Latarassia (letteralmente, ) è un termine filosofico, già usato da Democrito, ma adottato principalmente dalle scuole post-aristoteliche stoiche, epicurea e scettica per designare «la perfetta pace dell'anima che nasce dalla liberazione dalle passioni», nel più ampio contesto della filosofia morale (etica) legata alla ricerca della felicità.

Al di là delle diverse sfumature assunte nell'ellenismo e dell'affinità con termini quali apatia, aponia, adiaforia ed eutimia, la consolidazione del concetto di atarassia è opera della media e tarda stoà, e più precisamente di Crisippo, Panezio, Polibio, Cicerone, Plutarco, Epitteto, Seneca e da ultimo Marco Aurelio con la traduzione del termine dal greco ataraxia nel latino tranquillitas.

Per estensione, in medicina il termine può venir utilizzato per definire genericamente una condizione di imperturbabilità ed evidente mancanza di legami emotivi con l'ambiente e le persone che circondano il paziente, che si presenta in affezioni psichiatriche come la schizofrenia.

Origine semantica Il campo semantico del termine «atarassia», nella sua accezione di stato d'animo di benessere (eudaimonía), si contrappone a quello di «marasma», quale stato d'animo di consunzione già in uso nella tradizione tragica greca da Eschilo a EuripideCfr: “inaridisce il sangue” (Eschilo), “seccarsi le sorgenti dei fiumi” (Erodoto), “è consunta dal male” (Euripide)., quale riproduzione interiore del dualismo cosmogonico riconducibile al concetto di ordine, pieno, kósmos () contrapposto a disordine, vuoto, Kaos () già presente in forma seminale nel mazdeismo e nella Teogonia esiodea.

Nel contesto dell'atomismo democriteo la coppia antinomica ordine-disordine si trasforma nella dicotomia connessione-disconnessione. Gli atomi si uniscono, in un processo di creazione, per poi separarsi nuovamente, in un processo di distruzione, quale spiegazione ultima del divenire della materiaDiogene Laerzio, Vite dei Filosofi.. La trasposizione del mondo fisico a specchio nell'ambito della psyché produce il giudizio etico dell'atomismo, secondo il quale un animo irrequieto (in movimento, marasmatico) tende alla consunzione mentre uno stato d'animo sano (in coesione) tende a mantenere un ordine interno stabile, non agitato, privo di perturbazioni ovvero a-tarassico.

Atarassia e aretè Dato conto dell'origine semantica del termine e del contesto filosofico presocratico che l'ha partorito (la ricerca dell'archè), l'atarassia acquista il valore decisivo di praxis () solo dopo Socrate, e segnatamente con riguardo alle varie declinazioni del concetto socratico di aretè“il termine designava la «capacità», l'«attitudine», la «valentia» e, in primo luogo, quella del combattente; e così anche in latino la virtus, derivata da vir, indica la dote propria dell'uomo, la forza, soprattutto d'animo, in quanto disprezzo della morte e del dolore, e quindi anche il valore militare” (tratto da Enciclopedia Treccani). () quale condizione intrinseca ed ultima dell'animo umano nella ricerca delleudaimonìa (), intesa come serenità spiritualeCfr.: Platone, Teeteto 30b - 31a - 31b, Eutidemo 280d - 282d, Menone 87d - 88c - 89a Critone 47e - 48a..

Lo sviluppo definitivo del concetto di atarassia, operato in epoca romana da Seneca nel più ampio contesto della tarda stoàCfr: De tranquillitate animi - Wikipedia., risulterebbe incomprensibile senza il passaggio nodale attraverso gli elementi interpretativi costituiti dal confronto dei vari caposcuola della tradizione ellenistica con l'eredità socratica.

Prendendo come pietra angolare l'Apologia di Socrate di Platone, e soprattutto le ultime parole del filosofo, si coglie agevolmente che il problema morale posto da Socrate si risolve nel rapporto fra ragione ed emotività (considerata indistintamente come parte irrazionale). Da questo assunto di fondo si dipanano e si chiariscono le posizioni dei vari filosofi:

La posizione di Democrito verrà ricondotta, in epoca ellenistica, al termine eutimia per distinguerla dall'atarassia e risolversi nella cura dall'emozione considerata antitetica al coraggio (la paura). La posizione di Epicuro (serenità imperturbabile del sapiente) oltre al Tetrafarmaco di palese derivazione democritea, si risolverà nell'aponia, intesa come serenità d'animo nel sopportare i dolori fisici e morali quale componente imprescindibile della decisa posizione materialista del filosofo. In questo senso la razionalità socratica viene interpretata da Epicuro come controllo e dominio sull'emozione del dolore che in epoca moderna ispirerà Leopardi. La posizione di Pirrone si risolve in una felice indifferenzaDiogene Laerzio, Vite dei Filosofi., apatia, determinata dall'impossibilità ontologica di conoscenza delle cose nella loro intima natura. Pirrone risolve così il rapporto fra ragione ed emozione, mettendo sotto parentesi (epochè) l'esperienza sensibile non in quanto riducibile alla ragione, ma come l'esatto contrario. Il mondo da cui provengono le emozioni risulta indifferente poiché ingiudicabile in termini definitivi quale primo esempio di agnosticismo della storia della filosofia. Antistene, discepolo di Socrate ed ostracizzato dagli ateniesi, propone una soluzione più radicale e solipsista al problema della conoscenza (nominalismo) riducendo il mondo a rappresentazione. Ne segue un atteggiamento di indifferenza (Adiaphoria) verso le cose del mondo e uno strenuo impegno individuale nella pratica dell'aretè Zenone di Cizio propone una soluzione simile ad Antistene (di cui fu discepolo) e alle posizioni spiritualiste della filosofia tedesca del XIX secolo. Posto che tutti i fenomeni e gli accadimenti del mondo, i quali non sono altro che la manifestazione del Logos (ragione), restano al di fuori del controllo individuale, le pulsioni emotive da questi determinate, qualunque azione sostengano, sono in sé e per sé immotivate e fuori dal terreno dell'etica. Ecco che l'atarassia si pone come liberazione dalle emozioni quali espressioni di irrazionalità impeditive di quella condizione di autocontrollo tanto cara ai futuri sviluppi della stoà.

