Per politica linguistica nel Giappone moderno si intende la politica intrapresa dal governo a partire dalla Restaurazione Meiji del 1868 e proseguita fin dopo il secondo dopoguerra per promuovere e diffondere l'unità linguistica in tutto il territorio del Giappone e che, attraverso la diffusione del kokugo, ovvero la “lingua nazionale”, a partire dagli anni trenta, propugnava il rafforzamento e la diffusione degli ideali del nazionalismo e dello “spirito nazionale” (kokutai). Questi principi, presenti in Giappone sin dalla Restaurazione, anche attraverso questa politica linguistica, si rafforzarono al punto di diventare il perno su cui ruotò l'aggressiva politica del Giappone negli anni che precedettero il secondo conflitto e fino alla sconfitta del Paese nel 1945.
Cornice storica Paese feudale fino alla Restaurazione, il Giappone si presentava linguisticamente frammentato, con una grande varietà di dialetti, spesso non mutualmente comprensibili. Inoltre, la distanza tra la lingua scritta e la lingua parlata, non solo dalle masse, ma anche dalle classi più alte, era ormai andata consolidandosi, tanto che la lingua scritta, sempre e comunque appannaggio degli intellettuali, richiedeva un lunghissimo percorso di studio per essere prodotta o anche solamente letta. La valenza conservatrice della lingua scritta è evidente nel caso del Giappone di fine epoca Tokugawa, in cui i testi erano redatti ancora in uno stile classico, che a volte si rifaceva addirittura al kanbun o ad altri stili di matrice cinese. Lo scritto si differenziava dal parlato non solo per l'impianto grammaticale e sintattico, ma anche quello fonologico, che produceva rilevanti discordanze tra il modo di scrivere le parole e di leggerle. Infatti quella che è comunemente nota come “ortografia storica” (rekishiteki kanazukai) non era più adatta a rendere per iscritto le parole che ormai avevano assunto una lettura diversaKomai Akira e Rohlich Thomas H., An Introduction to Classical Japanese, Bonjisha, Tokyo, 1991, PP. 7-12 ISBN 978-4-89358-124-2.. Già durante la fase conclusiva dello Shogunato Tokugawa si andava delineando un movimento che sotto il nome di genbun itchi undō (movimento per l'unificazione della lingua parlata e scritta) si muoveva su due strade diverseLee Yeonsuk, The Ideology of Kokugo: Nationalizing Language in Modern Japan (trad. Ingl. a cura di Maki Hirano Hubbard), University of Hawaii Press, Honolulu, 2009, pp.49-50, ISBN 978-0-8248-3305-3.: la prima si rifaceva al cosiddetto "stile vernacolare" e tentava di avvicinare la lingua parlata a quella scritta; la seconda, invece, mirava alla creazione di uno stile scritto standard, inteso a mediare tra i due registri. Soltanto dopo la Restaurazione, tuttavia, nacque l'esigenza inderogabile di avere una lingua nazionale (kokugo). La Restaurazione Meiji portò alla creazione di uno Stato centralizzato che pose fine all'allora Giappone territorialmente frammentato in feudi di varia dimensione. A questa unificazione territoriale doveva corrispondere l'unificazione linguistica che contribuisse a creare un sentimento di appartenenza alla nazione. Questo bisogno di creazione di una lingua comune era in linea con il programma di “illuminismo e civiltà” (bunmei kaika) messo in atto dal Governo del nuovo Stato CentralizzatoOrsi Maria Teresa, La Standardizzazione del Linguaggio: il Caso Giapponese, in Moretti Franco (a cura di), Il Romanzo, Einaudi, Torino, 2001, pp. 347-376 ISBN 978-88-06-15290-1.. Tra gli studiosi, vi è chi mette in luce come fosse necessario per il Giappone, all'indomani dell'unificazione, «riorganizzare le proprie coordinate ideologiche e culturali per venire incontro alle necessità che il processo di uno stato nazionale moderno porta con sé»Calvetti Paolo, Note su Ideologia Nazionale e Politica Linguistica nel Giappone Moderno, atti del XXV convegno di Studi sul Giappone, Venezia, 2002, pp.117-118.. Da questa necessità si generò un dibattito interno al paese, con vari indirizzi sui modi di procedere per creare una lingua atta a rappresentare il nuovo Giappone verso il mondo esterno e, nel contempo, a rafforzare