La battaglia di Mortara del 21-22 marzo 1849 fu un episodio della seconda campagna della prima guerra d’indipendenza e si concluse con la sconfitta dell'esercito del Regno di Sardegna guidato dal generale polacco Wojciech Chrzanowski contro le forze dell’Impero austriaco di Josef Radetzky.

Il merito principale della vittoria va attribuito al colonnello Ludwig von Benedek che assalì improvvisamente i piemontesi comandati dal generale Giovanni Durando approfittando di un momento di confusione. Né il generale Alessandro La Marmora, inviato da Chrzanowski a coordinare le forze a Mortara riuscì a capovolgere la situazione.

Dalla Sforzesca a Mortara

Dopo la ripresa delle ostilità avvenuta il 20 marzo 1849 e il grave errore del generale Gerolamo Ramorino che consentì il passaggio quasi indisturbato del Ticino da parte degli austriaci presso Pavia, i piemontesi si arroccarono su una linea difensiva a sud di Novara che vedeva i due capisaldi a Vigevano, presso la Sforzesca, e a Mortara. Il comandante dell’esercito austriaco Josef Radetzky decise di portare il suo attacco principale su Mortara e assalire comunque Vigevano a copertura dell’azione principale. Nella battaglia della Sforzesca del 21 marzo i piemontesi respinsero l’attacco su Vigevano, ma non riuscirono a impedire agli austriaci di concentrarsi a sud di Mortara.

Nonostante quest’ultimo particolare, il comandante delle forze piemontesi, il generale polacco Wojciech Chrzanowski, era ottimista, e inviò il suo capo di stato maggiore Alessandro La Marmora a coordinare la manovra delle 2 divisioni piemontesi, dei 3 reggimenti di cavalleria e dei 48 cannoni stanziati a Mortara, con l’idea di assalire il nemico la mattina successiva. Alle 16 di quello stesso 21 marzo, quindi, le due divisioni piemontesi si apprestano a trascorrere la notte sulla difensiva. Si trattava della 1ª Divisione e della Divisione di riserva, comandate rispettivamente da Giovanni Durando e dal Duca di Savoia, figlio di re Carlo Alberto ed erede al trono. La divisione di Durando costituiva l’ala sinistra dello schieramento ed era disposta a est di Mortara, quella del Duca di Savoia, l’ala destra, disposta a sud-est e a ovest di Mortara. Ma i collegamenti fra le unità piemontesi erano piuttosto precari per le caratteristiche del terreno, e il loro schieramento era esteso su ben 14 chilometri. Non c’era inoltre coordinamento fra le unità alla Sforzesca e quella presso Mortara. Il comandante Chrzanowski, infatti, era dalla parte di Vigevano e non conosceva la situazione a Mortara; così come le truppe di Mortara ignoravano gli eventi della Sforzesca che si stavano svolgevano a pochi chilometri di distanza..

Alcuni reparti austriaci, intanto, la mattina dello stesso 21 si erano concentrati, pressocché indisturbati, sullo stradone che da Pavia conduceva a Mortara, provenienti da sud. Tali truppe consistevano nel 2° Corpo d’armata, comandato dal generale Konstantin d'Aspre, al quale seguivano il 3° Corpo (di Christian von Appel) e quello di riserva. Si trattava dell’armata che avrebbe dovuto portare l’offensiva principale verso l’importante nodo stradale di Mortara, sulla via di Novara. Alle 16:30 gli austriaci attaccarono, proprio dove avrebbe dovuto stanziare la 1ª Divisione di Durando secondo le disposizioni di Chrzanowski trasmesse attraverso Alessandro La Marmora. Quest'ultimo però era inferiore di grado a Durando e non disponeva di ordini scritti. Ciò aveva autorizzato il comandante della 1ª Divisione a sparpagliare le sue unità nella zona.

