Particolarmente attivo in Italia, Francia e Londra, è ritenuto essere uno dei principali esponenti del primo naturalismo di ambito romano. Fu fratello di un altro pittore, Aurelio Lomi, e padre della ben più nota Artemisia, anch'essa pittrice, tra le più importanti del periodo barocco di cultura naturalista.

Biografia Gli inizi a Pisa Orazio Gentileschi nacque a Pisa nel luglio del 1563. Il padre era Giovan Battista di Bartolomeo Lomi,Portava entrambi i cognomi dei nonni un artista fiorentino che si era trasferito a Pisa, da qui il suo firmarsi talune volte "fiorentino".. Il cognome Gentileschi era quello materno, mentre quello paterno era Lomi, con il quale si sarebbe poi firmata, per un periodo della sua vita, la figlia Artemisia. Orazio ebbe anche quattro fratelli più grandi, Vincenzo, figlio in prime nozze di Giovan Battista, che continuò l'arte orafa del padre, Giulio, Baccio ed Aurelio, questi ultimi due anch'essi pittori, e tre sorelle, Laura, Lucrezia e Livia.

Fu il fratello Baccio, particolarmente attivo nella seconda metà del XVI secolo a Pisa, presso cui aveva la propria bottega tra gli anni '70 e '80, ad avviare alla pittura i due fratelli Aurelio e Orazio.

Morto il padre, nel 1576, la famiglia andò in dissesto finanziario: Baccio continuò la sua attività pittorica in Toscana, mentre Aurelio e Orazio andarono a Roma, dove il primo restò solo poco più di un anno, prima di prendere la strada per Firenze e poi ritornare definitivamente a Pisa, mentre il secondo, dopo circa otto anni di andirivieni anch'egli con la città natale, a cui fu sempre legato, optò di rimanere nellUrbe trovando lì le sue fortune.

Gli anni a Roma (1576-1612)

Le opere giovanili

All'età di tredici anni Orazio fu quindi a Roma, sotto il papato di Gregorio XIII: il Baglione tuttavia nelle sue Vite de' pittori registrò la presenza stabile di Orazio in città solo con il pontificato successivo, quello di Sisto V.

Trovò dimora presso lo zio, fratello della madre, capitano delle guardie di Castel Sant'Angelo, da cui decise di assumere il cognome Gentileschi.

Le prime imprese decorative erano l'ultimo respiro del manierismo. Tra il 1587 e il 1588, all'età di circa ventisei anni, lavorò nelle sale sistine della biblioteca vaticana e pare che attendesse a lavori da orafo realizzando, nel 1593, le medaglie di Clemente VIII, dal quale ricevette per il lavoro 540 ducati. Non prima del 1590 realizzò un affresco, in Santa Maria Maggiore, raffigurante una Presentazione al Tempio, mentre nel transetto di San Giovanni in Laterano eseguì un San Taddeo. In questi due lavori si può notare come, anche se in età matura, Orazio non avesse ancora uno stile proprio..

Con queste opere si avviò l'attività del Gentileschi, che nel 1595 ricevette dal cardinale Marco Sittico Altemps l'incarico per le pitture sul catafalco di Santa Maria in Trastevere. Nel 1596 Orazio compì per la chiesa di San Paolo fuori le mura una Conversione di Saulo, grande composizione dinamica e affollata di diverse figure, nota solo attraverso un'incisione del 1610 di Jacques Callot e la descrizione che ne fa il Baglione nel suo testo, in quanto andata distrutta nel 1823.

Tra il 1597 e il 1599 ritornò a ricevere commesse dal cardinal Altemps, che gli chiese decorazioni ad affresco per l'abbazia benedettina di Farfa, a Rieti, per la quale esegue cicli in tre cappelle, più due pale d'altare, il Martirio dei santi Pietro e Paolo e il Trionfo di sant'Orsola.

Nello stesso giro di anni eseguì altre opere di commissione pubblica, tra cui gli affreschi per la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, altri ricordati ancora una volta dal Baglione e oggi distrutti, compiuti per il cardinale Pietro Aldobrandini nell'abside di San Nicola in Carcere. Tra le prime opere di destinazione privata invece figura una Madonna col Bambino e i santi Francesco e Sebastiano (oggi alla Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa).

