Fu uno dei massimi esponenti del Risorgimento. Nel 1859 partecipò alla spedizione di Crimea e alle principali battaglie della seconda guerra d’indipendenza, quali quella di Magenta e di San Martino e Solferino. Fu a capo della Lega Militare dell’Italia Centrale che consentì la fusione del Granducato di Toscana, del Ducato di Modena e del Ducato di Parma e dei loro eserciti con il Regno di Sardegna.
Nel 1860 fu a capo della Campagna piemontese in Italia centrale che permise al Regno di Sardegna di annettersi le legazioni pontificie di Marche e Umbria e di invadere da nord il Regno delle due Sicilie in guerra con i garibaldini dell’Impresa dei Mille. A seguito di questa operazione integrò, per quanto potette, l’esercito borbonico in quello sabaudo. Evitò la parificazione dei gradi dei garibaldini con quelli dell’esercito regolare, provocando lo scioglimento dell'esercito meridionale.
Fu ministro della guerra del Regno di Sardegna al momento dell’unificazione nazionale e fu il primo ministro della guerra del Regno d’Italia. Con la morte, però, di Camillo Benso, conte di Cavour, fu costretto a dimettersi. Non riuscì per questo a far passare il suo programma di riforma dell’esercito e una strategia difensiva che avrebbe probabilmente condotto ad altri risultati la Campagna del 1866 comandata da Alfonso La Marmora, suo rivale. Egli si trovò invece sempre in accordo con l’altra figura militare di spicco del periodo: Enrico Cialdini.
Biografia La famiglia e la gioventù (fino al 1831) Manfredo nacque a Carpi, nel Ducato di Modena, il 26 febbraio 1806, da Antonio, patrizio carpigiano e dottore in Matematica, e da Silea Corbolani. Seguendo le orme paterne, nel 1824, Manfredo si dedicò allo studio della Matematica e, avvicinatosi alla carriera militare, entrò l’anno seguente nel Corpo di Pionieri del ducato. Si laureò in Matematica con lode nel 1830 e gli fu conferito il diploma di Ingegnere civile.
Nel contesto dei moti del 1830-1831, Manfredo cospirò con il patriota italiano Ciro Menotti rimanendo coinvolto nei fatti della notte del 3 febbraio 1831. Arrestato con le armi in pugno, fu condotto nella cittadella di Modena. La sommossa portò però alla fuga del duca di Modena Francesco IV d'Austria-Este e Fanti fu liberato assieme ad altri insorti..
Fanti si arruolò così nelle file dei volontari di Carlo Zucchi, presso le quali ebbe il comando, con il grado di capitano del Genio, di una compagnia di fanteria. Intervenuti gli austriaci a sedare le rivolte in Italia, i volontari dovettero ripiegare verso Ancona. Raggiunte dal nemico, le truppe di Zucchi, il 25 marzo 1831, si scontrarono con gli austriaci presso Rimini nella battaglia delle Celle, durante la quale Fanti si distinse per fermezza e proprietà di comando.
Dopo la capitolazione di Ancona, ai rivoltosi fu fatto scegliere se tornare negli Stati di appartenenza e sottomettersi alle rispettive giustizie locali oppure partire per l’esilio. Fanti, che sarebbe stato arrestato se fosse tornato a Modena, preferì l’esilio. Si imbarcò quindi per Marsiglia, per poi portarsi a Parigi. A Modena, intanto, Ciro Menotti veniva giustiziato. Il processo a Fanti e ad altri due rivoltosi si svolse solo nel 1839. La sentenza li condannava “alla morte per sospensione sulla forca, da eseguirsi, stante la loro contumacia, per effige”.
In esilio in Francia (1831-1835) Riparato nella Parigi della Monarchia di luglio, conobbe e si fece apprezzare dal celebre astronomo e matematico François Arago che, in considerazione della sua qualifica di ufficiale del Genio, gli procurò un lavoro presso le fortificazioni di Lione, sotto il comando del generale Hubert Rohault de Fleury (1779-1866).
