sono uditi diversi colpi di arma da fuoco» in via Fani. Dalla documentazione della questura risulta che già alle 9:05 arrivò la prima comunicazione degli agenti della pattuglia di Monte Mario che, giunti sul posto in via Fani, provvidero ad allontanare la folla che si era radunata, ispezionarono le auto con i colleghi morenti, raccolsero le prime notizie dalle persone presenti e richiesero di «inviare subito le autoambulanze, sono della scorta di Moro e hanno sequestrato l'onorevole»(Sergio Flamigni ritiene errata l'indicazione dell'ora presente nella documentazione della Questura: a suo parere sarebbe stato impossibile per gli agenti dell'autopattuglia in appena due minuti raggiungere via Fani ed espletare il primo sopralluogo. Egli ritiene che l'orario del rapporto nella fretta del momento non venne indicato nell'annotazione e probabilmente venne aggiunto in un secondo momento). Gli agenti riferirono anche che i brigatisti si sarebbero allontanati su una Fiat 128 bianca con targa «Roma M53995»; i poliziotti della pattuglia diramarono anche l'informazione che i terroristi sarebbero stati quattro e avrebbero indossato «divise da marinai o da poliziotti»..
Nel frattempo, dopo una seconda telefonata anonima, erano state messe in allarme e inviate in via Fani anche le volanti Beta 4, Zara, V12 e SM91: furono informati delle prime notizie la Questura, la Criminalpol, la squadra mobile, la DIGOS e il Commissariato di Monte Mario. Nei minuti successivi, entro le ore 9:10, venne comunicato alle autoradio delle volanti dalla sala operativa della Questura di ricercare, oltre alla Fiat 128 bianca in cui erano stati segnalati quattro giovani a bordo, anche una auto Fiat 132 blu targata Roma P79560 e una moto Honda scura. Alle 9:15 la Questura comunicò la notizia dell'agguato di via Fani alla centrale operativa della Legione dei carabinieri di Roma.. Alla stessa ora la centrale operativa registrò anche la comunicazione telefonica di Pino Rauti che, abitando in via Fani, ebbe modo di osservare da una finestra alcune fasi dell'agguato e comunicò subito di aver sentito. raffiche di mitra, di aver visto due uomini vestiti da ufficiali dell'aeronautica e di aver osservato allontanarsi una Fiat 132 blu.
Le prime notizie raggiunsero il Ministero dell'Interno, comunicate dal questore di Roma Emanuele De Francesco che decise di recarsi subito in via Fani insieme al capo della DIGOS Domenico Spinella. Il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga fu informato alle 9:20 dal Capo della Polizia Giuseppe Parlato, mentre già in precedenza il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti aveva ricevuto la drammatica notizia nel corso della cerimonia di giuramento dei sottosegretari del suo nuovo Governo: il segretario della DC Benigno Zaccagnini seppe dell'accaduto sulle scale di Montecitorio dove si era recato per il previsto dibattito parlamentare.
Con il passare dei minuti un numero sempre più elevato di funzionari e dirigenti raggiunse via Fani: tra essi il comandante generale dei carabinieri, generale Pietro Corsini, il procuratore capo Giovanni De Matteo con tre sostituti procuratori, il capo della Squadra mobile Fernando Masone, il capo della Legione carabinieri di Roma, colonnello Enrico Coppola, i generali Giuseppe Siracusano e Mario De Sena, il capo della DIGOS Spinella. Nella zona c'era una crescente confusione, accorrevano sempre nuove autopattuglie a sirene spiegate, la gente era tenuta lontano con difficoltà, venivano diffuse notizie discordanti e inattendibili. In precedenza, fin dalle 9:30 il questore De Francesco si era recato in via Fani, seguito dal procuratore Luciano Infelisi: dopo pochi minuti giunse Eleonora Chiavarelli, moglie del presidente che, informata mentre teneva una lezione di catechismo nella chiesa di San Francesco, rimase sconvolta dalle notizie e poi dalla scena del delitto. Il questore De Francesco cercò di tranquillizzare la donna affermando che dalla metodica dell'agguato si poteva ragionevolmente essere sicuri che l'onorevole fosse ancora vivo.
La prima notizia dell'agguato raggiunse la nazione alle ore 9:25 attraverso una edizione straordinaria del giornale radio del GR2. Fu lo stesso Direttore Gustavo Selva che parlò in tono emozionato di "drammatica notizia che ha dell'incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra sia vera: il presidente della Democrazia cristiana, l'onorevole Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L'inaudito, ripetiamo, incredibile episodio è avvenuto davanti all'abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia". La scorta era composta da cinque agenti: "sarebbero tutti morti". Alle 9:31 anche il GR1 in edizione straordinaria comunicò che "il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro è stato rapito a Roma, stamane, all'uscita della sua abitazione. Gli uomini della scorta colpiti e uccisi, non si sa ancora se tutti, dal fuoco del commando".
Ore 9:30-12:45