Dal 1922 nella carriera prefettizia, fu capo della polizia dal 1926 alla morte e figura chiave del regime fascista italiano, tanto da essere definito talvolta il "viceduce". Fu creatore di un apparato poliziesco pervasivo, autonomo dalle interferenze del Partito Nazionale Fascista e dai prefetti, con una polizia politica e una serie di Ispettorati di polizia sparsi inizialmente in pochi centri e poi diffusamente su tutto il territorio nazionale, con il nome di OVRA.
Arturo Bocchini era l'ultimo degli otto figli di Ciriaco Bocchini, medico, proprietario terriero e presidente della deputazione provinciale di Benevento, e di Concetta Padiglione, discendente da una famiglia nobile napoletana, liberale (un avo dei Padiglione aveva preso parte ai moti del 1821 con Morelli e Silvati).
La carriera prefettizia: a Brescia, Bologna e Genova
Laureatosi in legge all'Università Federico II di Napoli il 22 luglio 1902., entrò nella carriera prefettizia nel 1903. A 42 anni, superando numerosi funzionari con maggiore anzianità, con un notevole salto di qualità fu promosso da viceprefetto a prefetto del Regno d'Italia e assegnato a Brescia (dove fu in carica dal 30 dicembre 1922 al 16 dicembre 1923), in sostituzione di Achille De Martino, già capo di gabinetto di Francesco Saverio NittiScheda biografica su Arturo Bocchini, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 11, 1969, Treccani.Michael R. Ebner, Ordinary Violence in Mussolini's Italy, Cambridge, Cambridge University Press, 2010, p. 50 sgg.. La decisione si ritiene fosse stata presa dal sottosegretario all'Interno Aldo Finzi, il quale, non fidandosi pienamente dei funzionari che avevano fatto carriera nell'Italia giolittiana, preferì dare spazio anche a giovani prefetti.. Nel caso di Bocchini, nella promozione prefettizia avrebbe esercitato un ruolo anche la spiccata simpatia che il sottosegretario provava nei suoi confronti., ma secondo una opposta teoria Finzi avrebbe in tal modo allontanato dalla direzione dell'ufficio del personale del Viminale "l'unico che avesse saputo spezzare risolutamente la vasta rete di interessi creata al tempo di Nitti""Con il gabinetto Finzi la «cricca» dei nittiani tornò ad impadronirsi della Divisione", secondo Giovanna Tosatti, Il prefetto e l'esercizio del potere durante il periodo fascista, "Studi Storici", 42, n. 4, L'Italia repubblicana negli anni Settanta (2001), p. 1024..
Durante il periodo bresciano, Bocchini strinse amicizia con il federale fascista della città, Augusto Turati, che quattro anni dopo sarebbe diventato segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista (PNF)... A Brescia, Turati e Bocchini concertarono la liquidazione di una rilevante organizzazione di veterani socialisti, mentre si profusero, a danno delle forti leghe cattoliche, per l'avanzata dell'ancor debole Sindacato fascista degli agricoltori, che sosteneva una propria forma di patto colonico: Bocchini si adoperò, infatti, dai primi mesi del 1923, a sciogliere numerose amministrazioni a egemonia cattolicaMarcello Saija, «Un prefetto nittiano di fronte al fascismo. Achille De Martino a Brescia nel 1922», in Italia Contemporanea, 1985, p. 32..
A Brescia città, diversamente che in provincia, dove si impose tramite la violenza, il fascismo cercò e trovò la via legalitaria, approfittando della fragile condizione politica di liberali, socialisti e popolari. Solo il prefetto De Martino aveva rappresentato un ostacolo allo squadrismo. Bocchini, con oculata trascuratezza verso le violenze fasciste e risolutezza contro socialisti e cattolici, accompagnerà la crescita delle liste fasciste alla conquista elettorale dei consigli comunale e provinciale. Già il 30 marzo 1923, Bocchini firmò il decreto di nomina del commissario prefettizio del Comune, un ragioniere del Ministero dell'Interno, Antonio Zanon, che guiderà la città per quindici mesi.Paolo Corsini e Marcello Zane, Storia di Brescia: Politica, economia, società 1861-1992, Roma-Bari, Laterza, 2014, ISBN 9788858117057, p. 104 sgg.
