Ex esponente di Ordine Nuovo, fu accusato, dai collaboratori di giustizia Carlo Digilio, Martino Siciliano e Edgardo Bonazzi, di essere l'esecutore materiale della strage di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia ma, dopo un tortuoso percorso giudiziario, fu definitivamente assolto da ambedue le accusePiazza della Loggia, processo da rifare dopo quarant'anni. Zorzi assolto a titolo definitivo, Repubblica.it, 21 febbraio 2014..
La sua colpevolezza fu definita solo, pur se prescritta, per alcuni attentati minori commessi dalla cellula veneziana di Ordine Nuovo, in quanto «Zorzi a Trieste e Gorizia collocò candelotti di gelignite» che non detonarono (mentre in piazza Fontana fu usato «un esplosivo diverso e di maggiore potenza»), e per la partecipazione alle riunioni in cui la cellula padovana di ON di Franco Freda organizzò gli attentati ai treni dell'estate 1969, che non fecero vittime ma solo feriti.
La sentenza definitiva di assoluzione per piazza Fontana precisa inoltre che «la cellula veneziana di Maggi e Zorzi» nel 1969 organizzava attentati terroristici, ma riguardo ai due imputati «non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre».
Biografia Studi e la militanza in Ordine Nuovo Nativo di Arzignano ma residente a Mestre, dove la sua famiglia commerciava in pellami, figlio di un geologo dei servizi segreti. Nel 1964 partecipò all'operazione manifesti cinesi, una campagna di disinformazione contro il Partito Comunista Italiano, ideata da Federico Umberto D'Amato, manifesti inneggianti alla Unione Sovietica stalinista. I manifesti erano a firma di fantomatici gruppi comunisti italiani stalinisti. Furono scritti dal giornalista Giuseppe Bonanni, de Il Borghese. Mario Tedeschi diede l'incarico della loro diffusione a Stefano Delle Chiaie, che diede ordine dell'affissione a Mestre a Martino Siciliano, Delfo Zorzi e Paolo Molin.
Aderì al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti nel 1966, ma nel 1968 si trasferì a Napoli per studiare Lingue orientali all'Istituto Universitario Orientale dove si laureò, con 110 e lode, nel 1974Delfo, i misteri giapponesi, Corriere della Sera, 12 novembre 1995. con una tesi sul nazionalismo giapponese dalla restaurazione imperiale Meiji alla seconda guerra mondiale, avendo come relatore il prof. Piero Corradini, il quale segnalò Zorzi a Oreste Vaccaro per l'assegnazione di una borsa di studio per il trasferimento di Zorzi in Giappone. Con Pio Filippani Ronconi, direttore del seminario di indianistica, diede l'esame di sanscrito Intervista di Stefano Lorenzetto a Delfo Zorzi, Il Giornale, 11 maggio 2014, p. 16.. All'Università nel 1968 iniziò a frequentare la giovane Annamaria Cozzo la quale, iscritta al FUAN, aveva preso parte alla battaglia di Valle Giulia.
Il 9 ottobre 1968, con Giampietro Mariga e Martino Siciliano prese parte all'assalto della sede del Partito Comunista Italiano di Campalto a Mestre. L'obiettivo, secondo le rivelazioni dello stesso Siciliano, era l'asportazione dell'elenco degli iscritti per individuare taluni che svolgevano opera di controinformazione nei confronti di Ordine Nuovo. La sede fu devastata e fu prelevata la bandiera del PCI. Il 17 novembre del 1968 fu arrestato con Giampietro Mariga perché sorpreso dalla polizia in possesso di un mitra, un elmetto, una tuta mimetica e una piccola quantità di esplosivo. A seguito dello scioglimento del Centro Studi aderì a Ordine Nuovo, di cui divenne capo cellula a Mestre città dove era maestro di judo nella palestra di via Felisati.