L'incontro con Caravaggio

Agli inizi del XVII secolo Orazio Gentileschi visse nei pressi di San Lorenzo in Lucina con la moglie, una sorella (Lucrezia) e una lunga prole, di cui ben presto restarono in vita solo tre maschi e la primogenita ed unica femmina, Artemisia. L'incontro che ebbe nei primi anni del Seicento con Caravaggio cambiò radicalmente la sua pittura e, probabilmente, anche la sua vita.

I suoi rapporti con il Merisi furono molto stretti, creando legami non solo sotto il profilo lavorativo, ma anche di vita, al punto da condividere addirittura una querela nel 1603, sollevata dal pittore Giovanni Baglione, con cui non erano in buoni rapporti per motivi di competizione personale, che la avanzò anche a Onorio Longhi e Filippo Trisegni, tutti rei di aver diffuso un libello di poesie scurrili e diffamatorie ai suoi danni. Nello stesso anno Caravaggio e Gentileschi furono in tribunale per questi motivi e successivamente nello stesso carcere per scontare la pena comminata.

Dal 1600 al 1603 Orazio frequentò assiduamente Caravaggio, scambiandosi reciprocamente anche gli strumenti di lavoro: come un saio francescano, prestato dal primo al secondo, probabilmente quello ritratto nei due San Francesco in meditazione di Caravaggio (uno alla Galleria di palazzo Barberini e l'altro in Santa Maria della Concezione). Coeve a queste due, non a caso, ci sono tre tele sullo stesso santo, questa volta sorretto da un angelo, che Orazio Gentileschi realizza (una oggi al Museo di Boston, del 1600 circa, una al Museo di Houston, del 1601 circa, e l'altra al Prado di Madrid, del 1603), in palese sintonia col naturalismo caravaggesco e più strettamente con le redazioni che il lombardo eseguì sul finire del Cinquecento nelle due tele per la collezione del banchiere Ottavio Costa.

Le tre tele di Orazio in questione sanciscono il definitivo abbandono della pittura tardomanierista a vantaggio di quella dei soggetti ripresi dal vero..

I successi della prima maturità

A partire dalla seconda metà del primo decennio del Seicento, Orazio eseguì una serie di opere pubbliche e private che ne consacrarono il ruolo assunto in città. Nel 1605 compì per la cappella della famiglia Nappi della chiesa del Gesù di Ancona (oggi alla Pinacoteca civica) la pala della Circoncisione di Gesù, pagata una cifra altissima, ben 303 scudi,. mentre per i Savoia, ancora una volta su intercessione del cardinale Aldobrandini, eseguì l'Assunzione della Vergine per la chiesa di Santa Maria al Monte dei Cappuccini di Torino.

Nel 1607 per la cappella Olgiati in Santa Maria della Pace dipinse per il ricco banchiere Settimio, titolare dell'edicola gentilizia, la pala d'altare del Battesimo di Cristo e tre scene ad affresco con Storie del Battista nel sottarco, lavori che sono prova di come il Gentileschi abbia guardato anche ad Annibale Carracci, altro grande maestro della pittura di quegli anni a Roma..

Allo stesso anno risale la Salita al Calvario, oggi a Vienna, di cui è ignota la commissione originaria ma che divenne nota dal Settecento quando entrò a far parte della collezione Albani, e la Santa Cecilia e i santi Tiburzio e Valeriano ora a Brera, ma in origine concepita per la chiesa di Santa Cecilia a Como, eseguita per intercessione del cardinal Paolo Emilio Sfondrati. In quest'ultima opera il momento rappresentato in quest'ultima tela è quello del matrimonio di Cecilia con Valeriano, quando a loro appare un angelo che converte i due alla religione cristiana; l'angelo porta con sé una corona di fiori e la palma del martirio che preannuncia il sacrificio dei tre personaggi, il ricordo caravaggesco in quest'opera è fortissimo, riscontrabile nell'angelo con il suo modo di scendere dall'alto, con il suo manto bianco, con il drappo verde posto nella parte alta della tela e con la luminosità plastica utilizzata dal pittore.