Rilevante fu anche la conquista della Cattedra ambulante di agricoltura, un "organismo di natura consortile diretto a favorire l'avanzamento tecnico e organizzativo dell'agricoltura ed emblema di un sistema di relazioni fra proprietari e contadini e fra organizzazioni socialiste e popolari", attraverso la liquidazione del suo direttore, il socialista riformista Antonio Bianchi. Il 12 dicembre 1922 era arrivato a Brescia il funzionario governativo De Filippis, che aveva sospeso Bianchi dall'incarico, ma fu la dirigenza del PNF locale, spalleggiata da Bocchini, a coordinare le inchieste sull'operato di Bianchi, il quale venne forzosamente sostituito dal commissario Enrico De Micheli, nominato da Bocchini.
Seguì poi la prefettura di Bologna (dal 16 dicembre 1923 al 12 ottobre 1925). In occasione delle elezioni del 6 aprile 1924, venne accusato dalle opposizioni di aver cercato di condizionare il corpo elettorale, anche violando la segretezza del voto. Ma la fedeltà a Mussolini si estrinsecò soprattutto nella gestione della violenza fascista.
A Genova, dal 12 ottobre 1925 al 23 settembre 1926, Bocchini contrastò attivamente i sindacati marittimi legati alla sinistra (in particolare la Federazione italiana lavoratori del mare, con il suo segretario Giuseppe Giulietti), favorendo di fatto gli omologhi sindacati fascisti. Inoltre, a seguito delle due circolari inviate ai prefetti dal ministro Luigi Federzoni, procedette a smantellare le squadre d'azione fasciste ancora in attività in città.. Mentre Bocchini si trovava a rivestire il ruolo di prefetto a Genova, si verificarono alcuni attentati alla vita di Mussolini, il primo ad opera di Tito Zaniboni il 4 novembre 1925, poi quello di Violet Gibson il 7 aprile 1926 e infine quello dell'anarchico Gino Lucetti l'11 settembre 1926. Pochi giorni dopo l'attentato messo in atto da Violet Gibson, Federzoni scriveva a Mussolini, sottolineando quanto fosse importante per il regime l'incolumità fisica del DuceCitato in Palma, Una bomba per il duce, cit.:
Subito dopo l'attentato di Lucetti, Federzoni convocò a Roma Bocchini per proporlo a Mussolini come nuovo capo della polizia, proponendo l'avvicendamento con Francesco Crispo Moncada. Il suo nome era già stato fatto da Federzoni in occasione del fallito attentato della Gibson.. L'operato di Bocchini, nel contesto di una visita di Mussolini a Genova del maggio del 1926, svoltasi senza incidenti e secondo programma, aveva contribuito a metterlo in buona luce agli occhi del Duce., ma era soprattutto il pragmatismo, il cinismo e il realismo del prefetto campano, la sua distanza da pose fanatiche, a indicarlo come l'uomo adatto: a Genova aveva mostrato di non fare sconti ai fascisti dissidenti e anche l'esperienza bresciana era favorevolmente attestata da Turati, che nel frattempo aveva sostituito Farinacci alla segreteria del partito.Richard J.B. Bosworth, Mussolini, Mondadori, 2014, p. 251 sgg.
Capo della polizia Fu nominato capo della polizia il 13 settembre 1926 su indicazione di Luigi FederzoniGuido Leto, Ovra Fascismo-Antifascismo, Bologna, Cappelli Editore, 1951, p. 31., consigliere di Stato il 19 giugno 1927, senatore dal 16 novembre 1933, designato membro della Commissione degli affari interni e della giustizia (17 aprile 1939 - 20 novembre 1940) nonostante non partecipasse all'attività del Senato. Il 15 dicembre 1933 fu iscritto all'Unione Nazionale Fascista del Senato (UNFS).
Il compito che gli affidò Mussolini fu di ristabilire l'ordine in Italia e nel fare ciò gli accordò massima copertura politica e completa libertà d'azione, nonché il privilegio di riferire direttamente al presidente del Consiglio del proprio operato.. Bocchini assecondò il disegno di Mussolini di dotarsi di una polizia autonoma dal PNFDenis Mack Smith, Mussolini, BUR.. Già l'anno prima era stato vietato a funzionari e agenti l'iscrizione al partito..
