È passato alla storia col soprannome di prefetto di ferro per i metodi utilizzati nella lotta alla mafia nel periodo in cui fu prefetto in Sicilia, dal 1925 al 1929. Fu nominato nel 1928 senatore del Regno d'Italia.
Iniziò la carriera come funzionario di polizia, fino a essere nominato prima questore, poi prefetto. Aderì al fascismo, iscrivendosi al Partito Nazionale Fascista il 21 febbraio 1926.Cesare Mori. Dizionario Biografico Treccani. Era una figura probabilmente priva di connotazioni politiche, che dimostrò coraggio, dedizione e integrità nella difesa dello Stato e delle istituzioni, soprattutto nella lotta contro la mafia.
Il regista Pasquale Squitieri nel 1977 girò un film, Il prefetto di ferro, dedicato alla sua attività di contrasto al fenomeno mafioso durante il suo periodo di attività in Sicilia.
Biografia Origini e formazione Nei primi anni di vita crebbe nel brefotrofio di Pavia con nome e cognome provvisori di Primo Nerbi (in quanto fu il primo orfano a essere accolto: Primo restò comunque il suo secondo nomeIl Prefetto di Ferro di Arrigo Petacco, capitolo Il figlio di N.N.); fu riconosciuto dai suoi genitori naturali nell'ottobre del 1879. La forma originaria del nome "Cesare", fu mutata in "Cesare Primo", con regio decreto del 25 giugno 1929.Mori Primo . Senato della Repubblica.
Studiò presso l'Accademia Militare di Torino e fu trasferito nel 1895 a Taranto come tenente d'artiglieria, dove conobbe una ragazza, Angelina Salvi, che successivamente sposò, dimettendosi dal Regio Esercito.
Entrò quindi nel 1898 nel Corpo della regia guardia per la pubblica sicurezza, operando prima a Ravenna nella polizia politica, poi, dal 1903, a Castelvetrano, in provincia di Trapani e dal 1907 a Trapani.
La nomina a commissario e le prime esperienze in Sicilia A Castelvetrano, nel trapanese, il "delegato" Mori cominciò subito ad agire energicamente, usando quegli stessi metodi decisi, inflessibili e poco ortodossi che riprenderà – con un'autorità e una libertà di azione incomparabilmente superiori – molti anni dopo in tutta la Sicilia. Nel 1909 fu nominato commissario. In quegli anni compì numerosi arresti e sfuggì a vari attentati. Scrisse il Procuratore Generale di Palermo:
Dopo 11 anni nel trapanese Mori fu trasferito a Firenze nel gennaio del 1915, con la carica di vice questore. Su quegli anni nell'isola scrisse il volume "Tra le zagare oltre la foschia".
In seguito a un inasprimento della situazione in Sicilia, coincidente con la guerra, vi fu presto rimandato nel 1916 al comando di squadre speciali mirate a una campagna contro il brigantaggio, le cui file si erano ingrossate con i renitenti alla leva. Nel corso dei suoi rastrellamenti, Mori si distinse ancora una volta per i suoi metodi energici e radicali. Nel dicembre 1916 si era fatto conoscere in provincia di Caltanissetta per gli arresti dei banditi Carlino e Tofalo a Riesi e per la rocambolesca caccia, nelle campagne nissene, al bandito Grillo, poi trovato morto. Per dare la caccia al famigerato brigante Paolo Grisafi, in una sola notte, fece arrestare più di 300 persone a Caltabellotta, nell'agrigentino, e lo costrinse alla resa nel 1917;Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Roma, Donzelli, 1993. nel complesso, ottenne risultati molto positivi. Quando i giornali parlarono di "Colpo mortale alla mafia", Mori dichiarò a un suo collaboratore:
Questore a Torino e Roma Decorato con due medaglie d'argento al valore militare, fu promosso questore nel novembre 1917 e inviato ad Alessandria.
