Il Monastero di San Nicolò l'Arena (o "la Rena"; dove per rena si intende la rena rossa, termine che indica la sabbia vulcanica presente nel territorio) è un complesso ecclesiastico del centro storico di Catania, situato in piazza Dante, costituito da un importante edificio monastico benedettino e da una monumentale chiesa settecentesca.

Fu fondato da monaci provenienti dall'omonimo monastero situato nei pressi di Nicolosi che a metà del XVI secolo chiesero al senato cittadino l'autorizzazione a edificare entro le mura, poiché minacciati dalle eruzioni dell'Etna e dalla presenza di briganti.

Data la superficie occupata, circa 210 × 130 m., è ritenuto per estensione il secondo monastero benedettino più grande d'Europa (secondo solo al Monastero di Mafra in Portogallo).

Il monastero fu dichiarato monumento nazionale con regio decreto del 15 agosto 1869. Nel 2002 viene inserito nell'elenco del patrimonio mondiale dell'UNESCO come "gioiello del tardo-barocco siciliano" facente parte all'itinerario del "tardo-barocco siciliano del Val di Noto" e nel 2008 la Regione Siciliana dichiara di “importante interesse artistico” il progetto guida riguardante la ristrutturazione del complesso dei Benedettini a Catania firmato da Giancarlo De Carlo.

Oggi è sede del DISUM - Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università degli Studi di Catania.

Storia

L'Ordine Benedettino in Sicilia Nel VI secolo, in epoca bizantina, Placido, discepolo di San Benedetto, è inviato a gestire i 12 poderi siciliani dell'Ordine Benedettino, donati dal padre di Placido, Tertullo.. La prima istituzione benedettina documentata nel catanese è il monastero di San Vito, alle pendici dell'Etna, istituzione ripopolata con i religiosi provenienti dall'Abbazia benedettina di Sant'Eufemia, in Calabria..

Nel 1136 Enrico del Vasto, primo della stirpe degli Aleramici siciliani, dona il monastero Monastero di San Leone da Pannacchio, sito nel territorio di Malpasso, al casale di Paternò. Nel 1143, per volere del conte Simone di Policastro, figlio di Enrico, è fondato il monastero di Santa Maria di Licodia..

Il primo monastero

Nel 1150 una comunità di religiosi riceve in donazione, da Simone di Policastro, una piccola chiesa rurale, la chiesa di San Nicolò l'Arena, con annessi l'ospizio (xenodochio), i vigneti, i pascoli e le terre.. La chiesa, grazie al suo ospizio, assunse, negli anni, anche la funzione di ricovero per i monaci infermi dei vicini monasteri di Santa Maria di Licodia e di San Leone. Nel 1156, per volere della contessa Adelasia del Vasto, la chiesa rurale venne trasformata nel Monastero di San Nicolò l'Arena, sito nella contrada di Ruvolo Grosso, pur non portando ancora tale nome. Nel XIV secolo, per volere di Federico III di Sicilia, il monastero venne riorganizzato e costituito come sede principale dei cenobi, prendendo la denominazione di "San Nicolò la Rena" per la devozione dei monaci a San Nicola di Bari e per la caratteristica terra sabbiosa che ricopriva la zona, la rena rossa, da arena che in latino indica la "sabbia". Attorno al monastero prese ben presto forma il paese di Nicolosi, che, probabilmente, prende il nome dal monastero.

Il cenobio negli anni si espanse, accumulando notevoli ricchezze e superando in importanza quello di Licodia (a testimonianza di ciò basti ricordare le numerose visite delle regine Eleonora d'Angiò, che morì nel monastero, e Bianca di Navarra, e il favore sempre avuto dai regnanti a partire da Federico III).

Nel 1358 i monaci di San Leone si aggregano ai monaci di San Nicolò l'Arena.