Poco dopo la sua nomina a capo della polizia, il 31 ottobre 1926 avvenne un nuovo attentato, questa volta per opera del giovane anarchico Anteo Zamboni (ma quest'ultimo episodio non è interpretato univocamente dagli storiciPalma, Una bomba per il duce: la centrale antifascista di Pacciardi a Lugano: 1927-1933, Rubbettino, 2003, p. 27 sgg.). Il 5 novembre, in Consiglio dei ministri, Federzoni ribadiva la propria volontà di essere sostituito: al Ministero dell'interno tornò quindi Mussolini, fino alla caduta del regime. Nel frattempo il governo provvedeva a un duro giro di vite, con la promulgazione del Regio decreto n. 1848 del 6 novembre 1926, che modificava il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), e della legge n. 2008 del 25 novembre ("Provvedimenti per la difesa dello Stato"): veniva sancita la pena di morte contro i responsabili di attentati alla persona del Re, della Regina, del Reggente, del Principe ereditario e del Primo ministro, si istituiva il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, si prevedeva lo scioglimento di tutti i partiti politici, la decadenza dei 123 deputati aventiniani, la creazione degli Uffici politici investigativi (UPI) della MVSN, l'istituzione del confino politicoFu Bocchini a foggiare l'equazione tra confino e villeggiatura: la degenerazione degli oppositori è sublimata dal loro lassismo, rimarcato nella sua distanza dal modello di uomo fascista pronto all'azione e sempre ribadito dai funzionari delle colonie. Tale suggestione fu ripresa prima da Guido Leto (già a capo della Polizia politica) nel 1951 e poi da Silvio Berlusconi nel 2003 (cfr. Patrizia Gabrielli, Tempio di virilità. L'antifascismo, il genere, la storia, Milano, FrancoAngeli, p. 89). e sanzioni penali contro l'espatrio clandestino per fini politici: si tratta degli ultimi e decisivi passaggi delle cosiddette "leggi fascistissime"..
Pochi giorni dopo, l'8 novembre, Bocchini diede ordine ai prefetti di arrestare tutti i deputati del Partito Comunista d'Italia, fra cui Antonio Gramsci. Il TULPS metteva in capo ai prefetti facoltà assai discrezionali per il mantenimento dell'ordine pubblico: la concreta applicazione, anche nel giudizio di Federzoni, dipendeva sostanzialmente dai criteri di applicazione, fissati soprattutto da Bocchini e dal sottosegretario Giacomo Suardo, tra l'8 e il 26 novembre, in una serie di circolari telegrafiche indirizzate ai prefetti.
L'indirizzo della gestione della pubblica sicurezza da parte di Mussolini e Bocchini si caratterizzò per un orientamento assai distante da quello che era stato l'operato di Federzoni e Crispo Moncada, segnando l'accantonamento di ogni residua forma di garantismo o stato di diritto. In una di queste circolari, Bocchini scriveva:
In qualità di capo della polizia, Bocchini si preoccupò del suo rafforzamento: ottenne a bilancio rilevanti finanziamenti in tal senso (ed essi si erano già più che quintuplicati nei precedenti quattro anni). Il fondo segreto amministrato personalmente dal capo della polizia fu incrementato e portato a 500 milioni di lire.
Con Bocchini, il Duce si assicurò un funzionario solerte, scarsamente politicizzato, abile nell'organizzare una repressione poliziesca che non suscitasse (specialmente all'estero) il clamore provocato dallo squadrismo, con una discrezione intesa a contribuire all'immagine di una Italia pacificata, concentrata nell'affrontare con serietà i problemi economici del tempo, cioè la riparazione dei debiti di guerra verso il Regno Unito e gli Stati Uniti, e la stabilità della lira.Giorgio Candeloro, Il fascismo e le sue guerre, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 140. Due furono le principali linee d'azione di Bocchini: difendere l'incolumità del Duce e sviluppare una capillare rete di controllo delle attività delle opposizioni, sia in Italia sia all'estero.
La prevenzione degli attentati