Atarassia ed ellenismo Gli orizzonti dell'atarassia in epoca ellenistica mutano progressivamente in ragione di quattro eventi fondamentali:

La crisi della polis quale orizzonte della speculazione filosofica precedente che quindi subisce una profonda rielaborazione. La diffusione della koinè () con la conseguente contaminazioni fra le varie dottrine precedenti (ad esempio l'epicureismo verrà spesso confuso con la tradizione cirenaica, come dimostra l'interpolazione dell'Edonismo dalla seconda verso la prima) e la polarizzazione di posizioni filosoficamente prossime in termini sovrapponibili (ad esempio l'utilizzo di ataraxia tanto nello stoicismo che nell'epicureismo e nello scetticismo). Il clima di generale insicurezza che caratterizza questa età di sconvolgimenti politici, sociali e culturali, determina una filosofia in ripiegamento verso il privato. L'attenzione degli intellettuali si rivolge all'etica e all'analisi interiore piuttosto che a un'indagine filosofica capace di produrre sistemi interpretativi generali, quali il platonismo o l'aristotelismo. I vari sistemi filosofici del periodo considerato, pur con le loro intrinseche differenze, focalizzano le loro speculazioni sui problemi dell'uomo che ricerca e riscopre sé stesso come individuo, piuttosto che sulla riflessione politica sulla società. La centralità dell'etica aristotelica (Etica Eudemia, Etica Nicomachea, Grande Etica) quale struttura di riferimento e/o di confronto per tutte le scuole dell'ellenismo. Con la grande tradizione aristotelica il problema etico si sposta dal territorio della ragionevole convivenza degli individui nella polisCfr.: Protagora; Platone. a quello del rapporto fra felicità e virtù.

Tre scuole ellenistiche proporranno l'atarassia quale buona prassi per il sapiente (ricco di dottrina e di saggezza), seppur con dei consistenti distinguo:

L'epicureismo si muove in un orizzonte materialista e meccanicista, che vede nella sensibilità e nel desiderio la fonte di ogni dolore. L'ideale dell'atarassia è quindi concepito sulla base dell'osservazione della natura umana: se ogni desiderio, in quanto tensione verso ciò che manca, è dolore, allora non sarà il piacere associato al soddisfacimento del desiderio a procurare quella felicità perfetta, immutabile, capace di allontanare le angosce profonde dell'animo umano. Seguendo Epicuro gli epicurei sostennero che la felicità può essere garantita solo dal piacere stabile (catastematico), che non deriva da un desiderio soddisfatto (piacere in movimento), ma da un dolore risparmiato: dunque, da un desiderio non perseguito ("il culmine del piacere è la pura e semplice distruzione del dolore"). Lo scetticismo approda ad un atteggiamento atarassico in ragione dell'indecidibilità prodotta dalla consapevolezza che nessuna retta conoscenza è possibile e che ogni presunta verità non è dimostrabile con assoluta certezza. Così anche le cause delle nostre emozioni, ciò che ci rende felici o angosciati, rientrano, come tutto, in questa zona d'ombra che rende tutto trascurabile perché potenzialmente illusorio. L'invito dello scettico è di fare epoché, di rivalutare (e ridimensionare) ogni aspetto della vita in base alla riflessione sulla limitatezza della mente umana, e raggiungere così una condizione di felicità perché sottratta all'errore e all'incertezza che derivano dall'accettare acriticamente la realtà. Lo stoicismo, entro il quale si produrrà la sintesi di epoca romana, associa l'atarassia al controllo della pulsione. Crisippo, in due celebri frammenti, dice che «la Virtù è un'abilità» (teknè) «che ha a che fare con la vita»Stoicorum Veterum Fragmenta SVF II 909. e che «l'uomo è l'artefice delle pulsioni»Stoicorum Veterum Fragmenta DL VII 85–6., per cui, al fine di condurre una vita virtuosa e quindi felice, la ragione deve plasmare i nostri impulsi e guidare la loro espressione. La chiave di volta per comprendere la fondamentale intuizione della media stoà è la saldatura fra pulsione ed azione (di cui farà tesoro Freud). In Crisippo le pulsioni provengono tanto dal corpo quanto dall'anima socratica riproducendo uno schema del tutto simile al mito dell'auriga contenuto nel Fedro di Platone, ma teleologizzato (finalizzato) alla felicità terrena (eudaimonia) e non all'iperuranio.

L'atarassia di Seneca È in epoca romana e più propriamente all'interno della tarda stoà che il concetto di atarassia si chiarisce come ricetta comportamentale (praxis) finalizzata al conseguimento della felicità intesa come imperturbabilità (correttamente tradotto col latino tranquillitas) dell'animo virtuoso (sapiente in quanto razionale) al cospetto del mondo. La sintesi definitiva ed articolata del concetto è ascrivibile ad autori quali Epitteto, Marco Aurelio e soprattutto Seneca senza negare il nesso fra questi ultimi e la trasposizione della filosofia ellenistica operata dal circolo degli Scipioni prima ancora che dalla letteratura latina (Lucrezio, Orazio, ed altri).