l'unità interna. Quest'esigenza si fece più forte in relazione ad uno degli eventi storici più importanti per il Giappone dell'ultimo decennio del XIX secolo: la vittoria del Giappone contro la Cina nella Guerra Sino-Giapponese del 1894-1895. Il trionfo in questa guerra ha rappresentato un punto di svolta per il Giappone, non solo negli aspetti militari, economici e politici: essa ha finito per rivestire il significato simbolico di atto di emancipazione dalla cultura cinese, il modello predominante in Giappone per molti secoli. Tuttavia il rapporto di sudditanza culturale –e non solo- che il Giappone aveva avuto nei riguardi della Cina aveva cominciato a scricchiolare già a metà dell'Ottocento, quando la Prima Guerra dell'Oppio (1839-1842), che aveva costretto la Cina alla firma dei Trattati ineguali, mise a nudo l'arretratezza del paese asiatico nei confronti della potenza militare britannica. La presa di coscienza, da parte dei giapponesi, della potenza raggiunta dal proprio Paese, provocò anche delle ripercussioni sul piano linguistico: il cinese, lingua che per anni era stata utilizzata per redigere i testi scritti in Giappone e da cui si era attinto a mani basse nel creare il sistema di scrittura si configurava come la lingua degli sconfittiIvi, pag 191.. Questo, alimentò ulteriormente il dibattito sulla riforma linguistica, che doveva riflettere il primato nipponico sull'ormai decaduto Impero celeste.
Kokugo e nazionalismo Per kokugo si intende l'idioma nazionale giapponese standard, esente da dialettalismi e parlato esclusivamente dal popolo giapponese (kokumin), che in esso si riconosce e attraverso il quale esprime la propria cultura. L'idea di kokugo è strettamente legata all'ideologia nazionalista giapponese. Dopo una prima fase di riorganizzazione interna, infatti, il governo Giappone intraprese ogni iniziativa atta a consolidare la propria posizione nello scacchiere mondiale, in primo luogo con l'adozione di una politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini dell'Asia, politica che ebbe una svolta proprio con la vittoria sulla Cina nel 1894. Partendo dal presupposto che i cambiamenti linguistici generalmente riflettono cambiamenti di natura socio-politica, è possibile desumere che all'origine della creazione dell'idea di kokugo vi fosse un iniziale sentimento di rivalsa nazionale originato dalle imposizioni delle potenze europee e degli stati uniti, a partide dalla stipula dei trattati ineguali del 1858. Pertanto l'idea che stava alla base della creazione della kokugo era quella di agire prevalentemente su due aspetti chiave: uno endogeno, di unificare il popolo attraverso un idioma unico, che permettesse una comunicazione agevole in ogni parte del paese per poter completare il processo di trasformazione del Giappone e di istruzione delle masse; uno esogeno, ovvero la possibilità, da parte del Giappone, di imporre la propria lingua alle popolazioni sottomesse e attraverso quella veicolare le idee e la cultura nipponicaTwine Nanette, Standardizing written Japanese: a factor of modernization, Monumenta Nipponica, vol. 43 No. 4 (winter, 1988), pp. 432.. Il sentimento di orgoglio nazionale che pervase il paese all'indomani della vittoria con la Cina produsse un ritorno, caldeggiato dalla oligarchia conservatrice alla guida del Paese, alle tradizioni giapponesi e, di contro, un rifiuto dell'accettazione acritica della cultura “occidentale”. È proprio con l'avventura imperialista che il concetto di kokugo assunse tratti più precisi e si mise in relazione con il concetto di kokutai inteso come “spirito giapponese”. Il kokugo era la diretta espressione del kokutai e, come tale, era proprietà esclusiva del popolo nipponico. Per questo la lingua giapponese parlata da persone che non erano parte della comunità nazionale e che, di conseguenza, non possedevano kokutai venne detta nihongo (lingua giapponese). Questa netta distinzione però, venne rimodulata in una seconda fase dell'espansione colonialista giapponese, ovvero, nel momento in cui divenne necessario dare un indirizzo culturale alle popolazioni dell'Asia assoggettate.
