Ohr (, Luce; plurale: Ohros/Ohrot, ) è un termine centrale nella Cabala della tradizione mistica ebraica; in italiano è definito come luce celeste e/o luce superna.

L'analogia della luce fisica viene usata come modo per descrivere le emanazioni metafisiche divine. Shefa ("Flusso" ed il suo derivato, Hashpoah "Influenza" ), vengono a volte utilizzati alternativamente nella Cabala ebraica, termini presenti anche nella filosofia ebraica medievale per significare influenza divina, mentre i cabalisti preferiscono Ohr perché il suo valore numerico (ghematrico) risulta in Raz ("mistero")."Sia la Luce!" () che diventa "Sia il Mistero/Occultamento", "poiché Raz e Ohr sono una cosa sola" - Zohar 1:140a e Zohar Hadash Genesi:8d. Citato con ulteriori note in Mystical Concepts in Chassidism, di Jacob Immanuel Schochet, Kehot Publications, cap. 1. Libro stampato anche come appendice supplementare al Tanya bilingue, Kehot Publ. È una delle due metafore principali nella Cabala, per comprendere la Divinità, insieme con l'altra metafora della relazione tra anima e corpo nelle Sephirot.Mystical Concepts in Chassidism, cit., cap. 1 "Anthropomorphism and Metaphors": (I. Anthropomorphism, II. The Man-Metaphor, III. The Light-Metaphor) La descrizione metaforica del flusso creativo spirituale divino, usando il termine come "luce" fisica percepita dall'occhio, proviene da similarità analoghe. Queste includono la fisicità immateriale della luce, la gioia che ispira e l'illuminazione che dà, la sua trasmissione apparentemente immediata e il costante collegamento con la sua fonte. La luce può essere velata ("Tzimtzum" - 'contrazioni' nella Cabala) e riflessa ("una luce ascendente dalle Creazioni" nella Cabala). La luce bianca si divide in 7 colori, eppure questa pluralità si unisce da una sola fonte. La luce divina si divide in 7 Sephirot emotive, ma non vi è alcuna pluralità nell'Essenza divina. Il termine Ohr nella Cabala viene opposto a Ma'ohr, il "luminare", e Kli, il "vaso" spirituale della luce.

Come metafora ha anche i suoi limiti. La Divinità può essere compresa solo da confronti analoghi ai fenomeni spaziali e temporali che capiamo. Una volta che queste immagini vengono afferrate, la Cabala sottolinea allora la necessità di tentare di trascenderle capendo le loro carenze. Tra i limiti della metafora centrale della "luce" sono l'incapacità fisica del luminare di trattenere il suo splendore, la realizzazione dello scopo che la luce dà al luminare, e la differenziazione categorica tra la fonte e la sua luce. Per Dio, la Creazione è sorta metaforicamente "nella Divina Volontà",Espressione riscontrata nel Tanya. e non è stata provocata. L'emanazione della Creazione non permette di considerare lacune nella perfezione di Dio, questo sebbene nel Creato (cfr Nequdim) ve ne possano essere.Secondo Isaac Luria il motivo della Creazione era quello di realizzare le Sephirot. Gli attributi divini di bontà, giustizia, misericordia e così via, potevano manifestarsi solo mediante la loro realizzazione esperienziale nella Creazione. Tuttavia, questa non è la ragione assoluta del Creato, siccome le Sephirot non portano nessun compimento del perfetto Ein Sof (Essenza divina). Questa spiegazione si riferisce solo alla Divina Volontà (Keter), che ha emanato le Sephirot. Nella filosofia chassidica vengono confrontate le diverse spiegazioni mistiche e filosofiche ebraiche per lo scopo della Creazione (ad esempio in uno studio sistematico fatto da Menachem Mendel Schneersohn). La ragione ultima fornita è che "Dio desiderava una dimora nei mondi inferiori". Secondo lo Chassidut, questo desiderio è radicato nelle dimensioni più intime del Keter, l'intelletto superiore, e "su un desiderio non si può fare domande". Si chiama "desiderio" l'implicare che Dio non avesse bisogno di emanare la Creazione, perché se lo avesse avuto, allora ci sarebbe stato in definitiva un motivo per la Creazione, potenzialmente in grado di essere compreso dall'intelletto. La distinzione tra la Luce divina (a cominciare dallOhr Ein Sof - la "Luce Infinita" primordiale, e successivamente le 10 emanazioni delle Sephirot) e la Fonte Divina (l'Ein Sof "Infinito") appare solo rispetto alla Creazione. Dalla prospettiva di Dio, la Scrittura afferma: "Io sono il Signore, non cambio".. Dalla prospettiva dell'autoconoscenza divina, le emanazioni rimangono completamente unite e nullificate alla fonte. Ciò risponde alla critica rabbinica di dualismo nella Cabala. Il termine nella Cabala e nella filosofia chassidica di questo annullamento è Bittul. Nella vita spirituale quotidiana (Deveikuth) ispira l'umiltà mistica di annullamento dell'ego.

