La Palazzina di caccia di Stupinigi è una residenza, originariamente adibita alla pratica dell'attività venatoria, eretta per i Savoia fra il 1729 e il 1733 su progetto dell'architetto Filippo Juvarra. Il sito, facente parte del circuito delle residenze sabaude in Piemonte, nel 1997 è stato proclamato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. La palazzina è situata nella località di Stupinigi (frazione di Nichelino), alla periferia sud-occidentale di Torino, dal cui centro storico dista circa 10 chilometri.
Nel 2016 il complesso museale ha raggiunto quota visitatori.
L'edificio ospita anche il Museo dell'Arte e dell'Ammobiliamento.
Localizzazione La Palazzina di caccia di Stupinigi, nella città metropolitana di Torino, è situata nell'omonima frazione del comune di Nichelino, al confine con la città di Torino. Con palazzina di caccia si intende propriamente il complesso palatino; i domini di Stupinigi, invece, comprendevano l'attuale Parco naturale di Stupinigi.
Storia Le origini Il territorio definito in età medioevale Suppunicum,Corrado il Salico, nel 1026, confermava all'abbazia di Novalesa il dominio sulle terre nei pressi del borgo di Suppunicum, poi divenuto Stupunico, Suppunigo e quindi Stupinigi presentava già un piccolo castello, tuttora visibile a levante della palazzina (via Vinovo di Nichelino), che anticamente era stato realizzato con l'intento di difendere il paese di Moncalieri: esso era possedimento dei Savoia-Acaia, un ramo cadetto della dinastia regnante del Piemonte, e passò sotto la proprietà del duca Amedeo VIII di Savoia solo quando l'ultimo degli Acaia morì, nel 1418. Amedeo VIII decise quindi di lasciare il castello in proprietà nel 1439 ad un membro della famiglia con cui era imparentato, il marchese Pallavicino di Zibello.
I Savoia, ad ogni modo, riuscirono a rientrarne in possesso quando Emanuele Filiberto ne reclamò la proprietà nel 1564 espropriandolo ai Pallavicino. Per volontà del duca, il castello e le terre adiacenti vennero quindi lasciate all'Ordine Mauriziano. Dal momento che il gran maestro dell'Ordine era contestualmente anche il capo di Casa Savoia, il fortilizio di Stupinigi si trovò ad essere gestito direttamente dai vari sovrani sabaudi. Fu proprio durante il periodo di Emanuele Filiberto che le ricche terre adiacenti al castello divennero uno dei luoghi prediletti dal sovrano e dalla sua corte per le battute di caccia, insieme ai boschi di Altessano (dove a metà Seicento venne costruita la reggia di Venaria Reale).
Il Settecento e lo splendore della trasformazione in palazzina di caccia del re
Fu Vittorio Amedeo II di Savoia a decidere la trasformazione del complesso in forme degne del titolo reale cui era ascesa Casa Savoia. Nell'aprile 1729, quando già aveva deciso di abdicare, egli affidò il progetto a Filippo Juvarra. Una sorta di lascito per il suo primo architetto civile e per il figlio Carlo Emanuele III. Formalmente la palazzina di caccia fu inaugurata alla festa di sant'Uberto del 1731 e da allora vi si tennero numerose battute di caccia. Tuttavia, la fabbrica fu terminata (nella sua fase juvarriana) solo con i lavori del triennio 1735-37, quando, fra l'altro, si concluse la decorazione degli appartamenti del re e della regina. A causa della guerra di successione polacca la vera inaugurazione del complesso alla vita di corte avvenne, però, nel maggio 1739, in occasione della visita a Torino del granduca di Toscana Francesco II, futuro imperatore del Sacro Romano Impero e fratello della regina di Sardegna Elisabetta Teresa.