Mori divenne successivamente questore a Torino e dal 1º ottobre 1919 a Roma (come facente funzioni), dove fu duramente contestato per aver fatto arrestare e perquisire, su ordine dell'allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, tutti i profughi fiumani e dalmati che stavano provocando disordini. Vi restò fino al 4 giugno 1920. Il 16 giugno 1920, fu inviato ancora in Sicilia, a dirigere il "Servizio speciale per la repressione del malandrinaggio", fino al 2 febbraio 1921.
La promozione a prefetto e l'incarico a Bologna Intanto era stato promosso prefetto a disposizione nell'aprile 1920, mantenendo per qualche mese anche la questura di Roma. Di ritorno dalla Sicilia, assunse la carica di Prefetto di Bologna dall'8 febbraio 1921 al 20 agosto 1922.I prefetti di Bologna. Prefettura di Bologna. Il 20 novembre 1921 il governo Bonomi gli conferì poteri straordinari anche sulle altre 11 Province padane.
Il crescendo della tensione politica avvenne in seguito al ferimento di Guido Oggioni, vicecomandante della "Sempre Pronti", mentre tornava da una spedizione punitiva contro i "rossi", e all'uccisione di Celestino Cavedoni, segretario del Fascio. Mori si oppose alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo contestato dagli squadristi al comando di Leandro Arpinati, Italo Balbo e Dino Grandi, che, per sfregio, urinarono sui muri del palazzo della prefettura.
Definito spregiativamente dai fascisti come «prefetto socialista», nell'agosto 1922 fu trasferito dal governo Facta come prefetto a Bari, dopo un periodo a Bologna per porre fine ai disordini nel capoluogo emiliano. Collocato quindi a disposizione il 22 novembre 1922, dopo la marcia su Roma, si ritirò con la moglie a Firenze.
Il ritorno in Sicilia nel contrasto alla Mafia Benito Mussolini, che era appena rientrato da una visita ufficiale in Sicilia (a Palermo e Trapani) dove era rimasto colpito da una affermazione del sindaco di Piana dei Greci e boss mafioso Francesco Cuccia, richiese al ministro dell'Interno Luigi Federzoni e al capo della polizia Arturo Bocchini l'invio in Sicilia di un funzionario inflessibile per infliggere alla mafia un colpo mortale. La scelta cadde su Mori per la sua fama di uomo energico, non in contatto con la mafia locale e conoscitore della Sicilia. Perciò fu richiamato in servizio il 28 maggio 1924 dal ministro dell'Interno Federzoni, nonostante le perplessità espresse da Mussolini: «Spero che questo Mori sarà altrettanto duro con i mafiosi quanto lo è stato con i miei squadristi di Bologna». Insieme a Mori, fu inviato in Sicilia anche il magistrato Luigi Giampietro come procuratore generale.http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Ieri/Storia/Vista+da/Fascicolo+13/02_fascicolo+13.htm L'avvento del fascismo. Arma dei Carabinieri. Pagine di Storia. Fascicolo 13. Mori fu inizialmente nominato prefetto di Trapani, dove arrivò il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritirò subito tutti i permessi d'armi e nel gennaio 1925 nominò una commissione provinciale che doveva provvedere ai nullaosta (resi obbligatori) per il campieraggio e la guardianía, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.Vito Orlando, Il movimento fascista trapanese 1919-1925, Trapani-Saluzzo, Ed. Avanguardia, 1989
Dopo l'ottimo lavoro alla Prefettura di Trapani, Mussolini nominò Mori prefetto di Palermo, dove si insediò il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'isola. Questo il testo del telegramma inviato da Mussolini:Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004, p. 101
Mori si insediò quindi a Palermo il 1º novembre dello stesso annoGuido Melis, Francesco Merloni, Cronologia della pubblica amministrazione italiana (1861-1992), Bologna, Il Mulino, 1995, p. 201 e vi rimase fino al luglio 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali. Durante il suo mandato in Sicilia come prefetto plenipotenziario, Mori si avvalse dell'opera del delegato di Pubblica Sicurezza Francesco Spanò, che lo coadiuvò in tutte le azioni sul campo.A. Spanò, 'Faccia a faccia con la mafia', Milano, Mondadori, 1978
L'assedio di Gangi
Nel gennaio 1926 compì quella che probabilmente fu la sua più famosa azione, e cioè quello che viene ricordato come l'assedio di Gangi, paese roccaforte da oltre un trentennio delle bande degli Andaloro, dei Ferrarello, dei Dino e dei Lisuzzo, le più temibili della zona delle Madonie legate alla mafia «che li protegge e li utilizza», come scrisse lo stesso Mori. Il "patriarca" indiscusso riconosciuto e rispettato da tutte le bande era però Gaetano Ferrarello, detto il «re delle Madonie», latitante da 35 anni perché ricercato per vari reati, dall'omicidio al furto, tanto potente che il sindaco di Gangi, il barone Sgadari, lo omaggiava baciandogli le mani e i Carabinieri in servizio nel paese facevano finta di non vederlo.
