La concentra la sua attenzione nei confronti della natura e dell'ambiente non tralasciando tuttavia il bisogno del Paese di continuare il suo processo di sviluppo economico e tecnologico. Infatti il Giappone, oltre a fare affidamento su questi ultimi due aspetti, possiede delle solide basi culturali e una sensibilità sociale sulle quali il popolo giapponese ha sempre fatto affidamento nei momenti più critici della sua storia. Tale politica, quindi, può essere ricondotta a una crescente consapevolezza della necessità di una regolamentazione, preservazione e protezione dell'ambiente maturata a partire dalla grande ondata di industrializzazione iniziata nel periodo Meiji.
Per questo motivo, il governo giapponese ha dovuto adottare rigide contromisure per ovviare a tali problemi, con la promulgazione di leggi specifiche a partire dal 1993. In quanto firmatario del Protocollo di Kyoto, il Giappone ha inoltre l'obbligo di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica e di adottare altre misure per contrastare il cambiamento climatico, ponendo una particolare attenzione sulle questioni ambientali più importanti quali l'inquinamento da rifiuti industriali, diossina e alte tecnologie, la gestione dei rifiuti elettronici e dell'energia nucleare, soprattutto dopo il disastro di Fukushima del 2011.
Storia Istituzione della politica ambientale La moderna politica ambientale con i suoi relativi emendamenti venne istituita a seguito di gravi disastri ambientali verificatisi negli anni cinquanta e sessanta del XX secolo. L'avvelenamento da cadmio, dovuto alla fuoriuscita del materiale tossico dai rifiuti industriali della prefettura di Toyama, venne riconosciuto causa della cosiddetta . Gli abitanti della città di Minamata, nella prefettura di Kumamoto rimasero avvelenati dal metilmercurio fuoriuscito dalla fabbrica chimica cittadina, dando origine alla malattia di Minamata. A Yokkaichi, città portuale della prefettura di Mie, l'inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di biossido di zolfo e biossido di azoto portò ad un rapido aumento del numero di persone sofferenti di asma e bronchite. Nelle aree urbane lo smog fotochimico dei fumi di scarico delle automobili e delle industrie contribuì all'aumento di problemi respiratori soprattutto nelle zone industriali di Tokyo-Yokohama, Nagoya e Osaka-Kōbe, mentre l'avvelenamento da arsenico attribuito alla dispersione della polvere d'arsenico delle miniere fu riconosciuto come causa di uguali danni nel distretto di Toroku nella prefettura di Miyazaki.
Tali forme di inquinamento sono il risultato dell'improvvisa crescita economica del Giappone nel secondo dopoguerra, la quale politica ha dato priorità allo sviluppo economico piuttosto che concentrarsi sulla protezione della salute e della sicurezza della popolazione. Dagli anni sessanta, per evitare il ripetersi di incidenti simili, il governo giapponese ha emanato rigide regole per la salvaguardia dell'ambiente.
Il dopo Minamata e le misure contro l'inquinamento A marzo 2001, sono stati riconosciuti 2.265 casi ufficiali di malattia di Minamata, mentre le vittime accertate sono 1.784. La Chisso Corporation, l'industria responsabile del danno ambientale, è stata condannata a risarcire più di 10.000 persone per un totale di 86 milioni di dollari.. Tali avvenimenti hanno costretto il Giappone a regolamentare le emissioni di fuliggine e fumi attraverso un emendamento approvato nel 1962 e successivamente incorporato all'interno della Legge per il controllo dell'inquinamento dell'aria del 1968. L', fondata nel 1969, venne istituita per far fronte ai problemi di salute e alle false dichiarazioni da parte delle imprese, causa del dilagante sviluppo industriale del Giappone e viste come responsabili dei problemi dei consumatori e dei cittadini. Negli anni settanta, la stessa associazione intraprese una lotta contro lo sviluppo dell'energia nucleare nel Paese, formando una campagna di sensibilizzazione anti-nucleare diffusa a livello nazionale.
