L'omicidio di Rosario Berardi venne commesso a Torino il 10 marzo 1978 durante gli anni di piombo dalla colonna torinese dell'organizzazione terroristica delle Brigate Rosse. Il nucleo armato era costituito da tre uomini e una donna, e uccise il maresciallo di Pubblica Sicurezza Rosario Berardi, mentre sostava in attesa del tram vicino alla propria abitazione in Corso Belgio, per recarsi al lavoro al commissariato di Porta Palazzo. In precedenza Berardi era stato impegnato nell'attività di contrasto del terrorismo di sinistra prestando servizio con successo nei nuclei antiterrorismo della Questura del capoluogo piemontese. I brigatisti dopo aver ucciso la vittima con sette colpi di pistola, riuscirono a sganciarsi e fecero perdere le loro tracce.

L'omicidio avvenne alla vigilia della nuova sessione del processo in corso a Torino da quasi due anni contro il cosiddetto "nucleo storico" delle Brigate Rosse, e provocò grande emozione e sconcerto tra le autorità e l'opinione pubblica. A partire dalla testimonianza di Patrizio Peci, uno dei brigatisti componenti il nucleo armato autore dell'agguato, gli inquirenti poterono chiarire i particolari dell'attentato e individuare i responsabili che furono tutti arrestati e condannati all'ergastolo.

Storia Contesto Dalla fine del 1976, Torino era divenuta il centro delle azioni più cruente e pericolose delle Brigate Rosse, in coincidenza con la crescita numerica e logistica dell'organizzazione, dell'assunzione della direzione del Comitato Esecutivo da parte dei nuovi dirigenti guidati da Mario Moretti, e soprattutto dell'inizio nel capoluogo piemontese del processo ai brigatisti del cosiddetto "nucleo storico", identificati e in gran parte arrestati negli anni precedenti.. Dopo il sanguinoso agguato di salita Santa Brigida a Genova dell'8 giugno 1976 in cui erano stati uccisi da un nucleo armato brigatista il magistrato Francesco Coco e i due uomini della sua scorta, il processo torinese era stato rinviato una prima volta anche a causa del comportamento ostruzionistico dei detenuti che avevano rifiutato di accettare le procedure processuali e avevano inscenato il cosiddetto "processo guerriglia", mostrando un comportamento sprezzante e minaccioso nei confronti della corte e degli avvocati d'ufficio.. Il processo venne quindi rinviato alla primavera 1977 e nel frattempo la colonna torinese del Brigate Rosse crebbe numericamente, con l'arrivo in clandestinità di nuovi militanti, e potenziò la sua struttura logistico-militare. Il Comitato Esecutivo aveva previsto di rafforzare la colonna rendendola in grado di sferrare attacchi sia contro i dirigenti della Fiat, sia contro politici locali, sia contro funzionari e magistrati impegnati a consentire il regolare svolgimento del processo.. La colonna di Torino "Margherita Cagol-Mara" era diretta da Rocco Micaletto, "nome di battaglia" "Lucio", esperto componente del Comitato Esecutivo strettamente legato a Mario Moretti, ed era composta originariamente da solo altri due clandestini, Cristoforo Piancone "Sergio" e Raffaele Fiore "Marcello". Alla fine del 1976 arrivò da Milano Patrizio Peci, "Mauro", e poco dopo entrò in clandestinità anche Nadia Ponti, "Marta", mentre un numero crescente di militanti regolari non clandestini vennero immessi progressivamente nell'organizzazione e parteciparono agli attentati.. Nel corso del 1977 i brigatisti della colonna torinese, militanti di prevalente origine operaia determinati, aggressivi e fortemente ideologizzati, riuscirono a moltiplicare le azioni senza cedimenti e senza che le forze dell'ordine fossero in grado di fermare la tragica catena di fatti di sangue. A fine anno si contarono due omicidi e dodici gambizzazioni a opera delle Brigate Rosse e inoltre fenomeni di terrorismo "diffuso" e la proliferazione di gruppi eversivi minori contribuirono a diffondere la paura e lo sgomento a Torino.. Il 28 aprile 1977 un nucleo armato di tre uomini e una donna, guidato da Rocco Micaletto, uccise Fulvio Croce, il presidente dell'ordine degli avvocati, proprio alla vigilia della ripresa del processo al nucleo "storico". L'evento ebbe conseguenze drammatiche: la paura impedì la formazione della giuria popolare, la città venne fortemente presidiata dalle forze dell'ordine; infine il 3 maggio il presidente della corte d'assise fu costretto ad ammettere l'impossibilità tecnica di continuare il processo che quindi venne di nuovo rinviato.. Nella seconda metà del 1977 continuò lo stillicidio di attentati della colonna brigatista, culminati il 16 novembre con l'agguato contro il giornalista Carlo Casalegno che venne mortalmente ferito da un gruppo armato composto da quattro terroristi guidati da Raffaele Fiore. L'atmosfera torinese divenne ancora più pesante, la base operaia non sembrò molto impressionata dal nuovo attentato e non mancarono tra gli operai della Fiat reazioni di indifferenza verso la vittima e di distacco dalla lotta al terrorismo.. All'inizio del 1978 era previsto il nuovo tentativo di organizzare a Torino il processo al nucleo "storico" brigatista; la città visse giorni di estrema tensione e un imponente apparato di sicurezza venne istituito per garantire lo svolgimento dell'assise.. Le Brigate Rosse tuttavia erano decise a intervenire nuovamente e, mentre a Roma era in progettazione la cosiddetta "campagna di primavera" e l'"attacco al cuore dello stato" che sarebbe culminato con l'agguato di via Fani e il sequestro Moro, i brigatisti della colonna torinese stavano pianificando un nuovo attentato clamoroso per diffondere una ondata di terrore nella città.