Secondo il pentito Siciliano, implicato contemporaneamente anche in un tentativo di rapimento dell'editore e attivista di sinistra Giangiacomo Feltrinelli, Delfo Zorzi (con Siciliano stesso) fu protagonista attivo di molte azioni del gruppo, compreso il furto di 30 chilogrammi di esplosivo alle cave di Arzignano e Chiampo, reato confermato dalla testimonianza di Carlo Digilio. Siciliano lo descrive come duro e con tendenze violente: «Zorzi era un tipo deciso e determinato e voleva la distruzione dell'avversario. Un giorno, per dimostrare la sua virilità ariana ha strozzato con le sue mani un gatto davanti a tutti noi. Ha pestato a freddo diversi militanti che si erano resi colpevoli di qualche debolezza. Ad uno, dopo averlo picchiato, gli ha strofinato il viso contro un muro di cemento. Lui pensava che i camerati dell'Msi potevano sbagliare per debolezza ma non quelli di Ordine Nuovo»I fascisti che volevano rapire Feltrinelli. Martino Siciliano, pentito al processo Piazza Fontana, sodale di Zorzi: «Avevamo un piano nel caso in cui la sinistra fosse andata al potere» .
Nel novembre 1969, il gruppo di Ordine Nuovo guidato da Zorzi, in occasione del progettato viaggio del presidente della Repubblica Saragat nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia pianificò degli attentati dimostrativi contro la scuola slovena di Trieste e contro il cippo di confine jugoslavo. Il gruppo di cui faceva parte, oltre a Zorzi stesso, pure Martino Siciliano e la Cozzo, poco prima di mezzanotte si portò sugli obiettivi e lasciò un ordigno sulla finestra della scuola e un altro presso il cippo di confine posto davanti alla stazione di Gorizia ma in territorio jugoslavo. Entrambi gli ordigni programmati per esplodere a mezzanotte, al fine di non provocare alcuna vittima,. però non deflagrarono e nel giro di alcuni giorni furono rinvenuti dalle forze dell'ordine. La mancata esplosione fu determinata dal mal funzionamento della batteria dell'orologio..
Nel dicembre avvenne il primo fatto che avrebbe coinvolto Zorzi in una lunghissima vicenda processuale: la strage di piazza Fontana a Milano, mentre nel 1974 il secondo avvenimento, la strage di piazza della Loggia a Brescia.
Trasferimento in Giappone Laureatosi brillantemente nel 1974 con il prof. Piero Corradini, ottenne, tramite la segnalazione dello stesso prof. Corradini al linguista Oreste Vaccari, una borsa di studio per soggiornare in Giappone, dove cominciò ad insegnare italiano all'università..
Nel 1977 un'inchiesta dell'Espresso rivelò che dall'autunno 1975 al giugno 1976 Zorzi aveva lavorato, con lo pseudonimo "Alfredo Rossetti", come corrispondente dal Giappone del Popolo, giornale della Democrazia Cristiana, grazie alla sua amicizia con il redattore Angelo Padovan. Secondo l'inchiesta, di questi contatti sarebbe stato al corrente anche Dario Antoniozzi, interessato a rafforzare le relazioni bilaterali con il Partito Liberal-Democratico giapponese, in particolare con la fazione di destra guidata da Masaaki Nakayama. Zorzi avrebbe agito da tramite tra i due partiti all'insaputa dell'ambasciata italiana in Giappone, che si opponeva all'accordo. A seguito dell'inchiesta, Padovan fu costretto a dimettersi.; ammise poi di aver conosciuto Zorzi durante un viaggio in Giappone, durante il quale aveva intervistato Nakayama, ma di non aver mai saputo che fosse un "uomo di destra"Giacomo Pacini, La spia intoccabile. Federico Umberto D'Amato e l'Ufficio Affari Riservati, Torino, Einaudi, 2021, pp. 166-169..
Nel 1980 ritornò in Italia dove a Venezia si sposò con la giapponese Yoko Shimoji, originaria di OkinawaMaurizio Dianese e Gianfranco Bettin, La strage: Piazza Fontana : verità e memoria, p 109. Grazie alle ingenti disponibilità economiche della moglie pose le fondamenta della ditta di import export che lo portò al successo come imprenditoreMaurizio Dianese e Gianfranco Bettin, La strage: Piazza Fontana: verità e memoria, p 110. Nello stesso periodo conobbe Ryoichi Sasakawa, uno dei più influenti finanziatori della destra nipponica. Nel 1985 fu spiccato contro di lui un mandato di cattura internazionale per ricostituzione di partito fascista, ma il governo giapponese negò l'estradizione. Nel 1987 fu condannato in contumacia a 10 anni, ma la corte di appello e di cassazione ribaltarono il verdetto, assolvendolo in via definitiva. Il mandato di cattura fu così revocato.