La battaglia

La battaglia iniziò verso le 16:30, quando, dal 2° Corpo austriaco, si staccò la divisione dell’arciduca Alberto che, nonostante la voce che i piemontesi fossero in forze, attaccò gli avamposti nemici che in zona contavano invece un solo battaglione della Brigata “Regina”. Occupati senza colpo ferire i primi avamposti, gli austriaci, aiutati dal terreno, iniziarono un violento fuoco di artiglieria condotto da 21 cannoni, ai quali i piemontesi rispondevano con soli 6 pezzi. Poi, verso le 18, ovvero all’imbrunire, l’arciduca Alberto ordinò ad un battaglione del Lombardo-Veneto, affiancato da 2 reggimenti, di attaccare. Il solo battaglione piemontese resistette, ma poi dovette ripiegare, né ci fu il tentativo di un efficace contrattacco piemontese. Konstantin d'Aspre ordinò pertanto l’assalto con l’intera divisione dell’arciduca Alberto (formata da 2 brigate) al centro dello schieramento della 1ª Divisione di Durando, ovvero sulla Brigata “Regina”. Una seconda divisione, quella di Johann von Schaffgotsch, si preparava a sostenere l’attacco...

La conquista austriaca di Mortara L’altra brigata piemontese della divisione, l’”Aosta”, era poco distante, ma la divideva dalla “Regina” un canale e in questa fase rimase quasi inoperativa. Tuttavia i piemontesi resistevano e D’Aspre dispose, anche in considerazione del buio che andava calando, di non procedere nell’assalto. La “Regina” aveva invece cominciato a disorganizzarsi. Ne ebbe la sensazione il colonnello austriaco Ludwig von Benedek che, contravvenendo agli ordini, attaccò risolutamente i piemontesi con il suo reggimento, proprio quando il comandante della “Regina” Ardingo Trotti, nella convinzione forse che lo scontro si andasse esaurendo, disponeva un ripiegamento a nord di Mortara per riordinare le forze. Ma poi Trotti, rinunciando alla riorganizzazione delle sue truppe, iniziò a ritirarsi verso Novara, accompagnato da 2 reggimenti di cavalleria e dal reggimento Cacciatori Guardie della Divisione di riserva. Benedek continuò quindi l’avanzata e conquistò il centro abitato. Manovra rischiosa perché intanto La Marmora ordinava alla brigata “Aosta” di portarsi in soccorso della “Regina”. Il comandante dell’”Aosta”, il generale Alessandro Lovera di Maria, attaccò, allora, gli austriaci con un battaglione e 2 squadroni del “Nizza Cavalleria” presso Mortara, ma poi ritenne prudente preservare gli altri suoi 5 battaglioni, che avrebbero dovuto manovrare al buio, e ripiegò anch’egli verso Novara..

L’azione di La Marmora

Mortara rimaneva, quindi, saldamente nelle mani degli austriaci. Alla colonna di Benedek si era infatti aggiunta anche un’altra delle 4 formate dalla Divisione dell’arciduca Alberto, quella del generale Philipp von Stadion. A questo punto della battaglia, cioè intorno alle 19, i piemontesi resistevano solo presso il convento di Sant’Albino, cioè a sud est di Mortara, capeggiati dal colonnello Vittorio Delfino (1793-1857) del 9° Reggimento della Brigata “Regina”., senza sapere che il centro abitato alle loro spalle era stato occupato dagli austriaci. I due battaglioni impegnati tennero le loro posizioni fin quando furono costretti a ritirarsi dietro al vicino torrente Arbogna. Nei pressi del borgo di Sant’Albino, intanto, raccoglieva le sue poche forze il generale La Marmora che, disponendo di 2 battaglioni della Brigata “Cuneo” della divisione del duca di Savoia, li schierò a sud di Mortara, ignorando che fosse stata già conquistata dal nemico. Raccolse invece 400 uomini che si erano sbandati della Brigata “Regina” e li condusse coraggiosamente all’attacco a sostegno dei battaglioni che resistevano a Sant’Albino. Questi cominciavano a ritirarsi anche dal ponte dell’Arbogna, ma l’assalto di La Marmora, coadiuvato dal tiro di fucileria dei 2 battaglioni della “Cuneo”, consentì ai piemontesi di respingere gli austriaci e consolidare la linea di difesa a sud di Mortara, ancora nell’illusione che il centro abitato fosse in mani piemontesi e che Durando fosse con i suoi ancora più a sud sulla strada di Pavia. Egli era invece in ritirata, a nord, sulla strada di Novara. Quando La Marmora, finalmente, lo venne a sapere, per non rimanere in trappola decise di congiungersi alla Divisione di riserva del duca di Savoia, il cui grosso si era spostato a ovest di Mortara, a Castello d'Agogna..