La vittima

Il maresciallo di Pubblica Sicurezza Rosario Berardi, 52 anni, sposato con Filomena Di Terlizzi, padre di cinque figli, dirigeva nel marzo 1978 il posto di polizia periferico di Porta Palazzo a Torino. Nato a Bari e in servizio da trent'anni, in precedenza aveva svolto compiti di rilievo all'ufficio politico della Questura a partire dal 1970 e poi nel 1974 aveva diretto una squadra speciale dei Nuclei antiterrorismo (Nat) sempre nel capoluogo piemontese.. In questi incarichi aveva mostrato professionalità ed efficienza collaborando con il giudice Luciano Violante nelle inchieste contro l'eversione neofascista di Ordine Nero e Ordine Nuovo e con il giudice Giancarlo Caselli nelle indagini sulle Brigate Rosse. In particolare aveva lavorato con il Nat di Torino diretto dal dirigente di polizia Giorgio Criscuolo che aveva raggiunto importanti risultati nella lotta contro l'organizzazione terroristica di estrema sinistra, individuando basi e strutture logistiche e catturando i primi militanti del gruppo.. Il nucleo antiterrorismo di Torino, di cui facevano parte tra gli altri Berardi e il commissario Antonio Esposito, aveva svolto indagini che avevano permesso la cattura a Firenze di Paolo Maurizio Ferrari, di arrestare nel luglio 1976 Giuliano Naria, sospettato di aver preso parte all'agguato di Genova dell'8 giugno 1976 contro il magistrato Francesco Coco, di catturare nel settembre 1976 il militante dei NAP Giuseppe Sofia. Il maresciallo Berardi aveva svolto un ruolo diretto soprattutto nell'operazione antiterrorismo del 2 maggio 1975 che aveva permesso al funzionario di polizia e a un altro sottufficiale di irrompere, travestiti da operai dell'Enel, nella base brigatista di via Pianezza 90 a Torino, dove furono arrestati due membri importanti del gruppo, Arialdo Lintrami e Tonino Loris Paroli, e dove fu scoperto un grande archivio delle Brigate Rosse contenente molta documentazione sulle precedenti azioni e sugli obiettivi politico-militari dell'organizzazione.. Il ruolo del maresciallo Berardi era stato divulgato e sue foto erano state pubblicate sui giornali che lo ritraevano insieme ai terroristi arrestati Arialdo Lintrami, Maurizio Ferrari, Prospero Gallinari e Alfredo Bonavita.; era previsto anche che egli testimoniasse nel corso del processo di Torino al nucleo "storico". Tuttavia, dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo, Berardi apparentemente era uscito dagli incarichi nelle sezioni politiche della polizia riorganizzate nella DIGOS, ed era stato trasferito a un incarico secondario in periferia nel piccolo commissariato di Porta Palazzo dove sembrava destinato a svolgere finalmente un servizio tranquillo dopo anni passati in situazione di pericolo.. Il maresciallo Berardi, apprezzato e stimato dai suoi colleghi di lavoro., si recava ogni giorno al commissariato di Porta Palazzo dalla sua casa di via Manin 1 salendo sul tram della linea 7 alla fermata di largo Belgio, vicino alla sua abitazione.

L'omicidio