Villa Badessa (Badhesa in albanese) è una frazione di 395 abitanti del comune di Rosciano in provincia di Pescara, Abruzzo ed è situata a 161 m s.l.m..

Unico insediamento storico albanese in Abruzzo, è il più settentrionale ed è tra quelli di più recente fondazione, risalendo al 1743; nel centro si mantengono il rito liturgico bizantino e tutte le tradizioni religiose a esso collegate, col patrimonio artistico relativo alla tradizione religiosa orientale rappresentato da alcune vestigia architettoniche e urbanistiche.

Geografia fisica Il centro abitato, che si sviluppa lungo una bassa cresta a metà strada tra il litorale adriatico e i due massicci della Maiella e del Gran Sasso, si trova nelle adiacenze della valle del fiume Nora.

Storia

Antefatti Villa Badessa, una piccola comunità albanese in Abruzzo, costituitasi nel XVIII secolo, è molto più legata agli ufficiali e alle reclute del Reggimento Real Macedone che a un'emigrazione a causa dell'oppressione ottomana: secondo il letterato Pasquale Castagna, venticinque recluteAniello D’Iorio: Inizi di un insediamento albanese nei feudi borbonici del capitano del Reggimento Real Macedone, Costantino Blasi (anche Vlasi o Wlasj) rinunciarono al loro premio (stipendio) chiedendo in cambio a re Carlo di Borbone il ricovero dei loro famigliari albanesi nel Regno di Napoli. Il Re accettò e fece stanziare 3.000 ducati d'oroPasquale Castagna: Villa Badessa in: Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato. Vol XVII, Abruzzo ulteriore I, fasc. 6, Pansini, Napoli 1853, p. 132 per sostenere le spese di viaggio dall'Albania nel Regno di Napoli.

Secondo Don Lino Bellizzi i parenti dei soldati provenivano dai paesi albanesi Piqeras, Lukovë, Klikursi, Shën Vasil e Nivica-Bubar. Queste famiglie erano però esitanti a lasciare i loro luoghi natii, tuttavia in seguito a contrasti con gruppi di mussulmani, gli abitanti di Piqeras decisero di abbandonare il loro villaggio, accompagnati dal loro papas Macario Nikàs (Nica) e dal diacono Demetrio Atanasio. Un piccolo gruppo si fermò nel vicino paese di Lukovë, a circa 6 km da Piqeras, mentre gli altri proseguirono il viaggio via mare raggiungendo Corfù.K.Ch. Vamvas, p. 24

Secondo lo scrittore greco K.Ch. Vamvas, questi proseguirono quindi verso Fanò dove si sarebbero dovuti imbarcare per Brindisi. Secondo la tradizione alcuni emigranti avrebbero fatto ritorno a Piqeras per recuperare dalla chiesa del monastero Kremesove l'icona dell'Odigitria, in seguito restaurata più volte e oggi custodita nella chiesa di Santa Maria Assunta di Villa Badessa.

Giunti a Brindisi il 4 marzo del 1743, vennero registrati dalle autorità napoletane e furono sottoposti a una quarantena al fine scongiurare rischi di eventuali diffusioni epidemiche di peste, che già stava colpendo Sicilia e Calabria dal marzo di quell’anno.

In quei mesi avrebbe provveduto ai loro bisogni il colonnello don Giulio Cayafa, “castellano dei Regij Castelli di mare e di terra di Brindisi“: egli si sarebbe fatto carico del mantenimento del consistente nucleo di persone acquistando pane, vino e quant'altro necessario alla loro sopravvivenza. Le somme anticipate dal castellano furono reintegrate da Giovanni Garofano Buonocore, regio percettore della Terra d'Otranto, al quale la corte provvide, a sua volta, a rimborsare parte del denaro tra il novembre ’43 ed il successivo aprile.