La fine della battaglia La Marmora, che nell’attacco a Sant’Albino aveva avuto per due volte il cavallo ucciso dal fuoco nemico, si mise quindi in testa alla colonna e, non pratico della geografia del luogo, volle raggiungere la Porta Alessandria di Mortara, che conduceva a ovest sulla strada per Castello d’Agogna, passando per le strade della parte meridionale della città in mano agli austriaci. C’era invece un’altra strada, ignorata da La Marmora, che evitando l’abitato di Mortara pure conduceva alla Porta Alessandria. La colonna in ritirata nella quasi oscurità era composta da 2 battaglioni della Brigata “Regina”, 2 battaglioni della Brigata “Cuneo”, soldati sbandati di diverse unità e 4 cannoni.

La manovra non passò inosservata e appena furono a contatto, i piemontesi comandati dal colonnello Vittorio Delfino vennero accerchiati e attaccati dagli austriaci fra le abitazioni di Mortara. Combattendo con fuoco di fucileria e attacchi alla baionetta. la colonna riuscì comunque a passare Porta Alessandria, ma sulla strada per Castello d’Agogna, intorno alle 20:30 finì in un altro agguato. Un intenso fuoco di fucileria colpì sia in testa che in coda la colonna di La Marmora che non riuscì, nel buio, a valutare la consistenza dell’azione austriaca. Così, alla richiesta del colonnello Benedek di arrendersi, la maggior parte della colonna si arrese. Consegnarono le armi 54 ufficiali e fra soldati e sottufficiali con i 4 cannoni. Sfuggirono all’accerchiamento alcuni uomini in coda alla colonna, che si dileguarono fra le stradine di Mortara, e La Marmora che infine raggiunse, assieme ad una cinquantina di altri piemontesi, sulla strada per Castello d’Agogna, la Divisione di riserva che si ritirava verso Robbio..

Considerazioni sulla sconfitta piemontese Il ruolo del duca di Savoia

Non fu chiaro il ruolo nella battaglia del comandante di una delle due divisioni coinvolte, quella di riserva. Si sa infatti che Vittorio Emanule, poco prima delle 18 si ritirò da Mortara verso la strada per Castello d’Agogna ma, per seguire da vicino la battaglia, si fermò ben presto. Durante lo scontro si dimostrò indeciso, probabilmente per l’assenza del suo più valido aiutante, Enrico Morozzo della Rocca. Non fu mai visto di persona comandare le truppe e i suoi ordini raggiunsero tardivamente i reparti. D’altronde la confusione nel campo piemontese era abbastanza diffusa e un’inchiesta sulla battaglia sottolineò come, a causa degli ingombri creati dalle truppe in ritirata, eventuali rinforzi avrebbero aumentato il caos..Risulta tuttavia che lo stesso duca di Savoia abbia voluto, dopo la ritirata a Castello d’Agogna, mettersi di notte a capo della sua Brigata “Guardie”, non impiegata in battaglia, e piombare sugli austriaci a Mortara. Ma sia La Marmora che Durando lo convinsero a desistere. Durando considerò più opportuno, invece, ripiegare su Novara e si attuò questa decisione.

Le cause della sconfitta

Il colonnello Delfino, che combatté valorosamente a Sant’Albino e fu fatto prigioniero alla prima delle due imboscate austriache, nella sua relazione scrisse: “Il malfatto della giornata proviene dalla ritirata della Divisione di riserva e della Brigata Aosta”, attribuendo, quindi, a Vittorio Emanuele e al generale Ardingo Trotti, le cause principali della sconfitta. Le polemiche successive portarono a indicare invece nei soldati della Brigata “Regina” e nel loro disfattismo la causa principale della sconfitta, ma da un’analisi più attenta si evince che a cedere della brigata fu un solo battaglione e che piuttosto furono i comandanti che non riuscirono a impiegare bene le unità. Le cause principali della sconfitta piemontese vanno attribuite, quindi, al cattivo posizionamento delle due divisioni presso Mortara: la 1ª Divisione troppo vicina e quella di riserva troppo lontana e dispersa; alla mancanza di un servizio di ricognizione che avvisasse della prossimità e della consistenza delle forze austriache; alla mancanza di opere di interruzione delle strade e dei ponti; e al mancato coordinamento dei comandi impegnati..