Ohr Ein Sof - La Luce Infinita LEin Sof (letteralmente: "Senza Fine"/Illimitato/Infinito) è il termine cabalstico dell'Essenza Divina. La Cabala ebraica descrive 10 Sephirot (le 10 Emanazioni Divine o Attributi Divini), che rivelano la Divinità inconoscibile alla creazione e incanalano la vitalità creativa verso tutti i livelli dell'esistenza. Tuttavia, questi 10 attributi di Dio non rappresentano l'Essenza divina. I cabalisti differenziano tra le manifestazioni di Dio (forme di "luce") e la loro origine nell'Essenza divina (il "Luminare" e/o "Colui che illumina" con Misericordia: cfr Shachrit e Siddur). Questa differenza ha risolto le critiche che indicavano un'introduzione di pluralità nel Monoteismo puro dell'Ebraismo. I testi cabalistici fanno molta attenzione a sottolineare questa differenza e mettono in guardia contro l'antropomorfismo, evitando di formulare le sottili descrizioni della Cabala in termini umani. Per evitare tali eresie, la trasmissione storica della Cabala è stata tradizionalmente limitata all'insegnamento diretto in ambienti ristretti ed elitari.

Insieme alle 10 "luci" di Dio incorporate nelle Sephirot, la Cabala descrive anche una luce più primordiale che irradia dall‘Ein Sof (Infinito) stesso. Tale luce, origine di tutta la Creazione, e ogni luce inferiore, è chiamata "Ohr Ein Sof" ("La luce dell'Infinito", o alternativamente "La Luce Infinita"). I maestri cabalisti e chassidici si chiedono come possa esserci una rivelazione di Dio nell‘Ohr Ein Sof prima della Creazione. Certamente "non c'è re senza sudditi": prima della Creazione non esistevano esseri che potessero apprezzare una rivelazione di Luce divina. L‘Ohr Ein Sof è una forma di autoconoscenza divina e in Dio che conosce Se Stesso, Egli crea il tutto con il conseguente svolgimento storico e il relativo fine ultimo insito nella Divina Volontà più intima.Gershom Scholem, Major Trends in Jewish Mysticism, Schocken, 1995, p. 214, dove l'autore definisce En Sof come "Il Dio nascosto". Afferma altrove (p. 12) che il termine significa "l'Infinito" come tale, ma non, come a volte è stato suggerito, "Colui che è infinito" bensì "ciò che è infinito". Isacco il Cieco (uno dei cabalisti più rinomati) chiama il deus absconditus "ciò che non è concepibile col pensiero" e non "Colui che non è concepibile ecc." È chiaro che con questo postulato di una realtà impersonale basilare in Dio, che diventa persona – o appare come persona – solo nel processo di Creazione e Rivelazione, il cabalismo abbandona la base personalistica del concetto biblico di Dio; cfr. Scholem, ibid.

Come scritto anche nel primo Capitolo del Libro della Genesi della Bibbia ebraica, la luce è stata creata da Dio, con ciò risolvendo il paradosso della doppia rivelazione divina, come per esempio quella della Tōrāh che è la sapienza di Dio, e la rivelazione della luce spirituale. La luce germoglierà per il Giusto nel "mondo avvenire". La haftarah della parashah Ki Tavo è , sesta nel ciclo di sette haftarot di consolazione dopo Tisha b'Av, che precede Rosh Hashanah, e mette in evidenza una fase profetica prevista con il "Mashiach". Il riferimento sottolinea nuovamente quanto già preannunciato anche nel Midrash di Bereshit Rabbah.vedi edizione UTET in italiano