Nel 1483, i monasteri benedettini di San Placido Calonerò, San Nicolò l'Arena, Santa Maria Nuova e Santa Maria di Licodia, si costituirono in una congregazione, la «Congregazione dei Monaci di San Benedetto in Sicilia». Essa fu approvata da Papa Sisto IV e le furono concessi privilegi simili a quelli goduti dalla «Congregazione benedettina di Santa Giustina». Nel 1504, con l'annessione dell'abbazia di Montecassino, la Congregazione di Santa Giustina mutò nome in Congregazione cassinese. Nel 1506, all'interno di quest'ultima, confluì la congregazione sicula.

Tuttavia, le scorribande dei briganti che imperversavano nella zona, favorite dal relativo isolamento dei monasteri, unite al clima rigido dell'Etna, spinsero i monaci a richiedere, al Senato di Catania, in maniera insistente il trasferimento in città, la quale era più sicura e ben disposta ad accogliere una congregazione così ricca e importante, detentrice della reliquia del Santo Chiodo della Croce, molto venerata dai catanesi, che avrebbe aumentato notevolmente la ricchezza e il prestigio della città. Infine, l'eruzione del 1536-1537, che distrusse il monastero di San Leone, accelerò il processo, così, i 2 cenobi superstiti, quello di Nicolosi e quello di Santa Maria di Licodia, con i monaci di San Leone che vi si erano rifugiati, ottennero il permesso di trasferirsi dentro le mura della vicina città demaniale.

Fondazione del cenobio di Catania

I monaci benedettini, trasferitisi a Catania, ottennero il permesso di costruire la nuova sede del monastero entro le mura della città, nelle aree dette "della Cipriana" e "del Parco", passate in proprietà ai monaci nel 1553. Il 28 novembre 1558 iniziò la costruzione del cenobio alla presenza del viceré di Sicilia Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, e, nel 1578, ancora incompleto, fu occupato dai monaci, e nello stesso anno venne costruita la contigua Chiesa di San Nicolò l'Arena. In tale periodo risulta documentato in cantiere l'architetto Giulio Lasso, anche se non risulta chiaro il suo ruolo progettuale. Nel corso del XVII secolo, con l'aumentare delle ricchezze a disposizione del cenobio, chiesa e monastero furono dotati di apparati sempre più fastosi, come il grande chiostro, che nel 1608 fu dotato di colonne di marmo bianco e ricchi ornamenti.

Nel 1669 la colata lavica della devastante eruzione dell'Etna raggiunse e accerchiò Catania, lambendo le mura del cenobio e lesionandolo, mentre una lingua di lava, staccandosi dalla principale, distrusse la Chiesa di San Nicolò. Fu allora che i benedettini diedero vita ad un'imponente opera di ristrutturazione e completamento del monastero (con l'aggiunta, fra l'altro, della monumentale fontana marmorea nel chiostro di ponente), e di ricostruzione della chiesa di San Nicolò, la quale fu iniziata nel 1687, su progetto dell'architetto romano Giovan Battista Contini.Salvatore Maria Calogero: Il Monastero catanese di San Nicolò l'Arena. Dalla posa della prima pietra alla confisca post-unitaria. Editoriale Agorà, Catania 2014, ISBN 978-88-89930-27-4, pp. 94–109. L'11 gennaio 1693, il terremoto che colpì la Val di Noto, provocò il crollo del monastero benedettino e la morte della maggior parte dei monaci, lasciandone appena 3 in vita. Le strutture della chiesa, ancora in corso di costruzione, furono risparmiate, ma i lavori furono interrotti per circa 20 anni. Il secolo d'oro

Inizialmente, i monaci superstiti, cercarono di trasferire il cenobio nella vicina località di Monte Vergine e lì cominciarono a costruire il nuovo monastero, ma, costretti dal senato cittadino, ritornarono in zona La Cipriana nel 1702 e lì cominciarono la ricostruzione sulle strutture superstiti. Il progetto fu affidato al messinese Andrea Amato, che ideò un impianto ancor più monumentale del precedente, in sintonia con le idee di ricchezza e grandiosità dei monaci stessi. L'impianto cinquecentesco originale fu ampliato ad est, con la costruzione di un secondo chiostro accanto al più antico, mentre altri 2 chiostri avrebbero dovuto chiudere simmetricamente il complesso, a nord, sull'altro fianco della chiesaPer la ricostruzione della chiesa di cui il terremoto aveva risparmiato le fondamenta appena gettate si continuò a seguire il seicentesco progetto del Contini..