Il 12 ottobre del 1743, Josè Joaquìn de Montealegre, duca di Salas e secondo segretario di Stato di re Carlo di Borbone, comunicò a don Antonio Castiglione, marchese e tutore dei beni allodiali della famiglia Farnese a Penne, che “avendo il Re determinato di collocare le 17 famiglie nel tenimento di Bacucco dipendente dal feudo di Penne”, lo incaricò di dare alle famiglie che si trovavano già a Brindisi “j soccorsi necessarij per il loro stabilimento, l'alloggiamento fintanto siano costruite le baracche, dove dovranno abitare”.Archivio di Penne

Le famiglie nel frattempo cercarono di insediarsi in Puglia, tuttavia la poca disponibilità di acqua fece riconsiderare la scelta iniziale di stanziarsi nel luogo, e vennero quindi scortate a spese della corona da Demetrio di Micheli, aiutante maggiore del Reggimento Real Macedone, e i capitani Costantino Blasi e Giovanni PaliPapas Andrea Figlia in Abruzzo dove arrivarono dopo 16 giorni di viaggio, il martedì 12 novembre, fermandosi nei pressi di Pianella. (Un ringraziamento va alla signora Antonietta Schimanski (discendente della famiglia Blasi) di Villa Badessa che ha messo a disposizione il risultato della sua ricerca) Le famiglie vennero sistemate in due case di proprietà della famiglia Farnese non distanti una dall'altra nei pressi della chiesa di Sant'Antonio Abate.

Il marchese Castiglione emanò gli ordini opportuni, redigendo anche un “Libro giornale in cui vennero registrate le spese accorse per la colonia albanese”. Fino all’ottobre 1744 sarebbe stata inoltre periodicamente versata ai diciotto capifamiglia la somma di grana 41 e 2/3 a persona per “viveri giornalieri ed utensili necessarij”.

La fondazione di Villa Badessa

A spese della corona, le famiglie, scortate da Don Demetrio Gicca Micheli, aiutante maggiore del Reggimento Real Macedone, insieme ai capitani Blasi e Pali del suddetto reggimento, arrivarono a Pianella il 12 novembre del 1743, dove vennero sistemate nel palazzo Farnese di fronte alla chiesa matrice di Sant'Antonio Abate.Lino Bellizzi, p. 73 Ma gli abitanti di Pianella avevano tentato di levarseli di torno al più prestoFederico Roggero: La Colonizzazione di Bozza e Badessa negli atti demaniali della Provincia di Teramo in: Contributo in Volume, Editoriale Scientifica, Neapel, 2014, pg. 546 ma, stando alle comunicazioni tra la Segreteria di Stato e i referenti sul territorio, ai greco-albanesi non piacque l'area di Bacucco Pare, però che gli abitanti di Bacucco non erano d’accordo a farsi sottrarre le poche terre coltivabili del loro territorio per condividerle con le famiglie albanesi.

A questo punto il marchese Castiglione, i capifamiglia e gli ufficiali del Reggimento Macedone che avevano scortato il gruppo fino in Abruzzo, visitarono più di una località scartando, dopo la stessa Bacucco, anche Acquadosso, Santa Maria del Poggio e Rocca; tutte rifiutate perché non ritenute fruttifere, o per "suggerimento" degli abitanti dei luoghi che non volevano condividere i loro feudi reali con i nuovi arrivati. Sembra che non si trovavano terreni graditi agli albanesi.

Gli abitanti di Pianella si opposero con decisione all’ingresso dei albanesi sui feudi rustici contigui alla loro università, presentando le proprie ragioni al sovrano ed erede dei beni di Casa Farnese. I Pianellesi temevano di venir privati delle quote a vantaggio dei albanesi. Il re, tuttavia, non volle sentire ragioni, e nella replica ai cittadini di Pianella tagliò corto, affermando che come i precedenti enfiteuti ed affittuari avevano potuto dar le terre a coloni, “così con maggior giustizia deve credersi che possa farlo il Re, nostro Signore, come padrone diretto e dispotico di detti territori col destinare alla coltura di questi le suddette famiglie di albanesi che indifferentemente considera come tutti gli altri suoi sudditi”. Con queste parole, il re espropriò i terreni per le famiglie albanesi.Lino Bellizzi, p. 55 D’altro canto, il sovrano tranquillizzava i Pianellesi che ai albanesi “saranno date le terre in riposo, che i Pianellesi non utilizzano”. Inoltre, il re avrebbe concesso ai Pianellesi “la facoltà di poter pascolare sui suoi terreni, che prima non godevano, ed inoltre quella di poter usufruire delle acque del fiume Nora che bagnano i terreni in questione.”

