La giustizia (dalla lingua latina iustus, che significa giusto) è l'ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o di più persone coniugate in una determinata azione secondo la legge o contro la legge. Dal punto di vista giuridico, per l'esercizio della giustizia deve esistere un corpo normativo che classifichi i comportamenti non ammessi in una data comunità umana, e una struttura giudicante che traduca il dettame della legge in una conseguente azione giudiziaria.
Accezioni Il senso della giustizia, definito talvolta naturale in quanto ritenuto innato, impegna ogni singolo individuo a tenere nei confronti dei propri simili o gruppi, in situazioni ordinarie o straordinarie di usare criteri di giudizio, e di conseguente comportamento, rispondenti a giustizia nel senso di onestà, correttezza e non lesività del prossimo. È in questo senso che la giustizia diventa una virtù morale, quindi privata e non codificata e istituzionalizzata, che è però di grande portata assiologica, in base alla quale si osservano regole comportamentali che riguardano sé e gli altri nei doveri e nelle aspettative.
La giustizia, per sé, per gli altri e per chiunque, si traduce comunque in un dovere e in un diritto che coinvolge chiunque sia parte di una comunità, in senso riduttivo, e ogni persona umana in generale, in senso estensivo. Giuridicamente si traduce nel principio di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; in al senso è l'ufficio, deontologico e inviolabile, che un magistrato preposto - in un dato ordinamento giudiziario deve porre in atto nei luoghi deputati, ovvero il tribunale. La giustizia, che nella moderna sociologia e filosofia politica è messa in atto sempre come volontà del popolo, è anche azione repressiva, potere legittimo di tutelare i diritti di tutti, quindi rendere a ognuno, nelle circostanze riconosciute, di accordare giustizia ascoltando richieste per essa e in nome di essa accordando ciò che è giusto quando è dovuto e a chi è dovuto.
La negazione della giustizia, ovvero la mancata applicazione dei criteri di quest'ultima, è l'ingiustizia, con diversi gradi di gravità della sua realizzazione a danno di una o più persone.
Nel contesto, giuridico, politico e sociale
Giustizia commutativa: regola i rapporti dei singoli tra due persone. Giustizia distributiva o legale: regola i rapporti tra la società e i suoi membri. Giustizia globale: concetto della filosofia politica nato dalle esigenze di garantire equità nella globalizzazione, nell'economia di mercato e delle istituzioni nazionali ed internazionali. Giustizia amministrativa: in senso lato, quel complesso di istituti mediante i quali viene assicurata la difesa degli interessi delle persone fisiche ed enti pubblici a privati contro lo scorretto esercizio del potere autoritativo della pubblica amministrazione. Giustizia riparativa: intesa come obbligo giuridico a carico di un soggetto committente un reato di risarcire la vittima di questo a causa della lesività della condotta giuridica del primo. Giustizia sociale: idea di sopprimere la miseria, la disuguaglianza, lo sfruttamento, l'oppressione dei lavoratori o della povera gente tramite un programma politico di attuazione di riforme nell'economia e in generale della società. Giustizia della pubblica onestà: concetto del diritto canonico che indica impedimento matrimoniale fra un coniuge e i consanguinei di un altro coniuge. Giustizia politica: indica, nella filosofia politica, il perseguimento di fini politici con mezzi giudiziari. Giustizia punitiva: regola l'esercizio del potere giudiziario nell'inflizione di una pena. Giustizia sommaria: giustizia senza giusto processo.
Nella filosofia
Nel mondo greco-romano il concetto di giustizia non ha il suo fondamento nell'essere umano, bensì nella realtà naturale, come principio ideale comunque oggettivo. Espressione della necessità che regge l'ordine del cosmo mantenendo ogni cosa nel proprio corso, la giustizia passa a significare un principio naturale di coordinazione e di armonia nei rapporti umani e sociali. I Pitagorici intesero la giustizia come il riflesso dell'armonia del cosmo nella morale e nella politica, e la espressero simbolicamente nei numeri. La giustizia era rappresentata dalla moltiplicazione di un numero positivo maggiore di zero per sé stesso, cioè di un numero al quadrato, a significare che al valore dell'azione si commisurava la reazione conseguente, meritoria o biasimevole; è quello che Dante chiama contrappasso. Per Platone la giustizia è l'armonia tra le facoltà dell'anima e anche tra le classi di cittadini, in quanto assegna a ogni facoltà oppure a ogni classe sociale quello che a ciascuno spetta, come attuazione del proprio compito (ta autou prattein). Aristotele amplia e corregge l'idea pitagorica dell'uguaglianza: la giustizia partecipa dell'essenza della virtù e dovrebbe rappresentare il giusto mezzo tra un difetto e un eccesso. Nel libro V dellEtica Nicomachea Aristotele però contrappone alla giustizia l'ingiustizia. Ciò si spiega pensando alla giustizia come virtù particolare e il concetto di medietà è riferito a due quantità estreme che sono il troppo e il troppo poco nell'assegnazione degli onori e beni pubblici o nello scambio privato dei beni. Perciò il mezzo della giustizia in senso stretto corrisponde all'eguale, e non è come per Pitagora in una quantità fissa, ma variabile. Non si tratta di dare a tutti in modo uguale, ma di dare a ciascuno il proprio. Si fa risalire ad Aristotele la distinzione tra giustizia distributiva e giustizia commutativa; la prima regola i rapporti pubblici (distribuzione di onori e pubbliche ricchezze), l'altra i rapporti privati (scambio di cose). Nel mondo romano viene conservato il significato naturalistico della giustizia, ma è posto in maggiore rilievo l'aspetto soggettivo della medesima. Cicerone nel De inventione scrive: Iustitia est habitus animi, communi utilitate conservata, suam cuique tribuens dignitatem (la giustizia è uno stato morale, osservata per l'utilità comune, che attribuisce a ciascuno la sua dignità). Ulpiano traduce la definizione di Cicerone in termini romani e a favore del giurista. Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi (la giustizia è la costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno il proprio diritto). Lhabitus animi si trasforma nella constans et perpetua voluntas; la dignitas nello ius. La giustizia è come una virtù attiva; non è solo scienza o ratio che segue la natura, ma è arte e voluntas. Con il cristianesimo la giustizia si pone in rapporto alla nuova realtà divina. Il fondamento della giustizia non è più cercato nella natura, ma nella volontà di Dio. Quod Deus vult ipsa iustitia est (ciò che Dio vuole è la stessa giustizia), dice Sant'Agostino. Ma non basta la conoscenza di ciò che è giusto per operare giustamente: occorre la libera e attiva partecipazione e il sostegno dalla grazia divina. La giustizia diventa virtù morale e individuale. Per altre notizie vedi la sezione. La Scolastica intese associare gli elementi idealistici e volontaristici alla concezione aristotelica. Per San Tommaso d'Aquino la giustizia è la ragione stessa di Dio che governa il mondo. La volontà non determinata da ragione è arbitrio; la legalità può non essere la giustizia. Il medium iustitiae che per Aristotele è un rapporto di proporzioni tra due esseri diversi, per San Tommaso è un'eguaglianza proporzionale tra la cosa esterna che dobbiamo e la persona esterna a cui dobbiamo la cosa. L'uomo in rapporto con Dio non può essere veramente giusto, perché non può corrispondere laequale ossia tanto quanto gli deve; e San Tommaso dirà che la religione (pietas) è virtù che si unisce alla giustizia, come le sono annesse le virtù morali che non ammettono il contraccambio. Bacone e Cartesio derivavano la nozione di giustizia dal senso o dalla ragione. La concezione empirica della giustizia culmina nel saggio sulla giustizia di David Hume. L'idea della giustizia deriva dall'esperienza psicologica dell'uomo, che è né del tutto egoista, né del tutto altruista. Non potendo vivere nell'abbondanza di ogni cosa, né nell'estrema penuria, l'uomo stabilisce la proprietà privata e si associa con gli altri uomini. Da qui, solo per utilità e necessità, deriva la necessità di norme di giustizia che garantiscano l'esistenza individuale e la vita in comune. Leibniz approfondisce ancora la concezione razionalistica della giustizia. Fondata su considerazioni di utilità e di convenienza sociale, è la forma imperfetta della giustizia eterna. La suprema giustizia è charitas sapientis, e s'identifica con la pietas. I giusnaturalisti della scuola di Grozio cercano di adattare l'empirismo e il razionalismo alle esigenze della vita giuridica e politica. La giustizia civile si origina da un patto di rinunzia totale o parziale alla giustizia naturale, diretto a garantire il miglior godimento degli inviolabili diritti naturali. Kant ne diventa arbitro e supera queste dottrine. Il concetto della giustizia è il risultato di elementi empirici e razionali unificati dall'attività formale e sintetica della coscienza. La giustizia è anche un'idea della ragione pratica: gli esseri devono coesistere tra loro secondo una legge universale di ragione attuata in modo coattivo. È il compimento del cosiddetto processo di soggettivazione della giustizia, iniziato da Cartesio, continuato da Leibniz e dai giusnaturalisti. Alla concezione aristotelica naturalistica della giustizia come eguaglianza, si contrappone il concetto di giustizia come libertà, di cui l'eguaglianza è il limite oggettivo, formale. L'idealismo di Hegel applica alla determinazione del concetto di giustizia il processo dialettico per cui la giustizia, e lo spirito che la produce, non è, ma diviene risolvendo progressivamente in sé il suo contrario. La storicità è condizione di esistenza dell'idea del giusto e questa non può esistere se non nelle forme del relativo e del concreto. Per Hegel la giustizia è libertà, ma non esclude la necessità e la naturalità. La giustizia eterna, oggettiva, non è rivelazione di Dio o della natura, ma un prodotto dello spirito che ha superato nel suo incessante divenire il momento della naturalità e la sua stessa soggettività per vivere l'idea del giusto nella sua concretezza e nella sua universalità. Il positivismo di Auguste Comte, di Herbert Spencer, di Roberto Ardigò reagisce alle concezioni metafisiche e idealistiche della giustizia, ne cerca il fondamento nella biologia e nella sociologia. Spencer considera la giustizia l'etica della vita sociale, cioè un fatto naturale, sottoposto alla legge della causalità universale e dell'evoluzione. Le leggi della vita di associazione si convertono nella legge di retribuzione, secondo cui ogni individuo deve raccogliere i vantaggi e i danni della sua natura e della sua condotta. Ciò garantisce il progresso della specie, in quanto gl'individui meglio dotati sopravvivono. Se la giustizia è retribuzione, la libertà ne costituisce l'elemento essenziale, perché l'individuo ha il diritto naturale di non essere ostacolato nel suo agire e nel godimento dei risultati del suo agire, rispettando lo stesso diritto negli altri. La giustizia spenceriana non è dedotta, come in Kant, da postulati metafisici, ma è il risultato dell'adattamento biologico e sociale. Contro questo concetto di giustizia, da cui è bandita la spiritualità, vi fu una reazione nel senso di un ritorno a Kant, oppure a un nuovo idealismo.Tratto da: Gioele Solari, in Enciclopedia Italiana (G. Treccani), che cita varia bibliografia tra cui Benedetto Croce, Filosofia della pratica, Bari 1908.
Nella religione Presso i Greci e gli antichi Ebrei