Nei successivi 20 anni furono completati gli intagli in pietra dei prospetti principali, ma i lavori di costruzione, ampliamento e decorazione continuarono per tutto il XVIII secolo, prima con il chiostro dei marmi o "di ponente" - dove furono rimesse in opera le colonne e la fontana del XVII secolo -, poi con l'ampliamento a nord, ad opera, prima dell'architetto Francesco Battaglia (intorno al 1738) e poi di Giovanni Battista Vaccarini.Eugenio Magnano Di San Lio, Giovan Battista Vaccarini: architetto siciliano del Settecento, Lombardi, 2008, p. 336, . Se al primo si deve l'avvio del prolungamento settentrionale, verso l'alto banco lavico dell'eruzione del 1669, al secondo spetta la rottura della originaria simmetria progettuale: le sale comuni e di rappresentanza del monastero occuparono infatti l'area del terzo chiostro, preludio al definitivo abbandono del grandioso progetto originaleModello tradizionale per il progetto settecentesco del complesso catanese è considerato l'Escorial di Filippo II, ma numerosi sono gli esempi in scala minore a cui ci si sarebbe potuti ispirare in Sicilia come in Spagna, senza dimenticare la stessa abbazia di Montecassino..

L'opera del Vaccarini fu completata dopo il 1747 da Battaglia, che si occupò anche di altre opere all'interno del complesso: il ponte verso la flora benedettina (ossia il giardino dei monaci, ricavato sul banco lavico ad est del complesso, e oggi occupato dall'Ospedale Vittorio Emanuele II), il Coro di Notte e la Chiesa di San Nicolò l'Arena (i cui lavori furono interrotti a causa di crolli e cedimenti strutturali, nel 1755). Nel 1767 nel presbiterio della chiesa veniva inaugurato il grande organo di Donato Del Piano, ma occorsero ancora molti anni prima che venisse voltata l'intera navata. Solo nel 1780 Stefano Ittar portò a termine la cupola, mentre la facciata, progettata da Carmelo Battaglia Santangelo, rimase incompiuta. Sempre Ittar si occupò della sistemazione spaziale del piano antistante la chiesa, l'attuale Piazza Dante Alighieri, progettando, nel 1769, la grande esedra con i 3 monumentali palazzi, non solo per questioni estetiche e religiose (la piazza era teatro di varie feste religiose, soprattutto la processione del Santo Chiodo), ma anche come avvio del necessario risanamento del quartiere circostante, il cosiddetto Antico Corso, fra i più poveri e malsani della cittàTale risanamento non si è mai del tutto concretizzato: la costruzione dei tre palazzi che formano l'esedra servì piuttosto a spostare più ad ovest i quartieri più poveri, mentre i palazzi furono dati in affitto a persone variamente legate alle attività monastiche, come gli operai del cantiere o gli addetti alle cucine e ai giardini.. A questo punto, gran parte del monastero e della chiesa erano già completati, e i monaci si dedicarono nei decenni successivi alla decorazione interna degli ambienti: dotare le cappelle di marmi pregiati e dipinti, e mettere insieme quelle grandi collezioni artistiche, archeologiche, librarie, naturalistiche e scientifiche che lo resero famoso in tutta Europa.

Dal XIX secolo ad oggi

Intorno al 1840 venivano affidati, all'ingegnere Mario Musumeci, i lavori di completamento dei chiostri, gli ultimi interventi architettonici di rilievo prima dell'incameramento al demanio dell'intero complesso, avvenuto nel 1866. Il monastero di San Nicolò l'Arena fu infatti interessato dalle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e i monaci furono costretti a lasciare l'edificio: nel 1867 avvenne il passaggio dell'intero complesso dall'ultimo proprietario, l'abate Giuseppe Benedetto Dusmet, divenuto quello stesso anno arcivescovo di Catania, alle istituzioni cittadine.