Politica linguistica estera Lo spirito nazionalista che aveva pervaso il Giappone fin dall'inizio dal periodo Meiji, e la successiva aggressione imperialista, trovarono ampio riscontro nella politica linguistica adottata nei paesi colonizzati. Il kokugo venne concepito come mezzo di omologazione delle popolazioni sottomesse alla cultura nipponicaCalvetti Paolo, Note su Ideologia Nazionale e Politica Linguistica nel Giappone Moderno, atti del XXV convegno di Studi sul Giappone, Venezia, 2002, p 123.. Come in patria il giapponese doveva fungere da collante per lo spirito nazionale per dar vita a un popolo (il kokumin), unito dagli stessi ideali, parimenti nelle colonie questo avrebbe dovuto essere il mezzo per la diffusione delle idee, dei costumi e dello spirito nazionale giapponese. Data le enormi difformità culturali delle popolazioni assoggettate, la politica di insegnamento del giapponese nelle colonie differì caso per caso, anche in base ai diversi interessi che il governo Giapponese nutriva in ogni paese. Le ambizioni geopolitiche del Giappone, che avevano portato alla formulazione, già a partire dagli anni trenta, dell'idea di Sfera Comune di Prosperità della Grande Asia Orientale, indussero a concepire il nihongo come la lingua insegnata dai giapponesi alle popolazioni assoggettate di etnia non giapponese e il kokugo come espressione diretta dello spirito giapponese e pertanto appannaggio solo degli autoctoni. I casi principali che si possono prendere in esame sono: Corea, Manciuria e Sud-Est Asiatico. Corea: entrò nelle mire giapponesi già pochi anni dopo la Restaurazione, ma la sua annessione formale avvenne il 22 agosto del 1910La Corea, prima della sua annessione, era già protettorato giapponese. Questa condizione di protettorato aveva fatto sì che il Giappone assumesse il controllo dei rapporti internazionali della Corea. Per ulteriori informazioni si veda: Beasley William Gerald, Storia del Giappone Moderno (trad. ita a cura di Giuseppina Panzieri Saija), Einaudi, Torino, 1969, pp. 216-217 ISBN 978-88-06-03939-4.. La politica linguistica in Corea raggiunse l'apice quando il giapponese venne imposto come lingua nazionale. Inoltre a partire dal 1940 venne messa in pratica, tramite due ordinanze, la politica del sōshi kaimei『創氏改名』の実施過程について (About the implementation process of Sōshi-kaimei), 朝鮮史研究会会報 (Proceedings of the Association for the Study of Korean History), (Tokyo, Japan: National Informatics Institute), consultabile al link: http://www.zinbun.kyoto-u.ac.jp/~mizna/soushi.htm (attivo al 16/05/2013).. Essa impose misure particolarmente odiose per la popolazione coreana, come la conversione dei cognomi propri in cognomi giapponesi, il non utilizzo dei nomi di famiglia coreani e la sostituzione con la lettura giapponese dei caratteri cinesi di cui erano costituiti quegli stessi nomiNaoki Mizuno, 創氏改名―日本の朝鮮支配の中で (Sōshi Kaimei: Nihon no Chōsen Shihai no Naka de), Iwanami Shoten, Tokyo, 2008 ISBN 978-4004311188..