Tzimtzum – Contrazione della Luce Divina

Poiché l‘Ohr Ein Sof è di per se stesso infinito, non può essere direttamente la fonte della creazione dei Mondi (i Quattro Mondi e Seder hishtalshelus). Eventuali creazioni dirette della Luce Infinita sarebbero di numero infinito e non sarebbero quindi creazioni effettive, poiché sarebbero rimaste totalmente annullate ("bittul") dalla Luce Infinita, senza autoconsapevolezza indipendente. Invece è solo attraverso le restrizioni delle Sephirot e la "Catena di Progressione" discendente (Seder hishtalshelus), che i Mondi possono svilupparsi. Nella catena discendente dei Mondi dall'Infinito al nostro reame finito, il flusso creativo della Luce Divina incapsulata nelle Sephirot subisce innumerevoli costrizioni, diminuzioni e velature per nascondere progressivamente la Divinità. Nella Cabala questi sono chiamati "Tzimtzum" ("Contrazioni" - plurale: "tzimtzumim").

Tuttavia, dopo i nuovi insegnamenti e le dottrine del Isaac Luria (detto l'"Arizal"), nella Cabala lurianica, questi innumerevoli Tzimtzumim della catena discendente di Mondi sono chiamati il "Secondo Tzimtzum". Isaac Luria insegnò il nuovo concetto di "Primo Tzimtzum", basato su precedenti allusioni nello Zohar. Poiché la Cabala lurianica venne quasi universalmente accettata nello sviluppo ebraico della Cabala, al giorno d'oggi se il termine Tzimtzum viene utilizzato senza qualifiche, invariabilmente si riferisce alla prima Contrazione cosmica affermata da Luria (cfr. Tzimtzum).

In questo concetto radicale dell'"Ari", all'inizio della Creazione la Divinità si "ritirò" (uno Tzimtzum completo) da un "Chalal" ("spazio svuotato"), per consentire alla creazione di avvenire. Questa interpretazione forma un punto centrale della Cabala successiva (cfr. Tzimtzum), e il "ritiro" di Dio viene interpretato solo come un nascondimento dal punto di vista della Creazione, da applicarsi solo alla Sua luce e non alla sua Essenza, poiché ciò implicherebbe limitazioni eretiche del Divino. Nella Cabala lurianica il Tzimtzum occulta l‘Ohr Ein Sof, il che risolve la dicotomia tra la Luce Infinita e la possibilità di creare Mondi finiti. Senza questo salto radicale di un occultamento dell‘Ohr Ein Sof, anche con i progressivi e graduali occultamenti della Catena di Mondi, il problema non sarebbe propriamente superato. Solo una seconda nuova luce, incommensurabilmente diminuita e di una qualità diversa rispetto all‘Ohr Ein Sof, può diventare la fonte creativa di tutta la realtà. Questa nuova luce, una illuminazione "sottile" dall‘Ohr Ein Sof chiamata "Kav" ("Raggio"), splendette nello "spazio svuotato", e fu una luce adattata alla prospettiva delle successive creazioni secondo i loro termini. Poteva relazionarsi ala creazione finita (Immanenza divina), piuttosto che alla luce primordiale infinita (la Trascendenza divina ultima).

Interpretazioni di quanto sopra nella Cabala ebraica e nella filosofia chassidica stanno attente ad evitare interpretazioni letterali, spaziali, o geometriche dello spazio liberato e del Kav (Raggio), siccome tali intese dimensionali si riferiscono solo al nostro mondo fisico. Ciò nonostante, le rappresentazioni diagrammatiche circolari di ciò, rigorosamente metaforiche, vengono utilizzate nella Cabala per illustrare il relativo processo. Nel primo, un cerchio nero è spezzato solo da una sottile linea verticale retta che scende dal bianco circostante verso il centro del cerchio nero dall'alto. Qui il bianco circostante rappresenta l‘Ein Sof, il cerchio nero rappresenta lo "spazio" svuoato Chalal, e la sottile linea bianca rappresenta l'illuminazione "sottile" del Kav, derivata dall‘Ohr Ein Sof, ma in grado di illuminare dentro al Chalal secondo i propri termini.François Bouchard & Denise Fredette, L'Arbre de Vie ou l'Ordinateur Cosmique, pp. 22-25 ; Gershom Scholem, Major Trends in Jewish Mysticism, Shocken, 1995, pp. 212-213.