La presenza di famiglie ebraiche nel territorio vicentino è attestata durante tutto il XV secolo e, in forma molto ridotta, in età contemporanea.

Storia Il Quattrocento

Si hanno notizie di ebrei nel territorio vicentino a Lonigo nel 1369 e a Vicenza agli inizi del XV secoloIl primo documento è una ducale del 1408 del doge Michele Steno, diretta al podestà e al capitano di Vicenza, la quale stabiliva che anche gli ebrei dovevano conformarsi alle disposizioni vigenti per i cristiani: ; tra essi il banchiere Beniamino di Manuele Finzi, che almeno dal 1413 risiedeva in città in una casa di sua proprietà nella sindicaria di San Eleuterio e che nel 1417 poteva già vantare buoni rapporti col Comune. È sicuro anche che vicino a Porta Lupia gli ebrei avessero una domus e un cimitero.

L'origine della comunità vicentina, come negli altri centri del Veneto, si può far risalire alla convergenza di rami "di rito tedesco", in genere provenienti da Treviso - ebrei askenaziti esuli dalla Germania fin dai secoli XIII-XIV - e “romani” o di "rito italiano" provenienti da Padova - dove c'era una fiorente universitas di ebrei che provenivano dall'Italia centrale attratti dalla possibilità di affari - o da Modena.. Il loro arrivo è pertanto precedente alla dominazione della Repubblica di Venezia..

Durante i primi decenni del secolo XV gli ebrei di origine askenazita costituirono il gruppo ebraico più consistente nel vicentino, con una solida presenza nella podesteria di Marostica. Gli ebrei “romani”, invece, si stabilizzarono nell'altra podesteria vicentina, quella di LonigoDopo la dedizione di Vicenza alla Serenissima, Marostica e Lonigo riuscirono a farsi riconoscere una relativa autonomia dal capoluogo, con il podestà designato direttamente da Venezia e ad Arzignano, sede di un vicariato che nel Quattrocento stava vivendo una grande espansione economica e demografica. A Vicenza è documentata anche la presenza di alcuni ebrei provenienti dalla Spagna - probabilmente fuggiti in seguito ai pogrom del 1391 - e dalla Francia. Dopo questo iniziale insediamento a prevalenza askenazita, rapidamente si passò ad una maggioranza della parte "romana".

La prima condotta, cioè il contratto rinnovabile periodicamente, rogata fra il Comune e i banchieri ebrei. fu concessa dal Comune di Vicenza nel 1425 e fu rinnovata dieci anni dopo. Poi iniziò la sequenza dei decreti - emanati negli anni 1453, 1458, 1470 e 1479 - che vietavano agli ebrei di esercitare l'attività di prestito. Imporre questo divieto rendeva loro di fatto impossibile la permanenza sul territorio, sia perché implicitamente veniva loro negato il diritto di residenza previsto dalla condotta, sia perché veniva impedito l'esercizio di una delle poche professioni allora consentite.

La presenza ebraica a Vicenza e nel territorio è comunque documentata durante tutto il XV secolo fino al 1486, anno dell'espulsione definitiva da Vicenza. Mentre i decreti sopra citati comportarono solo un reale o fittizio cambio di attività - dal prestito alla pezzaria, cioè la rivendita di oggetti usati - il decreto d'espulsione del 1486 comportò la definitiva sparizione della comunità ebraica dalla cittàUn documento del 1488, cioè di due anni successivo al decreto, registra l'affitto del terreno - situato vicino a Porta Lupia - che in precedenza era utilizzato come cimitero degli ebrei, ma che ormai era inutile perché essi "expulsi fuerunt in executione litterarum illustrissime ducalis dominationis nostre Venetiarum" e, qualche anno più tardi, dal territorio vicentino.