Nel 1833, iscritto alla Giovine Italia, Fanti avrebbe dovuto partecipare in Svizzera alla spedizione mazziniana di invasione della Savoia che si svolse, senza successo, nel febbraio dell’anno successivo. A lui, così come ad altri che vi dovevano partecipare non giunse in tempo l’avviso di recarsi nel luogo di raccolta.
Tornato in Francia, Fanti ebbe nel 1835 da un amico del generale Fleury la possibilità di trasferirsi in India, nel Regno di Lahore allora appartenente all’Impero Sikh e non ancora caduto in mani britanniche. Il regnante locale, il maragià Ranjit Singh, aveva, infatti, deciso di modernizzare l’esercito e reclutava volentieri occidentali esperti. Fanti, tuttavia, rifiutò la generosa offerta del maragià e preferì rimanere in Europa.
In Spagna con i liberali (1835-1848) Nella vicina Spagna, intanto, era esplosa una crisi dinastica che, nel 1833, era sfociata nella prima guerra carlista. Dopo la morte di Ferdinando VII, la Spagna si era infatti divisa in due fazioni: da una parte i cosiddetti carlisti, sostenitori di Don Carlos che si era autoproclamato re, appoggiati dai monarchici legittimisti, dai cattolici tradizionalisti e dai reazionari antiliberali. Dall'altro lato c'erano gli Isabelinos o “Cristini” cioè i liberali, i massoni, i cattolici costituzionalisti e le frange più progressiste della società spagnola, che speravano di ottenere dalla reggente Maria Cristina di Borbone, che regnava per la piccola figlia Isabella, alcune riforme in cambio del loro appoggio.
Nei “Cacciatori di Oporto”
Fanti, terminato il suo lavoro in Francia, decise quindi di partire per la Spagna e militare tra le file dei liberali “Cristini” presso i quali già numerosi esuli italiani combattevano. La sua prima tappa fu a Barcellona, dove, sotto il comando del generale spagnolo Francisco Espoz y Mina stilò e inviò al governo di Madrid un piano di fortificazione locale. Il progetto fu senz’altro approvato e Fanti, nel dicembre 1835, fu nominato tenente del 5° Battaglione di Catalogna con l’incarico di occuparsi dei lavori alle fortificazioni.
Il 16 marzo 1836, proprio nei pressi delle opere che aveva contribuito a realizzare, Fanti fu coinvolto in uno scontro con le truppe carliste distinguendosi e ottenendo la croce di Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando di prima classe. Terminati i lavori presso Barcellona, decise di passare al corpo dei “Cacciatori di Oporto”, formato principalmente da esuli italiani e comandato dal colonnello spagnolo di origini genovesi Gaetano Borso di Carminati (1799-1841). In questo reggimento mantenne il grado di tenente e fu coinvolto in combattimenti presso Valencia a luglio, e presso Tortosa a settembre.
L’anno seguente, nel 1837, i “Cacciatori di Oporto” passarono nell’armata costituzionale spagnola comandata dal generale Marcelino Oraá Lecumberri (1788-1851). In questa occasione Borso di Carminati, divenuto intanto generale, volle Fanti nel suo stato maggiore. Ciò non impedì a Fanti di partecipare alla battaglia di Torreblanca del 21 gennaio e ad altri combattimenti a maggio e a giugno, nonché alla battaglia di Chiva del 15 luglio, che gli procurò una seconda croce di San Ferdinando di prima classe.
Nel 1838 la guerra riprese e con essa la partecipazione di Fanti che si distinse in combattimenti a marzo e nella difesa della città di Lucena, assediata inutilmente dai carlisti fino ad aprile. Nel luglio successivo Fanti fu ancora coinvolto in uno scontro a L'Alcora, presso Valencia, per il quale fu promosso a capitano per meriti di guerra. Sempre nei ranghi dei Corpi franchi, partecipò dal luglio all’assedio della città di Morella, che fu un insuccesso.