È importante comprendere che, nel Settecento, Stupinigi non era una vera e propria residenza, nel senso di luogo in cui sovrani e corte si trasferivano per soggiorni più o meno lunghi. Come mostrano studi recenti, i sovrani sabaudi risiedevano a Torino solo per alcuni mesi, normalmente da Natale a Pasqua: dopo di che essi iniziavano a trasferirsi nel circuito delle residenze che circondava la capitale, alternando tali soggiorni a viaggi fuori dal Piemonte (soprattutto in Savoia e, più raramente, nel Nizzardo). Le loro residenze principali restarono sino a fine Settecento la Venaria e Moncalieri. Stupinigi era usata, normalmente, come palazzina di caccia, ed era luogo di brevi soggiorni, normalmente una o due notti al massimoA. Merlotti, Una corte itinerante. Tempi e luoghi della corte sabauda da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto (1713-1831), in Architettura e città negli Stati sabaudi. Studi in onore di Franco Rosso, a cura di F. De Pieri e E. Piccoli, Macerata. Quodlibet, 2012, pp. 59-83. Ciò spiega perché sino alla Restaurazione, Stupinigi non avesse un proprio governatore (come avevano, invece, Venaria e Moncalieri).
Anche se le residenze di Venaria e di Moncalieri (quest'ultima soprattutto dal 1773, con l'ascesa al trono di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda) restavano le principali sedi delle feste di corte, dagli anni Sessanta del XVIII secolo anche Stupinigi fu usata, pur se occasionalmente, per importanti ricevimenti, in particolar modo in occasioni di visite di ospiti importanti. Di grande importanza fu poi la festa del 1773 per il matrimonio tra Maria Teresa di Savoia e il conte d'Artois (il futuro re di Francia Carlo X)U. Bertagna, Le feste di Stupinigi, in «Cronache economiche», 3-4, 1977, pp. 3-16; P. Cornaglia, Le feste alla corte di Torino nel XVIII secolo, in Torino in festa, a cura di P.L. Bassignana, Torino, s.n.t., 2004, pp. 86-150 (in part. 133-137). Fra gli ospiti vanno ricordati almeno l'imperatore Giuseppe II, nel 1769A. Merlotti, «Il y a ici quelque étiquette?» Cerimonie e sociabilità per la visita di Giuseppe II a Torino nel 1769, in La festa teatrale nel Settecento. Dalla corte di Vienna alle corti d'Italia, a cura di A. Colturato e A. Merlotti, Lucca, LIM, 2011, pp. 155-171, lo zarevic Paolo Romanov (futuro zar Paolo I) e sua moglie nel 1782M. Di Macco, Il soggiorno dei conti del Nord a Torino nel 1782. Sedi diplomatiche e collezioni di ambasciatori, in San Pietroburgo 1703-1825. Arte di corte dal Museo dell'Ermitage, catalogo della mostra, Torino, Berenice, 1991, pp. 417-436 e il re di Napoli Ferdinando I di Borbone, con la moglie Carolina nel 1785.
La costruzione fu ampliata durante i regni di Carlo Emanuele III e Vittorio Amedeo III con il contributo di altri architetti, tra i quali Giovanni Tommaso Prunotto, Lodovico Bò e Benedetto Alfieri. Nel 1740 furono aggiunte altre due ali, ospitanti le scuderie e le rimesse agricole che fiancheggiano il lungo viale alberato d'ingresso alla tenuta.
L'Ottocento
Napoleone Bonaparte soggiornò al palazzo dal 5 maggio al 16 maggio 1805, prima di recarsi a Milano per la sua incoronazione a re d'Italia. Qui egli discusse con le principali cariche politiche di Torino, accogliendo il sindaco, la magistratura e il clero, con a capo l'arcivescovo Carlo Luigi Buronzo del Signore. Sembra che il cardinale, severamente redarguito dall'imperatore per le sue presunte corrispondenze con Carlo Emanuele IV di Savoia, sia stato oggetto di una discussione che ebbe come risultato la sua sostituzione con il vescovo di Acqui Terme, monsignor Giacinto della Torre.
Nel 1808, seppur sempre per brevi periodi, Paolina Bonaparte soggiornò alla palazzina con il marito, il principe Camillo Borghese,Antonio Spinosa, Paolina Bonaparte l'amante imperiale, Oscar Storia Mondadori, 2001, p. 169 allora governatore generale del Piemonte.