Sulle acque del torrente Nora insistevano alcuni mulini che spesso venivano concessi agli abitanti delle zone vicine.

Da una documentazione risulta che dal 24 aprile 1703 le terre di Badessa fossero godute in affitto da tale Blasio Taddei, di Pianella, conosciuto con il soprannome “Abbadessa”; quelle di Piano di Coccia, invece, dal 1740 erano tenute in enfiteusi da tale Domenico Sabucchi. Sia l’uno, sia l’altro, avevano a loro volta ripartito il territorio fra diversi coloni di Pianella, dai quali percepivano un canone.

Dall’altra parte, Montealegre invitò Castiglione a persuader i albanesi a cedere all’ultima proposta anche perché sembrava “… improprio il trattenersi agli discorsi ed insinuazioni di persone le quali forse hanno interesse in che non si stabiliscano in quei luoghi …” Anche la pazienza reale aveva un limite, cosicché era il caso d’informare i albanesi di “… quanto possa dispiacere il loro procedere a Sua Maestà, la quale poi potrebbe ritirare le tante grazie, che si degna dispensar loro …”.

Carlo di Borbone, in sostanza, impose la sua volontà a quelli di Pianella, decretando la colonizzazione intensiva di Piano di Coccia e Badessa da parte delle famiglie albanesi. Ma nelle parole del sovrano si scorge invero un progetto più vasto: i coloni avrebbero dovuto formare una nuova università, distinta da quella di Pianella. Secondo il sovrano di Napoli, l’operazione avrebbe accontentato tutti.

Da un censimento fatto il 13 novembre del 1743 (un giorno dopo l'arrivo delle famiglie a Pianella) si evince che la scelta dei terreni da destinare alla colonia cadde sul tenimento di Pianella e specificamente sulle località note come Abbadessa (Badessa o Badesha) e Piano di Coccia separate fisicamente dal fiume Nora. Piano di Coccia e Abbadessa costituivano insieme una proprietà allodiale di Casa Farnese contigua all’università di Pianella, “[...] un’estensione di terra in Abruzzo ulteriore, che appellavasi Abbadessa, e ch’era stata venduta da Giovanni Tedesco alla casa Farnese, ed era venuta in proprietà di esso Carlo [di Borbone] per la morte di Elisabetta sua madre, il tutto rilevandosi partitamente dall’archivio allodiale del Re. [...]”Lorenzo Giustiniani: Dizionario geografica-ragionato del Regno di Napoli, Tomo X, Napoli, 1805, p. 195

Le famiglie erano 18 anziché 17 come si evince dalla lettera del Montealegre al Castiglione con data del 15 ottobre del 1743 con 73 persone (27 uomini, 28 donne, 18 bambini) con i seguenti capifamiglia: Giovanni Duca (anni 23), Demetrio Atanasio (diacono) (30), Giovanni Spiro (18), Dimo Lessi (40), Dimo Andrea (60), Spiro Andrea (45), Ghi Vranà (60), Dimo Giocca (28), Gini Vrana (35), Giocca Gicca Zupa (25), Martin Lessi (35), Michel Spiro (18), Dimo Varfi (50), Giocca Gicca Guma (35), Atanasio Dima (38), Michel Gini Atanasio (30), Michel Gini Gicca (30) e papasAppellativo dei sacerdoti della Chiesa greco-ortodossa e di quelli delle diocesi orientali unite italo-albanesi dell’Italia meridionale Macario Nica (26). (Mancano all'appello i fratelli De Martino che avevano preso dalla chiesa del monastero Kremesove l'icona dell'Odigitria.)