Nell’esercito costituzionalista
Nel 1839, al riaprirsi delle ostilità, il comandante dell’esercito costituzionalista Oraá Lecumberri venne sostituito dal generale Leopoldo O'Donnell. Costui, in considerazione dell’ottima reputazione di Fanti, lo assegnò presso il proprio quartier generale e lo integrò nell’esercito regolare costituzionalista. Per Fanti fu una promozione lusinghiera, ma egli dovette rinunciare al grado di capitano che aveva nei Corpi franchi e ricominciare la carriera con il grado di sottotenente. Tuttavia, già a ottobre dello stesso anno, dopo uno scontro a Miravet, presso Tarragona, fu nominato tenente.
Terminata nel 1840 la prima guerra carlista con la vittoria dei liberali costituzionalisti, Fanti fu chiamato a fare parte di una commissione che doveva fornire un progetto di strade militari nella zona di Valencia e in Aragona. Fu incaricato della stesura finale del progetto e promosso capitano. Nel 1841 scoppiarono dei moti insurrezionali. Intervenuto con le sue truppe a reprimerli, Fanti fu promosso maggiore.
L’anno successivo, il 3 settembre 1842, Manfredo sposava Carlotta, figlia di un signore benestante di Valencia, Luigi Tio. Ma l’attività militare non cessò e due anni dopo, inviato dal governo spagnolo a sedare le rivolte di Alicante e Cartagena, prese entrambe le città. Fu, per questo, nominato tenente colonnello. Le ultime attività in Spagna di Fanti lo videro impegnato nella repressione del movimento insurrezionale nella zona del Maestrazgo, in Aragona, che gli valse poi la nomina a colonnello. Fu comandante della Capitania di Madrid e nel maggio del 1848 represse i moti insurrezionali contro il governo spagnolo. Per quest’ultimo impegno fu insignito della croce di Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica.
La prima guerra d’indipendenza (1848-1849) La prima campagna
Furono tuttavia le notizie dalla patria del 1848 a convincere Fanti a voler partire per l’Italia, cosa che fece alla metà del giugno 1848, quando si era nella prima campagna della prima guerra d'indipendenza scoppiata tre mesi prima. A Milano, però, Fanti era stato preceduto da una campagna propagandistica rivoluzionaria della Giovine Italia, di cui aveva fatto parte. Ciò aveva indotto il governo del Regno di Sardegna a diffidare dei combattenti provenienti dalla Spagna. Fanti decise quindi di rivolgersi al governo provvisorio di Milano che, il 10 luglio, lo nominò maggiore generale e comandante della brigata della divisione che si stava formando del generale Ettore Perrone di San Martino.
Approntata per entrare in azione, la Divisione di Perrone (composta dalla brigata di Fanti e da quella del calabrese Raffaele Poerio) fu assegnata al blocco di Mantova che era in mani austriache. Il 25 luglio la divisione si accampò preventivamente a Bozzolo, ma in quei giorni l’esercito piemontese, il cui schieramento eccessivamente esteso Fanti aveva criticato, veniva travolto dalle forze austriache in una serie di scontri che porta il nome di battaglia di Custoza.
Di fronte a questa notizia il governo provvisorio di Milano chiamò a sé gli uomini più valenti che aveva a disposizione per decidere come reagire all’avanzata austriaca sulla città. Al consiglio di guerra, che si tenne la sera del 27 luglio, parteciparono, fra i militari, il comandante delle truppe lombarde Teodoro Lechi, il ministro della guerra Carlo Sobrero (1791-1878), il generale Carlo Zucchi e Manfredo Fanti. Al primo di questi ultimi due fu affidato il Corpo che avrebbe dovuto sostenere i piemontesi a Castel Goffredo e al secondo il Corpo che avrebbe dovuto sostenerli a Brescia. Ma la ritirata precipitosa delle truppe del re di Sardegna Carlo Alberto compromise il piano del governo lombardo che dovette far ripiegare i suoi uomini a Milano, dove fu istituito un Comitato di Difesa.