L'anno seguente lavora invece al Davide che sconfigge Golia (oggi alla National Gallery di Dublino) e al San Michele Arcangelo che sconfigge il demonio per la chiesa del Santissimo Salvatore di Farnese, in provincia di Viterbo.. Tra il 1608 e il 1609 diverse opere commissionate a Orazio furono realizzate in collaborazione con la figlia Artemisia, che dimostrò il proprio talento già dall'età di quindici anni.. I due si cimentarono in diverse redazioni di alcuni soggetti pittorici che divennero cardini dei rispettivi cataloghi artistici, come la Giuditta e Oloferne, la Giuditta e la fantesca e la Cleopatra morente. Tra queste una venne donata a Cosimo II de' Medici nel 1615, che figura con particolari elogi (sia per l'opera sia per l'artista) in una missiva del 17 gennaio 1615 che il poeta Niccolò Tassi inviò a Galileo Galilei. Galileo, per il tramite del Cigoli, entrò in contatto con il Gentileschi nel 1611 quando si recò a Roma per presentare le sue scoperte scientifiche; più tardi destinò gli onori anche alla figlia Artemisia una volta che questa si stabilì a Firenze..

Nel 1610 compie un'altra tela del David e Golia, con l'eroe biblico in contemplazione della testa del gigante, già di proprietà della famiglia Veralli e poi passato nella collezione Spada per dote e lasciti ereditari, oggi nella Galleria Spada a Roma. Anche in questa raffigurazione l'opera ricorda una precedente del Caravaggio, in particolare la testa del Golia. Tuttavia qui non è posto in primo piano, come succede nel quadro del Caravaggio: il Gentileschi infatti non lo pone come trofeo, ma lo mette in secondo piano in un posto dove la luce non arriva rendendolo poco nitido rispetto al David, mentre quest'ultimo è pervaso completamente dalla luce, con il volto che sembra corrucciato e quasi disgustato dalla morte, che seppure vincitore sembra vergognarsi del suo successo, dove tiene l'arma con cui ha ucciso Golia quasi nascosta, tant'è che non è illuminata, ma rimane perfettamente nell'ombra.

Tra il 1609 e il 1610 sono documentati i suoi rapporti con il duca di Mantova per cui realizza una Madonna con Bambino (forse quella della Galleria Contini-Bonacossi). Di quest'epoca sono anche i rapporti con il paesaggista Agostino Tassi, arrivato da poco a Roma, con cui realizza gli affreschi sia per un ambiente del rinnovando palazzo del Quirinale, che per la loggia del casino del palazzo di Montecavallo (al tempo di proprietà dei Borghese, oggi noto come palazzo Pallavicini Rospigliosi). I due pittori si trovarono a collaborare in entrambi casi per il potente cardinale Scipione. La loggia del casino delle Muse fu commissionata agli inizi del 1611, mentre il lavoro iniziò il 13 settembre dello stesso anno: si trattava di una raffigurazione nella volta di un concerto musicale con Apollo e nove muse, dove il Tassi si sarebbe dovuto occupare della finta architettura e dei paesaggi delle lunette, mentre il Gentileschi delle figure affrescate.. Si trattava di una delle più prestigiose commesse ricevute da Orazio fino a quel momento, per la quale ricevette diverse rate di pagamento che durarono fino al 15 dicembre 1612. In questa fase Orazio stringe i rapporti con il Tassi e con il furiere della Camera apostolica, nonché controllore del cantiere, Cosimo Quorli, che spesso e volentieri dopo il lavoro si fermavano a casa del pittore per cenare e per fare i conti delle spese e dei guadagni.

Il definitivo passo in avanti stilistico il Gentileschi lo fa poi con una terza redazione del San Francesco sorretto da un angelo, ossia la versione attualmente alla Galleria di palazzo Barberini di Roma, eseguita nel 1612 per il religioso Orazio Griffi, legato alla Congregazione di San Girolamo alla Carità, che entrò in contatto con l'artista pisano per intercessione del cardinal Aldobrandini.