Negli anni successivi il governo ha perfezionato la sua politica ambientale incorporando varie regolamentazioni degli anni precedenti a precisi leggi, quali la Legge per la tutela della qualità dell'acqua e la Legge per il controllo delle acque di rifiuto industriali, entrambe emanate nel 1958, incluse all'interno della Legge per il controllo dell'inquinamento idrico del 1970. In seguito, vennero approvate altre leggi contro l'inquinamento, quale la Legge fondamentale per il controllo dell'inquinamento ambientale del 1967. Nel 1972 venne introdotta in numerose leggi la responsabilità colposa per il risarcimento, che considera le aziende responsabili dei problemi alla salute provocati dall'inquinamento, valevole allo stesso modo anche nei casi accidentali.
Nel 1984 l'Agenzia per l'Ambiente giapponese pubblicò il suo primo libro bianco. In uno studio del 1989, è emerso che i cittadini giapponesi ritenevano i problemi ambientali più diffusi rispetto al passato, quasi l'1,7% pensava che le cose fossero migliorate, mentre il 31% pensava non fossero stati fatti passi avanti, e quasi il 21% riteneva che la situazione fosse peggiorata. Circa il 75% degli intervistati espresse preoccupazione per le specie in via di estinzione, il restringimento delle foreste pluviali, l'espansione dei deserti, la distruzione dello strato di ozono, piogge acide, la diffusione dell'inquinamento idrico e atmosferico nei Paesi in via di sviluppo. La maggior parte era del parere che il Giappone, da solo o in cooperazione con altri Paesi industrializzati, avesse la responsabilità di risolvere i problemi ambientali mondiali. In un sondaggio del 2007, il 31,8% delle persone dichiarava che l'attività di preservazione ambientale può contribuire allo sviluppo economico, il 22% che l'attività ambientale non sempre dovrebbe ostacolare lo sviluppo economico, il 23,3% che si dovrebbe dare la priorità alla preservazione ambientale anche a costo di ostacolare lo sviluppo economico e il 3,2% rispose che lo sviluppo economico dovrebbe avere sempre la priorità sulle questioni ambientali.
La legge sull'ambiente Negli anni novanta la politica ambientale del Giappone fu ulteriormente rafforzata. Nel 1993 il governo riorganizzò il sistema di diritto dell'ambiente emanando la e i relativi emendamenti. La legge prevede la limitazione delle emissioni industriali, restrizioni sulla produzione di prodotti industriali e relativi rifiuti, il miglioramento del processo di risparmio energetico, la promozione del riciclaggio, restrizione sull'utilizzo del territorio da parte delle industrie, la disposizione di programmi di lotta contro l'inquinamento ambientale, di soccorso delle vittime e la predisposizione delle relative sanzioni. L'Agenzia per l'ambiente fu promossa a Ministero dell'ambiente a tutti gli effetti nel 2001, per contribuire alla lotta al degrado ambientale internazionale.
I primi risultati di queste riforme sono stati pubblicati nel 1994, rivelandosi buoni nel campo dell'inquinamento atmosferico, mentre il Giappone riceveva i complimenti dall'OCSE per la capacità di aver saputo migliorare la qualità dell'ambiente di pari passo al suo sviluppo economico. Tuttavia, il livello di inquinamento idrico non soddisfaceva ancora gli standard minimi di qualità. Inoltre, un rapporto del 2002 indicava la politica ambientale giapponese come «altamente efficace, con normative severe, ben applicate e basate su una forte capacità di monitoraggio».
Nel 2006 la relazione annuale sull'ambiente del ministero ha riferito che gli attuali problemi principali del Giappone sono il riscaldamento globale e la salvaguardia dello strato di ozono, la preservazione dell'ambiente atmosferico, dell'acqua e del suolo, la gestione e il riciclaggio dei rifiuti, le questioni riguardo alle sostanze chimiche, la preservazione dell'ambiente naturale e la partecipazione alla cooperazione internazionale.