Nel 1832 la palazzina tornò ad essere proprietà della famiglia reale e il 12 aprile 1842 vi fu celebrato il matrimonio tra Vittorio Emanuele II, futuro primo re d'Italia, e l'austriaca Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena. Il complesso venne quindi ceduto al demanio statale nel 1919 e nel 1925 fu restituito, con le proprietà circostanti, all'Ordine Mauriziano.
Nell'Ottocento ospitò per diversi anni un elefante indiano maschio, regalato a Carlo Felice. L'elefante Fritz divenne famoso, ma dopo qualche anno impazzì e incominciò a distruggere ciò che lo circondava (i segni sono ancora visibili sulle parti in legno); venne abbattuto e donato al museo zoologico dell'università di Torino; l'animale imbalsamato è in mostra presso il Museo regionale di scienze naturali di Torino. Dal 1919 la palazzina di Stupinigi ospita il Museo d'arte e ammobiliamento, che riunisce al suo interno molti mobili provenienti dalle residenze sabaude, oltre ad altri appartenenti alle corti italiane preunitarie, come quella dei Borboni di Parma e del loro Palazzo Ducale di Colorno.
Il lungo progetto di restauro, iniziato nel 1988, è stato curato dagli architetti Roberto Gabetti e Maurizio Momo e dallo studio Isolarchitetti (Aimaro Oreglia d'Isola).
La palazzina ospita periodicamente mostre d'arte di livello internazionale.
Il governatore di Stupinigi
Al contrario di quanto accadeva nelle altre regge sabaude in Piemonte, la carica di governatore di Stupinigi era assegnata al comandante della Venaria, cioè al numero due dell'organigramma della Reggia. Il governatore di Venaria, infatti, rivestiva anche la carica di gran cacciatore di Savoia e il suo vice era il comandante dell'equipaggio. Poiché Stupinigi veniva utilizzata quasi unicamente come palazzina venatoria, in quei casi l'equipaggio di caccia di Venaria si spostava in essa, nulla di più naturale che al comandante dell'equipaggio delle cacce, nonché numero due della Venaria, fosse assegnato di diritto il comando di Stupinigi. I tre comandanti di Stupinigi che si succedettero fra 1751 e 1836 avevano tutti iniziato la loro carriera alla Reggia di Venaria. Paolo Giuseppe Avogadro di Casanova, comandante dal 1751 al 1769, era stato nominato «gentiluomo della Venaria» nel 1736; Luigi Ciaffaleone di Villabona, comandante dal 1777 al 1791, aveva iniziato la propria carriera a corte come «paggio della Venaria», divenendo «gentiluomo della Venaria» nel 1754; Luigi Umoglio della Vernea, ultimo comandante di Stupinigi, seguì la stessa carriera: «paggio della Venaria» (1770 c.), «gentiluomo della Venaria» (1776) e, infine, comandante nel 1791; perso il suo ruolo durante l'occupazione francese del 1796, lo recuperò alla Restaurazione, mantenendolo sino all'età carloalbertina. Il governatore di Stupinigi, quindi, era tale in quanto comandante dell'equipaggio ed era sottoposto alle dirette dipendenze del governatore di Venaria e Gran cacciatore di Savoia.A. Merlotti, Il Gran cacciatore di Savoia nel Settecento, in Caccia e cultura nello Stato sabaudo (secc. XVI-XVIII), atti del convegno (Reggia di Venaria, 11-12 settembre 2009), a cura di P. Bianchi e P. Passerin d'Entreves, Torino, Zamorani, 2010, pp. 79-96 (in part. pp 92-94)
Architettura
La pianta della palazzina è definita dalla figura dei quattro bracci a croce di Sant'Andrea, intercalati dall'asse centrale che coincide col percorso che da Torino porta alla reggia tramite un bellissimo viale alberato che fiancheggia cascine e scuderie, antiche dipendenze del palazzo.