A seguito del matrimonio, nel 1989 ottenne anche il passaporto giapponese, opportunità raramente concessa dal Giappone e che nel suo caso andò contro alcune regole con permesso speciale del Ministero della Giustizia nipponico (uno dei 5 criteri è "condotta sempre generalmente buona e nessun passato di comportamento sedizioso"), vista la militanza in un gruppo considerato eversivo dall'Italia. Con la nuova nazionalità assunse, come prescritto all'epoca dalla legge locale, il nuovo nome di Hagen Roi (波元路伊), il cui cognome (Hagen) in giapponese significa «origine delle onde»Giovanni Maria Bellu, Zorzi: In Italia non torno, i giudici sono inaffidabili, la Repubblica, 12 novembre 2002..
Le accuse dei pentiti inerenti alla strage di piazza Fontana Nel 1995 Martino Siciliano, che si era da tempo trasferito a Tolosa dove si era ricostruito una vita, vide il suo nome saltare fuori nell'ambito delle indagini su piazza Fontana. Siciliano perse quindi il proprio lavoro e chiese aiuto all'amico Zorzi che si impegnò ad assumerlo in una sua azienda a San Pietroburgo.. Siciliano si recò in Russia ma per motivi non appurati rientrò immediatamente in Italia. Siciliano raccontò in particolare di una riunione tra i due veneziani Carlo Maria Maggi e Zorzi e i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura in cui si sarebbe delineata la strategia inerente agli attentati ai treni e di una presunta confessione di Zorzi in merito alla strage di piazza Fontana..
Nel 1993, già il pentito Carlo Digilio, l'unico ordinovista mai condannato in via definitiva per aver partecipato alla strage di piazza Fontana, seppur con un ruolo marginale, aveva iniziato a rilasciare dichiarazioni ma un ictus, che lo colpì poco dopo, quasi lo uccise. Digilio sostenne di essere un agente della CIA infiltrato in Ordine Nuovo e di aver raccolto la confidenza di Zorzi in cui avrebbe sostenuto di aver preso materialmente parte all'attentato.LaStampa - 11.12.1996 - numero 340 - pagina 14 «Con un moto di orgoglio Zorzi mi disse che aveva partecipato all'azione di Milano e che nonostante tutti quei morti, che erano dovuti a un errore, l'azione era stata importante perché aveva ridato forza alla destra e colpito le sinistre nel Paese»..
Il magistrato Guido Salvini diede il via al settimo processo per la strage di piazza Fontana. che vide stavolta sul banco degli imputati: Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.. Zorzi e Maggi guidavano la cellula veneziana-mestrina di Ordine Nuovo mentre il milanese Rognoni era accusato di aver fornito la logistica per l'attentato. Nel frattempo Martino Siciliano decide di interrompere la collaborazione accusando la magistratura italiana di non aver mantenuto fede alle promesse fattegli e di pagarlo una «miseria».. Significativo il fatto che nel 1995 il giudice veneziano Felice Casson avesse inserito Siciliano nel registro degli indagati poiché secondo l'accusa di Maggi un ufficiale dei ROS gli avrebbe offerto una cospicua somma in cambio di rivelazioni importanti, somma che sarebbe stata accettata da Siciliano.. Nel 1995, durante l'iter giudiziario, Digilio fu invece colpito da un ictus che ne diminuì sensibilmente le capacità mnemoniche e le sue testimonianze, anche del 1993 e 1994, furono considerate inattendibili. Vincenzo Vinciguerra in tribunale il 3 marzo 1993 dichiarò di come Zorzi fu arruolato, dopo il primo arresto nel 1968, da Elvio Catenacci nell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'interno, per il quale già il padre geologo aveva lavorato.. Sempre Vinciguerra, già nel 1984, testimonia di come Zorzi gestisse i contatti di Maggi con i funzionari di polizia e che Zorzi era "perfettamente integrato nella struttura di Polizia". Per quanto riguarda Siciliano furono accertati in seguito avvenuti contatti tra quest'ultimo e Zorzi e di versamenti di denaro..
Il 13 aprile 2000 il neofascista Edgardo Bonazzi si unì a Digilio e Siciliano e dichiarò che Guido Giannettini dei servizi segreti gli indicò Zorzi come autore materiale del fatto.