Con circa 800 uomini dei Carabinieri e della P.S. al comando del fidato Spanò, fece in un primo tempo isolare Gangi, tagliando i fili del telegrafo e del telefono, e poi passò al rastrellamento casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. I capi banda però restavano nascosti all'interno di una fitta rete di cunicoli sotterranei scavati sotto le case del paese, inaccessibili agli stessi uomini delle forze dell'ordine. Perciò Mori non esitò a usare metodi particolarmente duri di guerra psicologica da lui già sperimentati durante la prima esperienza in Sicilia negli anni della prima guerra mondiale, come macellare pubblicamente il bestiame appartenente ai banditi, utilizzare donne e bambini in veste di ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi e a diffondere le false voci che i carabinieri stessero violentando le donne dei briganti. Fu proprio per la durezza dei metodi utilizzati che venne soprannominato "Prefetto di ferro". Mori arrivò addirittura a lanciare un proclama con cui sfidava a duello il brigante Ferrarello, il quale decise di arrendersi e di consegnarsi però soltanto al sindaco Sgadari (che condusse le trattative con i banditi) e non allo «sbirro piemontese», come apostrofava Mori. Dopo alcuni giorni, Ferrarello si suicidò gettandosi dalla tromba delle scale del carcere di Palermo. Gli ultimi ad arrendersi furono i fratelli Carmelo e Giuseppe Andaloro insieme alla madre Giuseppa Salvo, capi dell'altra banda di briganti che terrorizzava Gangi.
L'azione antimafia e l'incriminazione di Cucco e Di Giorgio
Dopo il successo ottenuto a Gangi, Mori iniziò rastrellamenti su vasta scala in tutta la Sicilia nel biennio 1926-1927 ed ottenne significativi risultati: si registrarono 119 arresti a Misilmeri, Bolognetta e Marineo; 285 nella zona di Termini Imerese; 306 fra Caccamo e Valledolmo; 246 a Bagheria, Ficarazzi e Villabate; 275 a Piana dei Colli, contrada di Palermo; 195 a Sciacca e Agrigento; 105 a Piana dei Greci e a Santa Cristina Gela; 75 nel solo quartiere di Palazzo Reale a Palermo; 5 a Catania. Nelle retate finirono in manette anche boss mafiosi del calibro di Vito Cascio Ferro (considerato uno dei capi supremi della mafia che aveva assassinato il poliziotto italo-americano Joe Petrosino), Francesco Cuccia (il sindaco che aveva umiliato Mussolini durante la sua visita in Sicilia), Calogero Vizzini, Nick Gentile e tanti altri.Michele Pantaleone, Mafia e politica. 1943-1962, Torino, Einaudi, 1962.Nick Gentile, Vita di capomafia, Roma, Editori Riuniti, 1963. L'azione di Mori fu però criticata perché numerose persone finirono in carcere solo sulla base di sospetti ed inoltre la forze dell'ordine si avvalsero di torture e sevizie per ottenere informazioni. Iniziò perciò la stagione dei processi che vedevano sul banco degli imputati i centinaia di arrestati nelle retate di Mori, che erano istruiti dal procuratore Luigi Giampietro e si concludevano quasi sempre in pochi mesi con condanne molto pesanti ed assoluzioni rarissime. Per gli assolti, comunque, veniva assegnato il confino di polizia.