Il prestito di denaro Le due attività comunemente concesse agli ebrei vicentini erano il prestito di denaro e la rivendita di oggetti usati (la pezzaria secondo la dicitura locale). Pochissime sono le informazioni - in questi casi non era richiesta una specifica documentazione - sull'esercizio di altre professioni; si sa di un sarto e di un insegnante di lingua ebraica, mentre dai documenti non risultano medici ebrei a Vicenza, nonostante la loro fama e malgrado la professione medica fosse una delle poche permesse a questo popolo.

Durante la prima metà del secolo al centro dell'economia ebraica fu soprattutto la fenerazione o attività di prestito, concentrata specialmente nelle mani delle tre maggiori famiglie vicentine: i Finzi, i da Modena e la famiglia di Aberlino. Caratteristica comune ai banchieri ebrei e cristiani del tempo era il carattere familiare dell'impresa, che veniva rafforzata da frequenti alleanze matrimoniali, utili sia per creare reti commerciali ed economiche che relazioni fra le diverse comunità ebraiche ricorda il banchiere Mosè da Vicenza, figlio di Abramo, che per oltre un decennio fu socio di Simone a Conegliano, insieme con il figlio Mandolino.

Il maggior banchiere vicentino era Beniamino Finzi e la sua attività di prestito, regolato dalla condotta, era rivolta al Comune, all'artigianato manifatturiero e soprattutto alla nobiltà. Egli però non si limitava al solo prestito ma, come gli altri banchieri, aveva creato un'ampia rete di investimenti in diversi banchi, sia in città che nel territorio vicentino: possedeva quote del banco dei da Modena e investimenti nel banco di Arzignano.

I tassi d'interesse praticati in città erano del 15% per i primi sei mesi dal momento del pegno e in seguito, fino ai 15 mesi, del 20%, una percentuale relativamente contenuta rispetto a quelle praticate in altri centri del vicentino (a Marostica poteva arrivare anche al 40%).. Mentre nelle altre città, alla scadenza, i pegni non riscattati dovevano essere venduti attraverso un'asta pubblica, nel caso di Vicenza una clausola della condotta prevedeva che essi restassero di proprietà dei prestatori ebrei. Questi venivano così in possesso di una grande quantità di merce, disponibile per la rivendita attraverso la pezzaria, e ciò poteva rappresentare un'ulteriore fonte di guadagno. Nello stesso tempo la presenza di ebrei feneratori garantiva alla popolazione la possibilità di ottenere crediti e al Comune vantaggi diretti, visto che poteva richiedere o addirittura imporre prestiti a proprio vantaggio.

Una parte consistente del credito ebraico era rivolto alla nobiltà vicentina, che investiva nella produzione di panni di lana e di seta e si dotava di palazzi sempre più sontuosi in città. Quando poi la nobiltà affidava il proprio denaro al banco ebraico, il vantaggio era reciproco: la prima traeva guadagni dagli interessi ricevuti dal deposito e i banchieri ebrei avevano a disposizione una maggiore liquidità da investire.

L'attività di prestito tuttavia entrò in crisi intorno agli anni quaranta, probabilmente in seguito all'accesa predicazione contro l'usura, nel 1443 da parte di fra Bernardino da Siena e nel 1451 di fra Giovanni da Capestrano, che predicò nel capoluogo e a Lonigo.

L'usura - vietata e fortemente combattuta dalla Chiesa - era un male endemico a Vicenza, città nella quale da un paio di secoli rappresentava l'attività principale della classe media, insieme a quella dei notai. Contro di essa si erano scagliati vescovi - in particolare il beato Bartolomeo da Breganze - e predicatori degli Ordini mendicanti, senza ottenere grandi risultati, eccezion fatta per il notevole numero di lasciti testamentari in favore delle chiese, elargiti come riparazione per i peccati commessi. Ora però che in tutta l'Italia centro-settentrionale si era affermata la presenza di banchieri ebrei, la predicazione identificò l'usura con il giudaismo e si rivolse contro entrambi.