La politica ambientale a livello locale
Sviluppo dell'industria ambientale Nel giugno 2004 il Ministero del commercio internazionale e dell'industria, in collaborazione con il JETRO, organizzò un evento con lo scopo di promuovere gli investimenti diretti esteri in Giappone attraverso la collaborazione con il personale delle ambasciate di undici Paesi e la regione di Kyūshū. In questo modo il paese asiatico poté godere di vari benefici tra cui l'introduzione di nuove tecnologie nel campo industriale ed ambientale, con lo sviluppo di industrie specializzate nel riciclaggio di materiali come l'acciaio e il cemento, oltre a disporre di know-how tecnologici per la soluzione dei problemi relativi all'inquinamento ambientale.
Tali accordi, stipulati grazie al principio di una collaborazione tra esperti del governo, dell'industria e dell'università nel campo dell'ambiente e del riciclaggio, contribuirono alla costituzione nel 1999 del Kyushu Recycle and Environmental Industry Plaza, organizzazione coinvolta nello sviluppo e nella creazione di imprese nei settori industriali ambientali della gestione dei rifiuti, nel riciclaggio, in attrezzature di prevenzione dell'inquinamento, eco-materiali e nuove fonti di energia moderna, come il fotovoltaico e la produzione di energia da biomassa.
Seguendo l'esempio della regione del Kyūshū, e in particolare delle prefetture di Ōita e Kumamoto, il governo giapponese decise di creare un settore ambientale robusto e maturo, in collaborazione con il campo di sviluppo dell'alta tecnologia per fornire all'industria ambientale giapponese uno stimolo per la crescita. Di conseguenza la decisione di fornire sussidi e incentivi alle industrie che porgono un occhio di riguardo sulla preservazione ambientale. I produttori di apparecchiature specializzate nella lotta contro l'inquinamento dell'aria, attrezzature di trattamento dei rifiuti solidi, delle acque e delle acque reflue possono beneficiare di tali agevolazioni sotto forma di forti incentivi fiscali, i quali hanno fatto aumentare gli investimenti nel settore ambientale giapponese.
Piano eco-town
La storia della regione del Kyūshū, la quale ha dovuto risolvere il problema dell'inquinamento a causa dell'improvviso sviluppo del livello delle sue città industriali, ha permesso all'isola più meridionale del Giappone di accumulare maggiore esperienza riguardo ai problemi ambientali, ponendovi rimedio con l'ausilio di tecnologie industriali fondamentali per controllare e gestire l'emissione di sostanze nocive nello svolgimento delle attività di produzione. Grazie alla collaborazione tra comune, industria e popolazione e alla ricchezza delle risorse umane è stato possibile l'avviamento di importanti progetti ambientali nelle città di Ōmuta, Minamata e Kitakyūshū, designate dal Ministro dell'industria come altrettante eco-town (o città eco-sostenibili), al cui interno, nei cosiddetti eco-town college, giovani ricercatori provenienti da tutto il Giappone possono contribuire al supporto delle eco-industrie grazie a programmi di studio finalizzati alla tutela dell'ambiente con lo sviluppo in contemporanea di tecnologie e di innovazioni.
Tale progetto, nato dalla collaborazione tra Ministero dell'economia, del commercio e dell'industria e Ministero dell'ambiente, punta alla costruzione di una società economica basata sullo sviluppo di settori industriali attraverso il riciclaggio delle risorse. Al 2006, le eco-town presenti in Giappone sono 26. La città di Kitakyūshū, nella prefettura di Fukuoka, è la prima città eco-sostenibile istituita dal Ministero dell'industria, e riconosciuta dall'UNIDO quale esempio per promuovere lo sviluppo industriale nel mondo. Difatti la città, una delle più "verdi" del mondo, è in possesso di un sistema di gestione dei rifiuti in grado di trattare quasi tutti gli inquinanti organici persistenti. Tale filosofia, varata dalla stessa città nel 1997, consiste nel concetto di limitare a zero il numero di emissioni attraverso il riutilizzo dei rifiuti di un settore come materie prime per un settore differente.