Alessandro Nievo, giureconsulto vicentino del tempo, nel 1469 scrisse quattro Consilia contra iudeos foenerantes in cui, ricordando le prediche di Bernardino a Vicenza, esprimeva la convinzione − condivisa con il minore osservante Michele da Carcano − che il Papa non potesse dispensare dal divieto di usura o tollerare che le città consentissero agli ebrei di esercitare attività di prestito usurario, fatto che offendeva lo jus naturale, divinum et canonicum; ; la fortuna di questi Consilia, pubblicati in più edizioni, ne fecero il principale strumentario dal quale i frati minori italiani trassero i loro argomenti antigiudaici di ordine teorico che cita L. Poliakov, Les banchieri juifs et le Saint-Siège du XIIIe au XVIIe siècle, Parigi 1965, p. 64.

È probabile che, dopo queste predicazioni, il clima in città fosse diventato molto teso ed i contrasti con la popolazione fossero aumentati, tanto che il Comune non rinnovò la condotta in scadenza nel 1445 e alcuni ebrei presero la decisione di trasferirsi altrove. Proprio richiamandosi alla predicazione di Bernardino, nel 1453 il doge Francesco Foscari accolse le istanze del Comune di Vicenza e stabilì il divieto di fenerazione per i banchieri ebrei.. Non è da escludere, peraltro, che questo clima derivasse anche dalla forte concorrenza che gli ebrei ormai esercitavano nei confronti della nobiltà cittadina, da tempo implicata nell'attività di usura.

Probabilmente l'attività di fenerazione non sparì da Vicenza e, soltanto, si ridusse e divenne meno visibile mediante l'utilizzo di prestanome: forse gli stessi ebrei pezzaroli esercitarono, più o meno di nascosto, l'attività creditizia.

La pezzaria L'altra professione svolta dagli ebrei vicentini era quella di pezzaroli.

A differenza dei feneratori, i pezzaroli ebrei vicentini videro la loro attività sin dall'inizio fortemente contrastata dalle locali fraglie, in particolare da quella degli orafi. Attraverso i documenti del tempo, si ha notizia di continui contrasti durante tutta la prima metà del XV secolo fra gli ebrei e le fraglie vicentine dei pezzaroli e degli orafi, con la parte cristiana costantemente impegnata nel tentativo di ridurre le possibilità di esercizio per gli ebrei e di eliminare la concorrenza.

Nel 1408, ad esempio, i pezzaroli cristiani, appellandosi al doge Michele Steno, ottennero che gli ebrei rispettassero le festività cristiane chiudendo le loro botteghe. Varie volte gli ebrei si videro accusati dalle fraglie cristiane: di ricettazione, e conseguentemente il Comune impose loro di acquistare oggetti d'oro e d'argento solo sulla pubblica piazza; oppure di esercitare abusivamente l'attività senza essere iscritti alla matricola dell'arte, ma in questo caso i cristiani ottennero risposta negativa e gli ebrei furono autorizzati ad esercitare la pezzaria, purché rispettassero lo statuto dell'arte; o ancora, di vendere in città oggetti non conformi alla lega d'argento vicentina e venne deciso che gli ebrei avrebbero potuto vendere solo oggetti provenienti da pegni non riscossi e solo se contrassegnati con una particolare bulla dai gastaldi della fraglia cristiana, a loro unico ed insindacabile giudizio.

Ciononostante e pur avendo subito pesanti restrizioni, nella seconda metà del Quattrocento la pezzaria ebraica sembrò rafforzarsiPersino quando, nel 1443, il doge Francesco Foscari confermò la deliberazione del Comune di Vicenza, che stabiliva il divieto per gli ebrei di esercitare sia l'arte di pezzaria che quella degli orafi, questa decisione non sortì alcun effetto, sviluppando ulteriormente la propria attività. Gli ebrei vicentini furono abbastanza abili nello stringere accordi con le fraglie stesse che, dietro pagamento di piccole somme, rinunciarono in parte ai loro privilegi.